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Dolo — Anno 2026

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575 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Dolo

Provvedimenti

Sparare per spaventare o tentato omicidio? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio a carico di un uomo che, durante una lite per un debito di droga, ha sparato a distanza ravvicinata contro un rivale, ferendolo gravemente al fianco. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in lesioni aggravate, sostenendo l'assenza della volontà di uccidere e valorizzando la traiettoria dei colpi rivolta verso il basso. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che l'intenzione omicida si valuta ex ante in base a elementi oggettivi come l'arma usata, la distanza ravvicinata e la direzione dei colpi, quasi parallela al suolo. Anche il ricorso sulla riduzione della pena per il risarcimento del danno è stato rigettato, poiché il giudice mantiene la discrezionalità sulla misura dello sconto di pena in base alla gravità complessiva del fatto.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: il finto favore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'uomo era stato fermato mentre trasportava sei cittadini stranieri privi di documenti. La difesa sosteneva la buona fede, parlando di un semplice favore a uno sconosciuto. I giudici hanno però ritenuto inverosimile che il conducente avesse affrontato un viaggio di 800 chilometri, durato due giorni e interamente a proprie spese, solo per cortesia. Inoltre, i messaggi sul cellulare dell'imputato provavano accordi precisi e l'invio di un video al confine. La Corte ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: i precedenti penali la escludono
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato contestava la sussistenza dell'elemento intenzionale del reato e il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno invece confermato la decisione della Corte d'appello, ritenendo la motivazione logica e corretta. In particolare, la Cassazione ha chiarito che la presenza di numerosi precedenti penali a carico del ricorrente impedisce categoricamente l'applicazione della particolare tenuità del fatto, in quanto dimostra una condotta tutt'altro che occasionale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Droga in dosi e particolare tenuità del fatto: no al beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che il quantitativo di droga, suddiviso in 29 involucri, e il possesso di strumenti per il confezionamento (bilancino e coltelli con lame bruciate) escludono la speciale tenuità dell'offesa. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: condanna se l’origine illecita è evidente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato era stato trovato in possesso di un bene che presentava evidenti segni di provenienza illecita, visibili a prima vista da chiunque. I giudici hanno chiarito che la diretta disponibilità di un oggetto di sospetta provenienza, unita alla totale assenza di spiegazioni attendibili o prove a discarico da parte della difesa, costituisce una prova solida della colpevolezza e del dolo. La Suprema Corte ha quindi confermato la condanna, rigettando i motivi di ricorso poiché generici e non consentiti in sede di legittimità, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di ricettazione: condanna senza sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per ricettazione. I giudici hanno chiarito che, ai fini del calcolo del tempo necessario per la prescrizione del reato di ricettazione, la circostanza attenuante della speciale tenuità del fatto non rileva. Il termine di prescrizione si calcola infatti sulla pena massima prevista per il reato base. Inoltre, la Corte ha ribadito che la mancata giustificazione del possesso di un bene rubato dimostra la consapevolezza della sua provenienza illecita, e che il reato sussiste anche se manca la querela per il furto originario. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Indebito assistenziale: la buona fede batte le pretese dell’INPS
L'Ente Previdenziale ha chiesto a una cittadina la restituzione delle somme ricevute a titolo di assegno sociale negli anni 2013, 2014 e 2015, sostenendo il superamento dei limiti di reddito. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente, applicando le regole ordinarie di restituzione. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della pensionata, stabilendo che in tema di indebito assistenziale il cittadino in buona fede è protetto dal principio del legittimo affidamento. La semplice conoscibilità teorica dei limiti di reddito non basta a costringere la persona a restituire le somme passate. Per imporre la restituzione prima del controllo formale, serve un aumento di reddito così evidente da rendere palese l'errore. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Cane scappa nel cortile: è reato di evasione dai domiciliari
Un uomo agli arresti domiciliari si è allontanato dall'abitazione per raggiungere il cortile condominiale adiacente. Fermato dai Carabinieri, ha giustificato il gesto sostenendo di essere uscito d'urgenza per recuperare il proprio cane scappato in giardino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che il motivo della condotta non esclude il dolo, ossia la consapevolezza di violare il divieto di allontanamento. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché l'evasione è avvenuta solo due settimane dopo l'inizio della misura cautelare e l'imputato possiede numerosi precedenti penali che dimostrano una spiccata capacità a delinquere.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: i complici valgono come testimoni
Tre cittadini sono stati condannati per resistenza a pubblico ufficiale, e una di loro anche per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione del beneficio della non menzione della condanna. La donna, inoltre, sosteneva che non vi fosse la prova della presenza di almeno due persone estranee al momento delle offese. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi. Ha chiarito che per l'oltraggio a pubblico ufficiale basta la presenza di altre persone non coinvolte nel reato, compresi i coimputati non accusati di quel reato specifico. Ha inoltre confermato il diniego della non menzione, poiché due imputati avevano già precedenti condanne e la donna mostrava una gravità della condotta incompatibile con il beneficio. I ricorrenti hanno perso la causa e devono pagare le spese processuali.
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Reato di molestie tra ex: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputata era stata condannata in appello per il reato di molestie (art. 660 c.p.), dopo che l'iniziale accusa di stalking era stata derubricata. La condotta consisteva in ripetute telefonate e messaggi all'ex compagno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato che la Corte d'Appello non ha adeguatamente motivato la sussistenza del reato di molestie, omettendo di verificare se i contatti fossero dettati da petulanza o biasimevole motivo, specialmente alla luce della necessità di gestire il figlio minore. La Cassazione ha chiarito che per la configurabilità del reato non basta un generico fastidio, ma occorre accertare l'effettiva volontà di interferire inopportunamente nella sfera altrui.
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Vincite online e Reddito di cittadinanza: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver omesso di dichiarare vincite da gioco online e il possesso di un motociclo al fine di ottenere il Reddito di cittadinanza. La difesa sosteneva che le vincite andassero calcolate al netto delle perdite e che l'omessa indicazione del motociclo fosse un semplice errore materiale. I giudici hanno invece chiarito che le vincite online vanno computate al lordo, poiché l'accredito sul conto gioco costituisce di per sé un incremento patrimoniale rilevante. Inoltre, l'errore sui requisiti della misura assistenziale si traduce in un errore sulla legge penale che non esclude la colpevolezza. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta per operazioni dolose: la delega non evita la condanna
Il Presidente del Consiglio di Amministrazione di una società è stato condannato per bancarotta per operazioni dolose e bancarotta documentale semplice. L'imputato aveva sistematicamente omesso il versamento delle imposte, accumulando un debito erariale superiore a 500.000 euro, e non aveva tenuto regolarmente le scritture contabili. La difesa sosteneva che la gestione finanziaria fosse delegata a un altro soggetto e che il dissesto derivasse da una crisi di settore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la delega di funzioni non esonera il presidente dai doveri di vigilanza e informazione, né dall'obbligo inderogabile di redigere il bilancio. Il sistematico inadempimento fiscale, quale scelta gestionale consapevole, rende prevedibile il dissesto e integra pienamente il reato.
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Furto aggravato: l’allaccio abusivo costa caro ai coeredi
Due fratelli sono stati condannati per il reato di furto aggravato di energia elettrica all'interno di un immobile ereditato dal padre. Uno dei coeredi ha contestato la sussistenza del dolo, sostenendo di non essere a conoscenza dell'allaccio abusivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei due imputati. I giudici hanno evidenziato che la consapevolezza del furto aggravato emergeva chiaramente dal godimento effettivo dell'immobile, dalle testimonianze della sorella e del tecnico incaricato, nonché dalla presenza fisica di uno dei fratelli durante il controllo dei tecnici dell'ente erogatore. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Rapina: no alle circostanze attenuanti generiche se il dolo è alto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per rapina aggravata. Il primo imputato contestava la responsabilità penale, ma la Corte ha rilevato che la precedente rinuncia parziale ai motivi d'appello aveva fatto passare in giudicato la condanna. Entrambi i ricorrenti lamentavano il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che, per negare tali attenuanti, basta indicare gli elementi decisivi come la gravità del reato e l'intensità del dolo. Inoltre, la Corte ha confermato la correttezza del calcolo della pena, ribadendo che non serve una motivazione dettagliata se la sanzione finale si colloca al di sotto della media edittale, calcolata con una specifica formula matematica. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Reato di riciclaggio: la falsa procura cancella ogni difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di riciclaggio a carico di un soggetto che ha cercato di ostacolare il ritrovamento di un bene di provenienza illecita. L'imputato ha utilizzato una falsa procura notarile per compiere l'operazione, dimostrando così la piena consapevolezza dell'origine delittuosa del bene e la volontà di nasconderlo. La difesa ha contestato la sussistenza del dolo e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'uso di documenti falsi prova l'intenzione criminosa e che il giudice può negare le attenuanti basandosi esclusivamente sulla gravità complessiva del fatto, senza dover analizzare ogni singolo elemento difensivo. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: la Cassazione punisce il ricorso inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato contestava la sussistenza della responsabilità penale, l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato e respinto in appello. La sentenza impugnata ha correttamente motivato la sussistenza del dolo, la pericolosità sociale del soggetto desunta dai suoi numerosi precedenti penali specifici, e l'assenza di elementi positivi per concedere le attenuanti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: negato l’incauto acquisto in Cassazione
Il Ricorrente è stato condannato per il reato di ricettazione. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il rigetto di un legittimo impedimento del difensore, l'errata valutazione delle prove e il mancato calcolo della prescrizione. Ha inoltre richiesto di riqualificare il fatto nel meno grave illecito di incauto acquisto, contestando la presenza del dolo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e che la motivazione sulla sussistenza del dolo era logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: la carica formale non fa il colpevole
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministratrice Formale di una società, condannata in precedenza per furto di energia elettrica in concorso con il marito, amministratore di fatto e autore dell'allaccio abusivo. I giudici di merito avevano basato la condanna sulla sola carica formale della donna e sulla sua presenza occasionale nel capannone. La Cassazione ha chiarito che per configurare il concorso di persone nel reato occorre la prova di un contributo materiale o morale effettivo e consapevole, non bastando la mera qualifica societaria. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche: condannata
L'Imputata è stata condannata a due anni di reclusione per il reato di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, legato alla percezione indebita del reddito di cittadinanza, con confisca di oltre cinquemila euro. La Corte d'appello aveva accertato la falsità delle dichiarazioni fornite tramite la compilazione del modulo INPS. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la chiarezza dei moduli, l'elemento soggettivo e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi di ricorso sono stati ritenuti generici e cumulativi. Inoltre, i giudici hanno confermato la legittimità del diniego delle attenuanti generiche, giustificato dalla presenza di un grave precedente penale per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, elemento ritenuto decisivo e assorbente rispetto a qualsiasi valutazione di elementi favorevoli.
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Diritto di critica giudiziaria: assolto il politico contro il PM
Un amministratore locale, dopo essere stato assolto in numerosi procedimenti penali, aveva criticato pubblicamente l'operato del procuratore della Repubblica, denunciando un accanimento nei suoi confronti e segnalando vicende personali del magistrato. Condannato nei gradi di merito per diffamazione aggravata, l'imputato ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la condanna con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che la Corte d'Appello ha omesso di verificare la verità dei fatti e il contesto di scontro, applicando una illegittima presunzione di offensività. La sentenza ribadisce che il diritto di critica giudiziaria gode di uno spazio molto ampio in democrazia, quale strumento di controllo sull'operato dei magistrati, purché non scada in insulti gratuiti e si fondi su fatti reali.
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