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Dies A Quo

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2593 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Notifica del verbale di contestazione: sanzione nulla se tardiva
L'Amministratore di un'azienda ha impugnato le sanzioni pecuniarie applicate dall'Ispettorato del Lavoro. Il fulcro della controversia riguarda la tempestività della notifica del verbale di contestazione per quattro violazioni. Gli accertamenti ispettivi si erano conclusi il 24 aprile 2007, ma la notifica del verbale è avvenuta solo il 29 novembre 2007, ben oltre il termine di novanta giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del datore di lavoro, stabilendo che il termine di novanta giorni decorre dal completamento delle indagini. Di conseguenza, gli atti notificati dopo la scadenza di tale termine non possono sospendere o riattivare un termine ormai già decorso. La causa è stata rinviata alla Corte d'appello per verificare l'effettivo rispetto dei tempi.
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Ergastolo e reati ostativi: stop all’accesso alla semilibertà
Il Condannato, condannato all'ergastolo e a un'ulteriore pena di otto anni per reati ostativi, ha richiesto l'accesso alla semilibertà. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo che il termine di venti anni di espiazione previsto per l'ergastolo decorra solo dopo aver interamente scontato la pena per i reati ostativi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, in caso di cumulo di pene, lo scioglimento del cumulo impedisce di conteggiare il periodo del reato ostativo ai fini del calcolo per l'accesso alla semilibertà. Di conseguenza, il calcolo dei venti anni inizia solo dal giorno in cui termina l'espiazione della pena per il reato ostativo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Rivalutazione contributiva per amianto: decide la consapevolezza
Un lavoratore ha chiesto all'INPS la rivalutazione contributiva per amianto per il periodo in cui è stato esposto alla sostanza nociva. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo il diritto prescritto perché erano passati più di dieci anni dal pensionamento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore. I giudici hanno stabilito che il termine di prescrizione decennale non inizia a decorrere automaticamente dal giorno del pensionamento o dalla fine dell'esposizione. Al contrario, la prescrizione inizia a correre solo dal momento in cui il lavoratore acquisisce l'effettiva consapevolezza dell'esposizione all'amianto. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello.
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Responsabilità solidale negli appalti: l’azienda risponde del TFR
Un lavoratore ha chiesto il pagamento di differenze retributive e TFR all'azienda committente, ritenendola responsabile in solido con le cooperative appaltatrici. L'azienda committente ha eccepito la decadenza, sostenendo che il termine biennale decorresse dalla fine dei singoli contratti di appalto e non dall'ultimo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. Ha stabilito che, in caso di contratti successivi senza interruzioni con lo stesso appaltatore, il termine di due anni per far valere la responsabilità solidale negli appalti decorre dalla cessazione effettiva dell'intero rapporto. Inoltre, la Corte ha confermato che la responsabilità solidale comprende anche le quote di TFR, in quanto hanno natura di retribuzione differita. Vince il lavoratore.
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Responsabilità solidale negli appalti: paga il committente
Un lavoratore ha richiesto il pagamento di differenze retributive e del TFR accumulati durante un appalto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda committente, confermando la sua responsabilità solidale negli appalti. I giudici hanno chiarito due punti fondamentali: in caso di contratti di appalto consecutivi e senza interruzioni con lo stesso fornitore, il termine di decadenza di due anni per chiedere i pagamenti inizia a decorrere solo dalla fine dell'ultimo contratto (cessazione effettiva dell'appalto) e non dalla scadenza dei singoli contratti intermedi. Inoltre, la responsabilità solidale del committente copre anche le quote di TFR, in quanto quest'ultimo costituisce una forma di retribuzione differita. L'azienda committente è stata quindi condannata in via definitiva a pagare quanto spettante al lavoratore.
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Interruzione della prescrizione: basta il sollecito senza cifre
Un avvocato ha richiesto il pagamento delle proprie competenze professionali a un'azienda ospedaliera tramite decreto ingiuntivo. L'ente pubblico si è opposto eccependo la prescrizione decennale del credito. Il Tribunale ha accolto l'opposizione, ritenendo che il termine decorresse dalla pubblicazione della sentenza e che le lettere di sollecito dell'avvocato non avessero valore di interruzione della prescrizione. La Corte di Cassazione ha chiarito che, sebbene il termine di prescrizione decorra effettivamente dalla pubblicazione della sentenza e non dal suo passaggio in giudicato, la lettera di sollecito inviata dal professionista costituisce un valido atto di interruzione della prescrizione. Per interrompere il termine non servono formule solenni o l'indicazione esatta della cifra, ma basta manifestare chiaramente la volontà di riscuotere il credito. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Deposito bancario: le sole ricevute non bastano contro la banca
Gli eredi di un risparmiatore hanno citato in giudizio un istituto di credito chiedendo la restituzione di somme asseritamente versate dal loro dante causa. La Corte d'Appello ha condannato la banca basandosi su semplici ricevute di versamento e su una dichiarazione stragiudiziale della banca stessa. La Cassazione ha accolto il ricorso della banca, stabilendo che il semplice versamento di denaro non prova l'esistenza di un contratto di deposito bancario, essendo necessario dimostrare il titolo contrattuale sottostante. Inoltre, la dichiarazione della banca a un terzo non costituisce confessione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Revoca dei contributi pubblici: l’inganno costa caro all’impresa
Un'impresa ha ricevuto un finanziamento pubblico, successivamente revocato in parte dal Ministero a causa di dichiarazioni false sui pagamenti ai fornitori. Il Ministero ha quindi richiesto la restituzione di circa 300.000 euro. L'impresa si è opposta eccependo la prescrizione del diritto al recupero delle somme. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'impresa, confermando che la revoca dei contributi pubblici fa decorrere il termine di prescrizione decennale non dal momento dell'erogazione o della dichiarazione falsa, ma solo dal giorno in cui l'Amministrazione adotta il provvedimento di revoca o ne comunica l'avvio. L'impresa è stata condannata a restituire le somme e a pagare le spese legali.
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Furto in abitazione del defunto: la Cassazione condanna
Due soggetti sono stati condannati per il reato di furto in abitazione in concorso. Gli imputati avevano svaligiato la casa di una persona deceduta, sostenendo che l'immobile fosse ormai abbandonato e che la morte del proprietario escludesse la qualifica di privata dimora. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, dichiarandoli inammissibili. I giudici hanno chiarito che la morte del proprietario non fa perdere alla casa la natura di privata dimora, poiché gli eredi o i familiari possono comunque accedervi per svolgere attività personali. Inoltre, la presenza di recinzioni e cancelli chiusi a chiave smentiva l'ipotesi dell'abbandono. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto: inammissibilità del ricorso per cassazione
Il caso riguarda un uomo condannato per molteplici episodi di tentato furto. La Corte d'appello aveva dichiarato prescritto un capo d'accusa e ridotto la pena complessiva. L'imputato ha proposto ricorso, ma la Corte di Cassazione ha rilevato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Innanzitutto, la difesa ha depositato una memoria difensiva oltre il termine di quindici giorni liberi prima dell'udienza. Inoltre, i motivi d'appello relativi alla particolare tenuità del fatto e al trattamento sanzionatorio erano del tutto generici. Infine, la richiesta di applicare lo stato di necessità mirava solo a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati in sede di merito. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Riliquidazione della pensione: il ritardo cancella i diritti
Un pensionato ha contestato la decorrenza della propria pensione di anzianità stabilita dall'Inps, chiedendo la riliquidazione della pensione per ottenere le mensilità arretrate. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, dichiarando l'azione inammissibile per decorrenza dei termini. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, rigettando il ricorso del pensionato. I giudici hanno chiarito che la decadenza triennale si applica anche alle azioni di riliquidazione della pensione già in essere. Poiché il trattamento era decorso prima dell'entrata in vigore della riforma del 2011, il termine di tre anni ha iniziato a decorrere dal 6 luglio 2011 ed è scaduto prima del deposito del ricorso giudiziario, avvenuto solo nell'ottobre 2014. Il pensionato perde definitivamente la causa.
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Concessione abusiva del credito: il garante si salva dal debito
Una banca ha richiesto il pagamento di oltre un milione di euro a un fideiussore per i debiti di una società poi fallita. Il fideiussore si è difeso contestando la concessione abusiva del credito da parte dell'istituto finanziario, che avrebbe continuato a finanziare la società nonostante la crisi evidente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fideiussore, stabilendo che quest'ultimo può difendersi dimostrando che la banca ha agito con colpa. La condotta negligente della banca, infatti, riduce o annulla il debito del garante. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Recidiva infraquinquennale: condanna per nuova occupazione
L'Imputata ha proposto ricorso contro la sentenza d'appello che confermava la sua condanna per occupazione abusiva di immobili, applicando l'aggravante della recidiva infraquinquennale. La difesa contestava il calcolo dei cinque anni e l'omogeneità dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione della recidiva infraquinquennale, il termine di cinque anni decorre dal passaggio in giudicato della precedente condanna e non dalla data di commissione del reato anteriore. Inoltre, ha confermato che i reati sono della stessa indole se presentano caratteri comuni concreti. L'Imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Opposizione allo stato passivo: vince il lavoratore sul termine
Un lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo dell'ente datore di lavoro in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di retribuzioni arretrate. Il Tribunale ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo, calcolando il termine di trenta giorni dal generico deposito in cancelleria dello stato passivo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine per l'opposizione allo stato passivo decorre esclusivamente dal giorno in cui la comunicazione del deposito viene effettivamente notificata al difensore presso il domicilio eletto, e non dalla data del mero deposito in cancelleria o da comunicazioni non recapitate. Di conseguenza, il ricorso del lavoratore è stato dichiarato tempestivo e la causa è stata rinviata al Tribunale per l'esame del merito del credito.
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Ricalcolo della pensione: stop alla decadenza tombale
Un pensionato ha chiesto all'Inps il ricalcolo della pensione lamentando l'uso di un massimale errato e un numero inferiore di contributi. La Corte d'Appello ha dichiarato la domanda inammissibile per intervenuta decadenza triennale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del pensionato, stabilendo che la decadenza triennale non cancella definitivamente il diritto alla rideterminazione dell'assegno. Essa colpisce esclusivamente le differenze sui ratei maturati prima del triennio precedente alla domanda giudiziale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per un nuovo esame, salvaguardando il diritto del pensionato a ottenere l'adeguamento per il futuro.
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Decreto penale di condanna: il ritiro tardivo blocca la difesa
Il GIP del Tribunale di Macerata dichiarava inammissibile per tardività l'opposizione proposta da un cittadino contro un decreto penale di condanna. Il destinatario, assente al momento della consegna, ritirava l'atto all'ufficio postale oltre i dieci giorni dalla spedizione dell'avviso di deposito. Il cittadino ricorreva in Cassazione sostenendo che il termine per opporsi dovesse decorrere dal ritiro effettivo o dalla ricezione dell'avviso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il ritiro tardivo del plico non sposta in avanti il termine per l'opposizione. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Termine decadenza rimborso: Fisco vince contro richiesta tardiva
Un contribuente ha richiesto il rimborso del sessanta per cento dell'Irpef trattenuta dal sostituto d'imposta per gli anni dal 2002 al 2008, invocando un'agevolazione del 2009. L'Agenzia delle Entrate ha opposto il silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, rilevando che la domanda di rimborso è stata presentata oltre il termine decadenza rimborso biennale previsto dalla legge sul processo tributario. Questo termine decorreva dalla pubblicazione del decreto legge agevolativo del 2008. Trattandosi di una decadenza stabilita a favore dell'amministrazione per diritti indisponibili, il giudice può rilevarla d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Il contribuente perde così il diritto al rimborso e viene condannato al pagamento delle spese legali.
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Prescrizione del risarcimento danni: un solo medico vince
Un gruppo di medici specializzandi ha richiesto allo Stato il risarcimento dei danni per la mancata attuazione delle direttive europee sulle borse di studio tra il 1983 e il 1991. Il Tribunale ha rigettato le domande ritenendo il diritto estinto. La Corte di Cassazione ha confermato che la prescrizione del risarcimento danni, di durata decennale, decorre dal 27 ottobre 1999. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso di un singolo medico. Per quest'ultimo, i giudici di merito avevano omesso di valutare una diffida inviata nel 2008, idonea a interrompere il decorso del tempo. Di conseguenza, mentre per la maggior parte dei medici il diritto è prescritto, per il singolo professionista la causa dovrà essere ridiscussa in appello.
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Prescrizione del risarcimento danni: medici contro Stato
Un gruppo di medici specializzandi ha chiesto allo Stato il risarcimento per la mancata remunerazione durante i corsi di specializzazione svolti tra il 1983 e il 1991, in violazione delle direttive europee. Il termine di prescrizione decennale decorreva dal 27 ottobre 1999. I medici avevano avviato un ricorso amministrativo nel 2000, poi estintosi per perenzione (inattività) nel 2010. Nel 2011 hanno promosso la causa civile. Le Sezioni Unite hanno rigettato il ricorso dei medici, confermando la prescrizione del risarcimento danni. La perenzione del processo amministrativo cancella l'effetto sospensivo permanente della prescrizione, lasciando solo l'effetto interruttivo istantaneo del 2000. Di conseguenza, nel 2011 il diritto era già scaduto. Vince lo Stato.
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Limiti della giurisdizione: no al ricorso per errore sulla prescrizione
Un'impresa elettrica ha richiesto all'Autorità di Regolazione l'integrazione delle tariffe per gli utili d'impresa relativi agli anni dal 1961 al 1986. L'Autorità ha respinto la richiesta per intervenuta prescrizione del diritto, decisione confermata dal Consiglio di Stato che ha individuato la decorrenza del termine nei decreti ministeriali del 1996. La società ha proposto ricorso in Cassazione, denunciando il superamento dei limiti della giurisdizione da parte del giudice amministrativo per aver erroneamente applicato le regole sulla prescrizione. Le Sezioni Unite hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'eventuale errore nell'individuazione della decorrenza della prescrizione costituisce un semplice errore di giudizio interno e non un superamento dei limiti della giurisdizione, escludendo così la possibilità di un controllo di legittimità da parte della Cassazione sulle decisioni del Consiglio di Stato.
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