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Diritto Di Cronaca

72 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

È il diritto, espressione della libertà di pensiero e di stampa, di informare l'opinione pubblica su fatti e avvenimenti di interesse collettivo. Se esercitato correttamente, giustifica la pubblicazione di notizie che possono ledere la reputazione altrui.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Diritto di cronaca: intervista e mancata citazione
Un noto ballerino e direttore artistico ha citato in giudizio una società editrice per ottenere il risarcimento del danno. L'artista lamentava la lesione del diritto al nome e del diritto morale d'autore a seguito di un'intervista giornalistica rilasciata dalla prima ballerina dello spettacolo. Secondo il ricorrente, l'articolo ometteva il suo ruolo direttivo e sminuiva la sua esibizione scenica. La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso. I giudici hanno stabilito la piena prevalenza del diritto di cronaca e del diritto di critica rispetto alla pretesa menzione nominativa. Il giornalista conserva la libertà di scegliere il soggetto da intervistare e il focus del pezzo. Inoltre, l'articolo non conteneva espressioni offensive o denigratorie e non sussisteva alcun obbligo di rettifica a carico della società editrice.
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Sfruttamento immagine personaggio famoso: la Cassazione ridefinisce i confini
Un celebre ex calciatore ha citato in giudizio una società editoriale per l'utilizzo non autorizzato della sua immagine in DVD commemorativi. La disputa riguardava fotografie che lo ritraevano in contesti non strettamente sportivi e medaglie stilizzate. Mentre i giudici di merito avevano riconosciuto illecito lo sfruttamento immagine personaggio famoso al di fuori dell'ambito sportivo, la Cassazione ha ribaltato tale interpretazione. La Suprema Corte ha stabilito che la notorietà di un personaggio pubblico si estende anche ad attività accessorie e connesse alla sua vita pubblica, purché non lesive del decoro e non usate per pubblicità diretta. La causa è stata rinviata per una nuova valutazione dei danni.
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Diffamazione a mezzo stampa e uso figurato di rissa
Un professionista citava in giudizio una testata editoriale chiedendo il risarcimento per diffamazione a mezzo stampa a causa di un articolo su un acceso alterco in una sede televisiva. Il testo qualificava l'episodio con il termine 'rissa'. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda risarcitoria. I giudici hanno chiarito che l'uso figurato del termine 'rissa', inteso come aspro scontro verbale arricchito da toni satirici e ironici, rientra pienamente nel diritto di cronaca. Sussistono la verità del fatto centrale, l'interesse pubblico all'informazione e la continenza formale dell'esposizione. Di conseguenza, l'articolo non integra alcun illecito civile e il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Diffamazione a mezzo stampa: l’imprenditore vince contro il giornale
Un articolo di giornale ha accusato un imprenditore di essere un evasore fiscale, basandosi sulle dichiarazioni della sua ex moglie. Questa accusa si è rivelata falsa. L'imprenditore ha citato in giudizio la società editrice, il direttore e la giornalista per diffamazione a mezzo stampa. Dopo un primo grado sfavorevole, la Corte d'Appello ha condannato i responsabili al risarcimento del danno non patrimoniale. La Corte di Cassazione ha confermato questa condanna. Ha ritenuto che l'articolo non rispettasse i requisiti di verità e pertinenza, elementi essenziali per il legittimo esercizio del diritto di cronaca. La notizia riguardava fatti privati e l'accusa di evasione era infondata.
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Diffamazione a mezzo social: il diritto di cronaca vince sulla provocazione
Un Avvocato ha diffamato un Giornalista su Facebook, definendolo "giornalista tossico" e accusandolo di estorsione. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per diffamazione a mezzo social e il risarcimento danni. L'Avvocato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di aver agito per provocazione e contestando il danno morale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il diritto di cronaca del Giornalista, che aveva riportato un post accusatorio del fratello dell'Avvocato, era legittimo. La notizia era vera, di interesse pubblico e riportata con moderazione. La Corte ha anche confermato la legittimità del risarcimento per danno morale.
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Diffamazione a mezzo stampa tra diritto di cronaca e falsità
Un giornalista e il suo direttore responsabile hanno affrontato un'accusa penale per diffamazione a mezzo stampa dopo aver pubblicato un articolo fuorviante. Il testo accusava un ufficiale di polizia giudiziaria di aver svolto indagini su se stesso e criticava un magistrato per aver archiviato il caso. Il cronista ha omesso di verificare la reale cronologia dei depositi degli atti giudiziari, basandosi su documenti parziali. Gli accusati hanno invocato la buona fede e l'errore scusabile. I giudici hanno respinto la linea difensiva, rilevando la grave negligenza professionale del cronista e l'accettazione del rischio lesivo. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna per entrambi gli imputati, ribadendo l'obbligo inderogabile di controllo rigoroso delle fonti prima di diffondere notizie lesive.
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Diffamazione Aggravata: Conduttore Radiofonico Condannato per Offese
Un conduttore radiofonico è stato condannato per `diffamazione aggravata` e continuata. Aveva letto in radio una lettera anonima denigratoria contro una società di catering e aggiunto commenti offensivi, identificando la società. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna. La Cassazione ha dichiarato il ricorso del conduttore inammissibile. Ha ritenuto che il conduttore non avesse verificato la veridicità delle accuse anonime e che l'assenza di danno patrimoniale non escludesse il reato. La condotta di diffondere uno scritto oggettivamente diffamatorio, anche senza danno, integra il reato.
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Diffamazione a mezzo stampa: il diritto di cronaca non giustifica la notizia falsa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna civile per Diffamazione a mezzo stampa nei confronti di una giornalista. La giornalista aveva diffuso una notizia falsa durante un servizio televisivo, affermando che un'ordinanza di custodia cautelare era stata eseguita con quattro mesi di ritardo per motivi politici. In realtà, l'ordinanza era stata eseguita pochi giorni dopo la sua emissione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso della giornalista inammissibile, ribadendo che il diritto di cronaca non giustifica la diffusione di notizie palesemente false e non verificate, anche se l'argomento era di pubblico interesse. La giornalista deve risarcire le parti civili e pagare le spese processuali.
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Tra sospetto e verità: cronaca giudiziaria e diffamazione
Un cittadino ricorre in Cassazione dopo che i giudici di secondo grado hanno assolto una giornalista e il direttore di una testata dal reato di diffamazione a mezzo stampa. Gli articoli attribuivano al cittadino la guida di un clan criminale coinvolto in scontri armati, basandosi su indiscrezioni di paese e su ipotesi investigative ancora embrionali. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, evidenziando come i limiti tra cronaca giudiziaria e diffamazione impongano al giornalista la verifica rigorosa delle fonti. Non basta un'ipotetica verosimiglianza per bollare un soggetto come capo di un sodalizio mafioso, specie quando gli sviluppi d'indagine smentiscono le accuse originarie. Per tali ragioni, la Suprema Corte annulla la sentenza agli effetti civili, rinviando la causa al giudice civile d'appello per la valutazione del risarcimento dei danni patiti dalla parte offesa.
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Diffamazione a mezzo stampa: reato estinto per querela ritirata
Un quotidiano ha pubblicato articoli definendo un cittadino come soggetto gravato da precedenti penali per vari reati, sulla base di mere segnalazioni di polizia presenti nelle banche dati. Contestato il reato di diffamazione a mezzo stampa, i giudici di merito hanno condannato La Giornalista per aver superato i limiti della continenza informativa. In sede di Cassazione, La Giornalista ha eccepito l'esercizio del diritto di cronaca e la veridicità sostanziale. Tuttavia, prima della decisione finale, Il Cittadino ha formalizzato la remissione di querela, regolarmente accettata dall'imputata. La Corte di Cassazione ha quindi annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando il reato estinto e ponendo le spese del procedimento a carico della querelata, travolgendo anche le statuizioni risarcitorie civili.
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Diffamazione a mezzo stampa: il danno non è mai automatico
Un imprenditore e la sua azienda hanno citato in giudizio un giornalista, un direttore e il presidente di un associazione per la pubblicazione di articoli e interviste lesivi della reputazione, legati a un indagine penale poi conclusasi con il proscioglimento. La Corte di Cassazione ha chiarito che nei casi di diffamazione a mezzo stampa il risarcimento del danno non patrimoniale non spetta mai in modo automatico. La vittima deve sempre dimostrare il concreto pregiudizio patito, ovvero il danno-conseguenza. Inoltre, il diritto di critica non protegge chi attribuisce fatti falsi o diversi da quelli reali oggetto delle indagini. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di appello, rinviando la causa per un nuovo giudizio.
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Diffamazione a mezzo stampa: allusioni false e condanna
Un giornalista e direttore responsabile di una testata online ha pubblicato due articoli sotto pseudonimo, accostando illegittimamente un dirigente finanziario a note vicende di dissesto bancario e operazioni su derivati. I giudici di merito hanno riconosciuto la falsità di tali collegamenti e hanno condannato l'autore per il delitto contestato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, sancendo che la diffamazione a mezzo stampa si configura pienamente quando il cronista accosta informazioni false a contesti reali con espressioni allusive e suggestive, inducendo il lettore a ritenere veri fatti del tutto inventati. Il diritto di cronaca richiede infatti il rigoroso rispetto della verità storica della notizia e un controllo preventivo delle fonti.
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Diffamazione a mezzo stampa: notizia falsa e risarcimento
Un quotidiano locale pubblicava una breve notizia non veritiera su presunte sanzioni e violazioni della sicurezza inflitte a un cantiere edile. L'imprenditore offeso denunciava il direttore per diffamazione a mezzo stampa per omesso controllo sui contenuti. La Corte d'Appello dichiarava estinto il reato per prescrizione, ma confermava la condanna del direttore al risarcimento dei danni civili quantificati in 3.500 euro. Il direttore ricorreva in Cassazione rinunciando alla prescrizione e invocando la tutela del diritto di cronaca. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: la rinuncia tardiva equivale solo a una richiesta di assoluzione nel merito e l'assenza di verifica della fonte originaria esclude qualsiasi esimente, confermando l'obbligo risarcitorio verso l'imprenditore leso.
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Diffamazione a mezzo stampa: la prova spetta al giornale
Un Cittadino ha chiesto il risarcimento dei danni per diffamazione a mezzo stampa dopo la pubblicazione di un articolo che lo descriveva come un "bulletto" intento a compiere atti osceni e ad aggredire le forze dell'ordine. I giudici di merito hanno respinto la domanda, sostenendo che spettasse al Cittadino dimostrare la falsità della notizia. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici supremi hanno stabilito che spetta al Giornalista dimostrare la verità o la verità putativa dei fatti narrati per avvalersi del diritto di cronaca. La Corte ha quindi accolto il ricorso del Cittadino, annullando la sentenza precedente e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Diritto di critica politica: vince la satira, perde il politico
La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione di un giornalista e del suo direttore dall'accusa di diffamazione a mezzo stampa. L'articolo contestato riportava notizie tratte da una pagina social riguardanti un candidato alle elezioni regionali, menzionando una finta condanna per concussione (subito smentita nel testo) e una frase volgare rivolta a una collega, paragonando l'uomo al personaggio satirico Cetto La Qualunque. I giudici hanno stabilito che l'articolo rispetta i requisiti di verità e pertinenza, configurando un legittimo esercizio del diritto di critica politica. La Corte ha rigettato il ricorso del politico, condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Diritto di cronaca: se la notizia è falsa scatta la condanna
Un giornalista è stato condannato per diffamazione aggravata dopo aver pubblicato un articolo online in cui accusava un dirigente pubblico di aver truccato un concorso interno. L'autore ha fatto ricorso in Cassazione invocando il diritto di cronaca e di critica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che chi invoca il diritto di cronaca ha l'obbligo di dimostrare la verità dei fatti riportati. Poiché il giornalista non ha fornito le prove delle sue accuse infamanti, la condanna è stata confermata. L'imputato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione a mezzo stampa: sì alla colpa, no al carcere facile
Un giornalista è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo stampa per aver pubblicato articoli diffamatori basati su una vecchia ispezione ministeriale, collegando erroneamente la vittima a un omicidio da cui era stata assolta, senza verificare le fonti e usando toni aggressivi. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del giornalista, ribadendo che il diritto di cronaca richiede la verifica e l'aggiornamento delle notizie datate. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla pena detentiva di sette mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che il carcere per i giornalisti è applicabile solo in casi di eccezionale gravità, come discorsi d'odio o campagne di disinformazione consapevole. Il caso torna alla Corte d'Appello per rideterminare la sanzione.
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Diffamazione a mezzo stampa: i link non salvano il giornalista
Un dirigente d'azienda ha citato in giudizio una società editoriale, il direttore e un giornalista per un articolo online che lo accusava falsamente di aver pagato la mafia per vent'anni. La Corte d'Appello ha accertato la sussistenza della diffamazione a mezzo stampa, condannando i responsabili al risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei giornalisti, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'inserimento di link ipertestuali alle fonti non esclude la responsabilità se l'incipit dell'articolo è ingannevole e la consultazione dei documenti allegati risulta troppo complessa per il lettore comune.
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Diritto di cronaca e diffamazione: condannata la fonte di parte
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un giornalista contro la condanna per il reato di diffamazione. Il ricorrente invocava l'esimente del diritto di cronaca, ma i giudici hanno rilevato che la fonte delle informazioni era direttamente interessata alla vicenda, escludendo così l'oggettività della notizia. Inoltre, i motivi di ricorso sono stati ritenuti generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato nei precedenti gradi di giudizio, senza un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna al risarcimento dei danni e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Violenza privata: quando il diritto di cronaca diventa reato
Un noto intervistatore televisivo è stato condannato per il reato di violenza privata ai danni di una scrittrice. L'imputato, fingendosi un corriere insieme al suo cameraman, si era introdotto nel condominio della vittima. Successivamente, l'aveva bloccata nell'androne e davanti all'ascensore, impedendole di chiudere le porte e costringendola a subire domande e riprese video non gradite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del giornalista, stabilendo che il diritto di cronaca non giustifica la commissione di illeciti penali per procacciarsi le notizie. La condotta aggressiva e l'insistente pressione fisica e psicologica integrano pienamente la violenza privata nella forma della violenza impropria, poiché hanno coartato la libertà di autodeterminazione della persona offesa, costringendola a tollerare un comportamento invasivo.
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