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Dolo — Anno 2026

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575 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Dolo

Provvedimenti

Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso inutile costa 3000 euro
Il Cittadino è stato condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale per essersi opposto ad alcuni agenti di polizia. Egli ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta fosse avvenuta dopo la conclusione dell'atto d'ufficio e che mancasse l'intenzione di opporsi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già respinti in appello. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare la ricostruzione dei fatti già compiuta dai giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Scuse inutili se c’è violenza: no alle attenuanti generiche
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate ai danni di alcuni agenti di polizia. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti generiche è un giudizio di fatto insindacabile se motivato in modo logico. Nel caso specifico, la gravità dell'aggressione e i precedenti penali dell'aggressore prevalgono sulle scuse presentate. Inoltre, la determinazione della pena non richiede una motivazione dettagliata se questa è fissata al di sotto della media edittale. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione punisce il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato aveva contestato la decisione della Corte di Appello di Palermo sostenendo la mancanza di dolo, ossia l'assenza di intenzionalità nell'evadere. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato la genericità del motivo di ricorso, in quanto la difesa si è limitata a enunciare la propria lamentela senza confrontarsi criticamente con le motivazioni della sentenza precedente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio in auto?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti (hashish). La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno confermato la destinazione allo spaccio. L'imputato era fermo di notte in auto a fari spenti in una nota zona di spaccio, dove un altro automobilista si era avvicinato per uno scambio rapido. La Suprema Corte ha confermato che la ricostruzione dei fatti spetta ai giudici di merito e ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spese di resistenza: l’assolto vince contro l’assicurazione
Un revisore contabile, assolto con formula piena dall'accusa di peculato e falso, chiede alla propria compagnia assicurativa il rimborso delle spese di resistenza sostenute per difendersi dalla richiesta di risarcimento della parte civile. La Corte d'Appello nega il diritto, ritenendo che la polizza non coprisse i reati dolosi e mancasse un patto di tutela legale. La Cassazione accoglie il ricorso del professionista: il diritto al rimborso delle spese di resistenza, previsto dall'articolo 1917 del codice civile, è un effetto automatico del contratto di responsabilità civile. L'esclusione per dolo non opera se l'assicurato viene assolto con formula piena, poiché rileva l'accertamento finale e non la mera accusa iniziale. La causa viene rinviata per quantificare le spese effettive.
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Falsa residenza e Reddito di cittadinanza: condanna confermata
Il caso riguarda un cittadino condannato per aver ottenuto indebitamente il Reddito di cittadinanza. L'imputato aveva dichiarato falsamente di risiedere in Italia nel biennio precedente, mentre era iscritto all'AIRE e viveva all'estero. La difesa ha impugnato la condanna eccependo la nullità della notifica dell'atto di citazione, inviata al difensore anziché al domicilio eletto, e sostenendo la mancanza di dolo per ignoranza della legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la notifica al difensore non lede il diritto di difesa se non si dimostra un concreto pregiudizio. Inoltre, l'errore sui requisiti per il Reddito di cittadinanza costituisce un errore inescusabile sulla legge penale, poiché la norma è chiara e non presenta profili di oscurità.
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Peculato dell’amministratore di sostegno: non è negligenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di peculato dell'amministratore di sostegno che si era appropriato di somme di denaro appartenenti alla persona assistita. L'imputato aveva effettuato prelievi in contanti ed emesso assegni a proprio favore dal conto corrente del tutelato, omettendo di registrarli nel rendiconto annuale e ignorando le richieste di chiarimenti del giudice. La difesa sosteneva si trattasse di semplice negligenza o imperizia nella gestione contabile. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che prelevare ripetutamente denaro senza giustificazione e nascondere le operazioni dimostra una chiara volontà di appropriazione (dolo), escludendo qualsiasi errore in buona fede. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la Cassazione nega la tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato contestava la sussistenza dell'elemento soggettivo (il dolo) e la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano generici e miravano esclusivamente a ottenere una nuova valutazione dei fatti, attività preclusa in sede di Cassazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, respingendo le contestazioni sulla configurabilità del reato di evasione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: ricorso inutile e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato aveva contestato la decisione dei giudici di merito, sostenendo la mancanza della propria capacità di intendere e volere, l'assenza di dolo e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano una mera ripetizione di quanto già esaminato e correttamente respinto nei precedenti gradi di giudizio. I giudici hanno confermato la piena consapevolezza dell'uomo al momento del fatto e l'impossibilità di applicare sconti di pena. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Resistenza a pubblico ufficiale: l’alcol non evita la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, sostenendo che il suo stato di ubriachezza volontaria escludesse il dolo, ossia l'intenzionalità della condotta violenta contro due agenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ribadito che, secondo il codice penale, l'ubriachezza non derivante da caso fortuito o forza maggiore non esclude né diminuisce l'imputabilità. Di conseguenza, lo stato di alterazione alcolica volontaria non cancella il dolo necessario per configurare il reato. La pena inflitta è stata ritenuta congrua e proporzionata alla gravità del fatto e ai numerosi precedenti penali del soggetto, che è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di assegno rubato: incasso facile, condanna dura
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione di assegno rubato a carico di un soggetto che aveva incassato un titolo di credito di circa 717 euro. L'assegno, originariamente emesso da una società energetica a favore di una persona poi deceduta, era stato sottratto durante la spedizione e alterato con il nome dell'imputata. La difesa sosteneva la buona fede della donna, evidenziando che si era identificata all'atto dell'incasso, e chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: il possesso di refurtiva senza una spiegazione attendibile dimostra la colpevolezza, mentre il danno di oltre 700 euro esclude la tenuità dell'offesa. La ricorrente perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Indebito pensionistico: l’inganno del defunto ricade sugli eredi
La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo per gli eredi di un pensionato di restituire all'ente previdenziale oltre trentunomila euro ricevuti a titolo di trattamento pensionistico non dovuto. Il pensionato aveva nascosto di svolgere un'attività lavorativa al momento della domanda di pensione, dichiarando falsamente di aver cessato ogni rapporto. La Suprema Corte ha qualificato tale omissione come dolo, escludendo l'irripetibilità delle somme. Inoltre, i giudici hanno stabilito che la prescrizione decennale per il recupero dell'indebito pensionistico è rimasta sospesa fino al momento della scoperta dell'inganno, avvenuta a seguito di una successiva richiesta di ricostituzione della pensione.
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Reato di ricettazione: no all’incauto acquisto se c’è dolo
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di ricettazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e chiedendo che il fatto venisse riqualificato come incauto acquisto o favoreggiamento reale. Ha inoltre contestato l'aumento di pena per la continuazione, basato sull'intensità del dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sulle prove erano generiche e ripetitive, mentre la qualificazione del reato di ricettazione era corretta e priva di vizi logici. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: quando l’acquisto diventa condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per il reato di ricettazione. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in incauto acquisto, contestando la presenza del dolo. I giudici hanno respinto la richiesta, ritenendo provata la consapevolezza della provenienza illecita dei beni. La Suprema Corte ha inoltre confermato la legittimità dell'aumento di pena di quattro mesi per la continuazione, giudicandolo proporzionato e adeguatamente motivato in relazione alla gravità complessiva dei fatti e alla recidiva qualificata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione buoni fruttiferi postali: vince l’ente senza date
Una risparmiatrice ha chiesto il pagamento di tre buoni acquistati nel 2001 e presentati all'incasso nel 2020. L'intermediario ha eccepito l'avvenuta prescrizione, ma i giudici di merito hanno accolto la domanda della donna poiché sui titoli cartacei mancava la data di scadenza e non era stato consegnato il foglio informativo. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la prescrizione buoni fruttiferi postali decorre ugualmente dalla scadenza naturale del titolo. I buoni sono infatti titoli di legittimazione e la loro disciplina è integrata dai decreti ministeriali pubblicati in Gazzetta Ufficiale, che il cittadino ha l'onere di conoscere con l'ordinaria diligenza. La mancata consegna del foglio informativo non sospende la prescrizione, che può essere bloccata solo dal doloso occultamento del debito. La domanda di rimborso è stata quindi definitivamente respinta.
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Ricettazione: scooter rubato e fuga, ma la pena va ricalcolata
Un uomo è stato fermato alla guida di un ciclomotore rubato, privo di targa, tentando la fuga. Condannato per il reato di ricettazione, ha fatto ricorso sostenendo si trattasse di incauto acquisto. La Cassazione ha chiarito che il possesso ingiustificato del mezzo, unito alla fuga e all'assenza di targa, dimostra il dolo del reato di ricettazione. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sul calcolo della pena: la Corte d'appello ha raddoppiato illegalmente la sanzione per la recidiva senza effettuare il necessario giudizio di bilanciamento con l'attenuante della particolare tenuità. La sentenza è stata annullata limitatamente alla pena, con rinvio per un nuovo calcolo.
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Reato di evasione: la brevità della fuga non salva dalla condanna
Il caso riguarda un soggetto condannato per il reato di evasione (art. 385 c.p.). L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di dolo per la brevità dell'allontanamento e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la brevità dell'allontanamento non esclude il dolo né l'offensività della condotta. Inoltre, l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto è stata legittimamente esclusa a causa della gravità della condotta e della presenza di precedenti penali specifici a carico del ricorrente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Risarcimento danni da calunnia: dolo contro colpa in Cassazione
Un esponente politico presenta un esposto denunciando irregolarità nella gestione di un campo nomadi, coinvolgendo un fornitore di gas. L'indagine penale sul fornitore viene archiviata. Il fornitore promuove un'azione civile per il risarcimento danni da calunnia. La Corte d'Appello riconosce la calunnia ma nega il risarcimento per mancanza di prove dirette del danno. La Cassazione accoglie il ricorso incidentale dell'esponente politico: la calunnia civile richiede il dolo (consapevolezza dell'innocenza dell'accusato) e non la semplice colpa (mancata verifica dei documenti). La Suprema Corte cassa la sentenza e rinvia alla Corte d'Appello per accertare correttamente l'elemento soggettivo, dichiarando assorbito il ricorso del fornitore sulla prova presuntiva del danno.
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Scarico di reflui non autorizzato: condannato l’inquilino
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti del titolare di un'impresa per il reato di scarico di reflui non autorizzato. L'imputato si era difeso sostenendo di essere un semplice inquilino dell'area e non il proprietario, ritenendo quindi impossibile regolarizzare la propria posizione. I giudici hanno respinto questa tesi, stabilendo che la responsabilità penale ricade su chi gestisce materialmente l'attività inquinante, a prescindere dalla proprietà del terreno. La Suprema Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sanzione pecuniaria e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende, escludendo la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche.
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Certificato CITES: vietato vendere avorio antico senza ok
Il caso riguarda Il Venditore, accusato di aver posto in vendita oggetti in avorio di elefante senza il necessario certificato CITES. La difesa sosteneva che, trattandosi di manufatti lavorati oltre cinquant'anni prima, vi fosse una totale liberalizzazione e non servisse alcuna documentazione, basandosi su una perizia privata. La Corte di Cassazione ha invece chiarito che l'esenzione per gli oggetti antichi non è automatica: è sempre necessario il preventivo giudizio dell'organo di gestione statale competente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Venditore, confermando che la vendita di avorio senza l'attestazione ufficiale costituisce reato, e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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