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Decadenza — Anno 2026

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531 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Decadenza

Provvedimenti

Trasferimento d’azienda: il licenziamento tardivo non blocca la reintegra
Una lavoratrice ottiene il riconoscimento giudiziale del proprio rapporto di lavoro con una società cedente, ma viene subito licenziata per presunta assenza di sedi. Appreso che i punti vendita presso cui lavorava erano stati ceduti a un'azienda subentrante, ricorre in giudizio per far accertare il passaggio del contratto ex art. 2112 c.c. La Corte di Cassazione conferma la decisione d'appello a favore della dipendente, stabilendo un chiaro principio sul trasferimento d'azienda: l'azione per far valere il passaggio automatico del rapporto di lavoro non è soggetta ai termini di decadenza previsti per l'impugnazione dei licenziamenti. Inoltre, il licenziamento intimato dalla cedente dopo la cessione è del tutto inefficace e non impedisce la prosecuzione del rapporto con la subentrante, con diritto al recupero delle retribuzioni arretrate.
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Rimborso IRAP: termini di decadenza tra acconto e saldo
Un istituto bancario ha versato cautelativamente quote IRAP per gli anni 2013 e 2014 senza scomputare le deduzioni pluriennali sulle svalutazioni dei crediti. Successivamente la banca ha presentato istanze per ottenere il Rimborso IRAP versato in eccedenza. L'Agenzia delle Entrate ha respinto le richieste eccependo la decadenza per decorso del termine di quarantotto mesi dai singoli acconti. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni di merito dando ragione al contribuente. Il termine per il rimborso decorre dalla data del saldo quando l'acconto segue il metodo storico o viene assolto tramite compensazione, rendendo tempestiva l'istanza presentata.
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Rimborso IRAP: il termine decorre dal saldo e non dall’acconto
Un istituto bancario ha versato gli acconti IRAP per l'anno 2013 adottando il cosiddetto metodo storico, senza scomputare immediatamente la deduzione delle quote residue di svalutazione crediti maturate prima del 2005. Successivamente, la banca ha presentato istanza di rimborso IRAP per le imposte versate in eccesso. L'Amministrazione finanziaria ha eccepito la decadenza, sostenendo che il termine di quarantotto mesi decorresse dal giorno del pagamento dell'acconto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'istituto bancario. Quando il contribuente quantifica l'acconto secondo il metodo storico, la definitività del versamento eccedente emerge solo alla scadenza del saldo. Di conseguenza, il termine decadenziale di quarantotto mesi per richiedere il rimborso decorre dalla data di versamento del saldo o dal giorno in cui questo andava corrisposto, e non dal pagamento dell'acconto.
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Contratto a termine fondazioni liriche: danno ma no assunzione
Una tersicorea ha impugnato diversi contratti a termine stipulati con un teatro lirico, chiedendone la trasformazione a tempo indeterminato per abuso della reiterazione contrattuale. La Corte di Appello ha dichiarato illegittimo l'ultimo contratto, escludendo però l'assunzione a tempo indeterminato e riconoscendo soltanto un indennizzo di otto mensilità. La lavoratrice ha presentato ricorso in Cassazione invocando le direttive europee e la conversione del rapporto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. La legge vieta la stabilizzazione automatica del contratto a termine fondazioni liriche a causa dei vincoli concorsuali e di bilancio previsti per questi enti. La sanzione per l'abuso consiste esclusivamente nel risarcimento del danno comunitario, ritenuto pienamente conforme ai principi europei.
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Impugnazione contratto a termine: abuso e decadenza
Una lavoratrice ha contestato la successione di molteplici contratti a tempo determinato stipulati con una fondazione teatrale, sostenendo l'esistenza di un abuso e chiedendo la conversione del rapporto a tempo indeterminato. I giudici di merito hanno tuttavia rilevato che le parti avevano firmato specifici accordi conciliativi e che la lavoratrice era incorsa nella decadenza per non aver tempestivamente azionato l'impugnazione contratto a termine relativo al periodo contestato. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le pronunce precedenti, respingendo il ricorso della dipendente e ribadendo che i termini stringenti di decadenza operano a tutela della certezza dei rapporti giuridici, impedendo contestazioni tardive su contratti ormai consolidati e definiti tramite accordi conciliativi.
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Qualificazione della domanda giudiziale: no al cambio in appello
Il Committente ha citato in giudizio Il Professionista chiedendo il risarcimento dei danni per vizi e difetti strutturali in un fabbricato. Nell'atto di citazione iniziale, il proprietario ha fondato la causa sulla garanzia decennale prevista dall'articolo 1669 del codice civile. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per la tardività della denuncia dei vizi. Il Committente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che i giudici avrebbero dovuto interpretare la richiesta come azione contrattuale ordinaria, soggetta al termine di prescrizione decennale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La qualificazione della domanda giudiziale spetta infatti al giudice di merito, la cui interpretazione è incensurabile se motivata. Non è consentito modificare la natura dell'azione nel corso del processo senza le dovute forme. Il proprietario è stato condannato per lite temeraria.
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Gravi difetti di costruzione: il condominio vince in Cassazione
Un condominio ha citato in giudizio una società costruttrice per chiedere il risarcimento dei danni dovuti a gravi difetti di costruzione presenti nell'edificio. A seguito dell'amministrazione straordinaria dell'impresa, il condominio ha chiesto l'insinuazione al passivo per oltre 260.000 euro, cifra confermata da una perizia d'ufficio. Nonostante la riduzione dell'importo da parte dei commissari, il Tribunale ha accolto l'opposizione del condominio ammettendo l'intero credito. La società ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la tardività della denuncia e la mancanza di legittimazione dell'amministratore per i danni alle proprietà private. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il termine di un anno decorre dalla piena consapevolezza tecnica del danno e che l'amministratore può agire a tutela dell'intero immobile.
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Rettifica rendita catastale DOCFA: nessun limite di tempo
Il Contribuente presentava una dichiarazione di aggiornamento degli atti catastali per alcuni immobili di sua proprietà mediante procedura DOCFA. L'Agenzia delle Entrate notificava successivamente un avviso di accertamento con cui modificava il classamento e la rendita attribuita ai beni. Il proprietario ricorreva al giudice tributario lamentando l'estinzione del potere del Fisco per aver superato il termine di dodici mesi previsto dalla disciplina regolamentare. La Corte di Cassazione ha accolto le doglianze dell'amministrazione finanziaria, stabilendo che la **Rettifica rendita catastale DOCFA** può legittimamente intervenire anche oltre l'anno. Il termine annuale assegnato all'ufficio ha infatti natura meramente ordinatoria e non perentoria. Di conseguenza, il superamento del limite temporale non comporta alcuna decadenza per il Fisco, rendendo valido l'accertamento notificato al cittadino.
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Termine dilatorio avviso di accertamento: Fisco di fretta perde
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato a una società un avviso di accertamento per presunte operazioni inesistenti e IVA non dovuta, emettendo l'atto solo dodici giorni dopo la consegna del verbale di verifica. La legge impone tuttavia il rispetto del termine dilatorio avviso di accertamento di sessanta giorni, garantendo al contribuente la possibilità di difendersi prima della decisione finale. L'Ente ha giustificato la fretta adducendo l'imminente scadenza dei termini per l'accertamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che la semplice scadenza dei termini non costituisce un'urgenza valida se dipende da ritardi organizzativi interni del Fisco. Di conseguenza, i giudici hanno annullato integralmente l'atto impositivo e condannato l'Amministrazione al pagamento di tutte le spese di lite nei tre gradi di giudizio, confermando la piena vittoria della società contribuente.
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Decadenza dalla rateazione: la cartella esattoriale resta valida
Una società impugnava una cartella di pagamento emessa dopo il mancato versamento di rate concordate a seguito di una comunicazione di irregolarità fiscale. Il contribuente sosteneva che l'Amministrazione finanziaria fosse decaduta dal potere di riscossione e contestava vizi formali dell'atto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, sancendo che la decadenza dalla rateazione consente la notifica della cartella fino al 31 dicembre del secondo anno successivo alla scadenza della rata omessa. Tale termine biennale speciale ha natura puramente sollecitatoria e non perentoria. L'impresa è stata quindi condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Termine decadenza IMU: la Cassazione dà ragione al Comune
Il Comune ha notificato un avviso di accertamento agli Eredi del Contribuente per il parziale omesso versamento dell'imposta per l'anno 2012. Gli eredi sostenevano che l'atto fosse fuori tempo massimo, applicando il vecchio termine triennale. La Suprema Corte ha chiarito le regole sul termine decadenza IMU: la legge stabilisce un termine di cinque anni, che parte dal 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui il versamento doveva essere effettuato. Trattandosi dell'annualità 2012, il conteggio parte dal 2013 e la scadenza per la notifica cadeva il 31 dicembre 2017. Avendo il Comune notificato l'atto nel maggio 2017, la notifica è pienamente tempestiva. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso dell'Ente impositore e confermato la validità della richiesta di pagamento.
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Somministrazione di lavoro a termine: abuso e risarcimento
Un lavoratore ha svolto mansioni di operaio specializzato presso un Ente Pubblico per oltre quattro anni tramite continue proroghe contrattuali con un'agenzia interinale. Il dipendente ha chiesto l'assunzione a tempo indeterminato o il risarcimento del danno per abuso contrattuale. La Corte d'Appello ha riconosciuto il risarcimento di sei mensilità, accertando che l'ente ha coperto esigenze ordinarie e stabili violando i limiti temporali europei. L'Ente Pubblico ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che i contratti più vecchi erano decaduti e inutilizzabili in giudizio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: i contratti decaduti possono comunque essere valutati come fatti storici per dimostrare una reiterata somministrazione di lavoro a termine e confermare il conseguente risarcimento economico.
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Responsabilità socio società estinta: la notifica è valida
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a una ex socia un avviso di accertamento intestato a una società cancellata, indicando la donna quale debitrice coobbligata per debiti tributari non pagati. La contribuente non ha impugnato l'atto originario entro i sessanta giorni, contestando il debito solo davanti alla successiva iscrizione ipotecaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente impositore, dichiarando l'inammissibilità del ricorso originario. La cancellazione dell'ente genera un fenomeno successorio che legittima la notifica dell'atto ai soci senza la necessità di un nuovo accertamento nominale. La mancata contestazione tempestiva rende definitivo l'atto e consolida la responsabilità socio società estinta.
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Notifica cartella di pagamento: vince il Fisco dopo le intimazioni
L'Agente della Riscossione ha notificato al Contribuente un preavviso di ipoteca basato su diverse cartelle esattoriali per tributi erariali e locali. Il Contribuente ha impugnato l'atto lamentando la mancata notificazione degli atti presupposti e la prescrizione dei debiti. I giudici di secondo grado hanno annullato le pretese fiscali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente di riscossione. La Suprema Corte ha chiarito che la notifica cartella di pagamento eseguita direttamente via posta si prova con l'avviso di ricevimento. Inoltre, la mancata impugnazione di successive intimazioni di pagamento rende definitivi i debiti pregressi, impedendo contestazioni tardive.
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Agevolazioni prima casa accorpamento valide senza nuovo catasto
Un contribuente acquista un immobile adiacente alla propria abitazione per unificarli. L'Agenzia delle Entrate revoca le agevolazioni prima casa accorpamento perché il nuovo accatastamento non è avvenuto entro tre anni. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino. La Suprema Corte stabilisce che il beneficio fiscale spetta quando si realizza l'effettiva unione dei locali entro tre anni. La variazione al Catasto serve solo come prova. Di conseguenza, l'assenza del nuovo accatastamento entro il termine non fa perdere il bonus fiscale. Il contribuente vince la causa e l'Agenzia deve pagare le spese legali.
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Riqualificazione del reato e messa alla prova: la parola alla UE
L'Imputata riceve in anticipo le domande di un concorso pubblico da parte del Presidente della Commissione. La Procura contesta inizialmente la turbata libertà degli incanti. In sentenza, il giudice riqualifica il fatto in rivelazione di segreto d'ufficio. Il nuovo reato permette la messa alla prova, ma i termini per chiederla risultano ormai scaduti secondo la legge italiana. L'Imputata ricorre in Cassazione lamentando la lesione dei diritti di difesa. La Suprema Corte sospende il giudizio penale e dispone l'invio degli atti alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. I giudici europei dovranno stabilire se la disciplina nazionale sulla riqualificazione del reato e messa alla prova rispetti le garanzie comunitarie in tema di giusto processo.
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Credito d’imposta ricerca e sviluppo: no quadro RU, cade il bonus
L'Azienda ha utilizzato in compensazione il credito d'imposta ricerca e sviluppo per le spese sostenute in un anno precedente. L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento disconoscendo l'agevolazione. Il credito non era stato indicato nel quadro RU della dichiarazione dei redditi dell'anno di sostenimento dei costi. L'Azienda ha impugnato la cartella lamentando il mancato invio dell'avviso bonario e la natura formale dell'omissione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'indicazione del credito d'imposta ricerca e sviluppo nella dichiarazione dell'anno di maturazione è richiesta a pena di decadenza. L'omissione costituisce una scelta negoziale non emendabile con dichiarazione integrativa. Inoltre, il controllo automatizzato è legittimo senza preventivo avviso se l'errore emerge direttamente dai dati dichiarati. L'Azienda perde il beneficio tributario e deve pagare le spese legali.
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Termine ricorso cassazione fallimento e notifica della curatela
Una società ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che confermava la dichiarazione di fallimento. Il ricorso è giunto dopo che la Curatela fallimentare aveva già notificato il provvedimento alla società. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'atto. Il principio centrale stabilisce che il termine ricorso cassazione fallimento è di trenta giorni dalla notifica della sentenza. Tale termine perentorio vale anche nel giudizio di rinvio. La notifica effettuata dalla curatela equivale a quella della cancelleria. L'impresa ha superato la scadenza dei trenta giorni dalla ricezione dell'atto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso e ha condannato la società al pagamento delle spese di giudizio e al raddoppio del contributo unificato.
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Fideiussione omnibus: la Cassazione sospende la decisione
Un garante impugna una cartella esattoriale notificata per un debito societario, eccependo la nullità della fideiussione omnibus sottoscritta. Il fideiussore evidenzia che il contratto riproduce clausole dello schema ABI dichiarate illecite per violazione delle norme antitrust sulla concorrenza. Il garante sostiene inoltre che l'istituto di credito è decaduto dal diritto di escutere la garanzia per non aver agito tempestivamente nei confronti del debitore principale. La Corte di Cassazione sospende la decisione e rinvia la causa a nuovo ruolo. I giudici attendono la pronuncia delle Sezioni Unite, interpellate per chiarire la portata della nullità antitrust sulle clausole di deroga ai termini di legge e le relative conseguenze per il creditore.
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Cessione d’azienda in frode al Fisco: debiti senza limiti
Una società acquirente ha rilevato un ramo d'azienda da una società cedente gravata da ingenti debiti tributari. L'Agente della Riscossione ha notificato alla società acquirente un'intimazione di pagamento per oltre 1,7 milioni di euro. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità solidale e illimitata della società acquirente, ravvisando una vera e propria Cessione d'azienda in frode al Fisco. I giudici hanno accertato la continuità dei proprietari tra le due società e il trasferimento mirato delle uniche attività redditizie, lasciando alla società cedente solo crediti inesigibili. La Cassazione ha chiarito che in caso di frode non valgono i limiti di responsabilità previsti dalla legge né la mancanza di debiti nel certificato fiscale. Inoltre, la notifica tempestiva delle cartelle alla società cedente evita qualsiasi decadenza nei confronti dell'acquirente coobbligato. La società acquirente perde il ricorso e deve pagare le spese di giudizio.
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