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Daspo Urbano

43 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Acronimo di 'Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive' esteso a contesti urbani. È una misura di prevenzione che vieta a una persona di accedere a determinati luoghi pubblici per ragioni di sicurezza.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Daspo urbano in un locale: la Cassazione rigetta il ricorso
Un uomo coinvolto in una rissa all'interno di un bar ha subito un Daspo urbano emesso dal Questore, con l'obbligo di presentarsi alla polizia il sabato sera per sei mesi. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il giudice non avesse valutato altre misure cautelari pendenti e la proporzionalità della durata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa non ha allegato i documenti richiesti al fascicolo di convalida. Inoltre, quando una misura viene irrogata nella durata minima di legge, non occorre una motivazione specifica se non vi sono contestazioni puntuali. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione del Daspo urbano: confermata la condanna in Cassazione
Un cittadino è stato condannato per l'esercizio dell'attività di parcheggiatore abusivo e per la violazione del Daspo urbano, per essersi trattenuto in un'area da cui il Questore lo aveva allontanato per dodici mesi. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la mancata traduzione del provvedimento amministrativo e sostenendo di non aver svolto la condotta contestata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La censura sulla legittimità dell'ordine questorile non era stata sollevata in appello, violando il principio devolutivo, e difettava di autosufficienza per mancata allegazione dell'atto. Le contestazioni sui reati costituiscono una mera riproposizione di difese già valutate dai giudici di merito. Il ricorrente perde il giudizio ed è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Daspo urbano e decoro: vendere calamite non è reato
Un venditore ambulante è stato condannato per aver violato il divieto di accesso a una piazza monumentale, dove vendeva calamite ai turisti senza autorizzazione. Il Questore aveva emesso la misura preventiva contestando la lesione del decoro cittadino. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che il Daspo urbano richiede un concreto pericolo di commissione di reati e non una generica violazione del decoro urbano. La semplice vendita abusiva priva di minacce o molestie non giustifica la sanzione penale.
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DASPO urbano: legittimo il divieto per chi ha precedenti penali
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un soggetto per il reato di evasione e per la violazione del divieto di accesso ad aree urbane. L'imputato contestava la legittimità del DASPO urbano emesso dal Questore, sostenendo l'assenza dei presupposti per la limitazione della propria libertà di circolazione. I giudici di merito avevano accertato che il provvedimento amministrativo poggiava su una solida motivazione, supportata da plurimi precedenti penali per furto, danneggiamento e inottemperanza al foglio di via. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché l'imputato si è limitato a riproporre censure di fatto già respinte, senza evidenziare vizi logici o violazioni di legge. Il ricorrente deve quindi scontare la pena detentiva inflitta e versare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Parcheggiatore abusivo: condanna penale anche senza denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un parcheggiatore abusivo colto a indirizzare le auto vicino al capolinea dei bus urbani. L'uomo aveva violato il divieto di accesso alle aree pubbliche imposto dal Questore tramite DASPO urbano. La difesa sosteneva l'assenza di reato poiché l'imputato non aveva ricevuto denaro dagli automobilisti e contestava la legittimità del divieto questorile. I giudici hanno chiarito che il reato di parcheggiatore abusivo scatta anche senza compenso economico se il soggetto è già stato sanzionato in precedenza. Inoltre, le contestazioni contro il provvedimento del Questore spettano al giudice amministrativo e non a quello penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione del Daspo urbano: confermata la condanna penale
Un uomo ha subito la condanna penale per la violazione del Daspo urbano dopo aver violato il divieto di accesso emesso dal Questore per la piazza antistante una clinica medica. Il soggetto esercitava abusivamente l'attività di parcheggiatore, ostacolando l'accesso e la libera fruizione degli spazi pubblici da parte degli utenti della struttura sanitaria. L'imputato ha contestato la legittimità del provvedimento amministrativo, sostenendo l'assenza di motivazioni concrete circa la propria pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il decreto del Questore era pienamente legittimo e motivato, poiché la condotta molesta e reiterata del parcheggiatore abusivo limitava la libertà di circolazione dei cittadini, generando un concreto pericolo per la sicurezza e l'ordine pubblico nell'area interessata.
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Parcheggiatore abusivo: reato senza compenso ma Daspo annullato
Un uomo ha subito una condanna per aver svolto l'attività di parcheggiatore abusivo dopo una precedente sanzione e per aver violato il divieto di accesso alle aree urbane imposto dal Questore. L'imputato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo di non aver ricevuto compensi in denaro e contestando la legittimità del divieto questorile. La Suprema Corte ha confermato la condanna per la condotta di parcheggiatore abusivo, stabilendo che il reato sussiste anche senza incasso materiale di denaro. Al contempo, i giudici hanno annullato la condanna relativa al divieto di accesso urbano: la misura del Questore richiede un pericolo concreto di commissione di reati e non una generica accusa di intralcio al traffico.
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DASPO urbano: divieto valido anche senza convalida del giudice
Due cittadini hanno violato il provvedimento del Questore che vietava loro di accedere e sostare in una specifica piazza cittadina per dodici mesi. I giudici di merito hanno condannato entrambi alla pena di sei mesi di arresto. I condannati hanno proposto ricorso per cassazione, sostenendo che il divieto fosse del tutto inefficace per mancata convalida da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il DASPO urbano in forma semplice limita la sola libertà di circolazione e non richiede alcuna convalida del giudice per essere pienamente efficace e vincolante.
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Daspo urbano violato: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 9 mesi e 15 giorni di reclusione per un uomo accusato di violenza contro un addetto ai trasporti e di ripetute violazioni del Daspo urbano (il divieto di accesso alle aree della Stazione Centrale di Milano). La difesa sosteneva l'illegittimità del provvedimento del Questore, invocando i limiti fissati dalla Corte Costituzionale. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno ritenuto il divieto pienamente valido. Il soggetto, infatti, presentava numerosi precedenti penali (rapina, furto, spaccio) e condotte moleste concrete, elementi che giustificavano un reale pericolo per la sicurezza pubblica. L'appello è stato quindi rigettato, confermando la colpevolezza dell'imputato.
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Violazione del DASPO urbano: la povertà non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di arresto per la violazione del DASPO urbano. Il trasgressore era stato sorpreso in un'area di Taranto a lui vietata, dove esercitava l'attività di parcheggiatore abusivo. La difesa ha sostenuto che la presenza sul posto fosse giustificata dalla necessità di procurarsi denaro per le esigenze primarie di vita. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità economica non costituisce una causa di giustificazione idonea a escludere la punibilità del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Daspo urbano: il parcheggiatore abusivo perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per la violazione del Daspo urbano e per esercizio abusivo dell'attività di parcheggiatore. Il trasgressore era stato sorpreso in un'area di parcheggio a Milano a lui interdetta da un provvedimento del Questore. La difesa ha sostenuto l'illegittimità del divieto e la mancata comprensione della lingua italiana da parte dell'imputato. I giudici hanno respinto le tesi difensive, evidenziando che la legittimità del provvedimento amministrativo non era stata contestata in appello e che l'imputato conosceva l'italiano, visti i numerosi precedenti penali specifici. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Medesimo disegno criminoso: no allo sconto se è stile di vita
Una persona, condannata per aver violato ripetutamente un divieto di accesso a determinate aree urbane (c.d. 'daspo urbano'), ha chiesto di unificare le pene sostenendo l'esistenza di un medesimo disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un principio importante. La semplice ripetizione di reati identici non dimostra automaticamente la presenza di un piano criminale unitario. Al contrario, può essere l'espressione di una 'scelta di vita' basata sulla sistematica violazione della legge. In questo caso, non si applica il trattamento di favore del reato continuato, poiché manca la programmazione iniziale di tutti gli illeciti. La condannata, quindi, non ha ottenuto lo sconto di pena.
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Daspo Urbano: Parcheggiatrice Abusiva Condannata, Giudice Inerme
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per la violazione di un **Daspo urbano**. Il provvedimento era stato emesso nei confronti di una persona per la sua ripetuta attività di parcheggiatrice abusiva. L'imputata, ignorando il divieto, aveva nuovamente acceduto all'area interdetta. La difesa sosteneva l'illegittimità del Daspo, ma la Corte ha stabilito un principio fondamentale: il giudice penale non può valutare nel merito la pericolosità della persona, decisione che spetta al Questore. Il suo controllo si limita alla legalità formale dell'atto. Poiché il Daspo era formalmente corretto e non era stato impugnato in sede amministrativa, la sua violazione costituisce reato e la condanna è legittima.
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Daspo Urbano Violato: Parcheggiatore Perde e Paga in Cassazione
Un uomo viene condannato per aver svolto l'attività di parcheggiatore abusivo e, soprattutto, per aver violato un Daspo urbano che gli vietava l'accesso a quella specifica zona della città. L'uomo presenta ricorso alla Corte di Cassazione, ma lo fa in modo generico, senza specificare i motivi legali della sua contestazione. La Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando in via definitiva la condanna. Oltre alle pene già inflitte, l'uomo deve pagare le spese processuali e un'ulteriore sanzione di 3.000 euro.
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Violazione Daspo Urbano: da multa a condanna penale per un ordine
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per un soggetto che aveva ignorato un ordine del Questore. L'uomo aveva ricevuto un Daspo Urbano che gli vietava di frequentare una piazza, ma non ha rispettato il divieto. La difesa sosteneva che dovesse applicarsi solo una sanzione amministrativa, come per i parcheggiatori abusivi. I giudici hanno invece stabilito un principio chiaro: la violazione Daspo Urbano costituisce il reato autonomo di inosservanza di un provvedimento dell'autorità (art. 650 c.p.). L'illecito non è l'attività originaria, ma la disobbedienza all'ordine ricevuto, che ha rilevanza penale.
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Daspo urbano e parcheggiatori: quando il divieto è nullo
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un uomo accusato di aver violato un daspo urbano emesso dal Questore. L'imputato esercitava abusivamente l'attività di parcheggiatore nei pressi di una struttura sanitaria. Secondo i giudici, il provvedimento amministrativo era illegittimo poiché privo di una motivazione concreta sul pericolo per la sicurezza pubblica. La semplice ripetizione dell'attività di parcheggiatore abusivo, pur ledendo il decoro urbano, non implica automaticamente un rischio per l'incolumità dei cittadini. Mancando prove di condotte moleste o minacciose, la motivazione del Questore è stata giudicata apparente, portando all'annullamento della sentenza con rinvio per un nuovo giudizio.
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Daspo Urbano: basta la presenza per il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per la violazione del Daspo Urbano, ovvero il divieto di accesso a determinate aree cittadine emesso dal Questore. Il ricorrente era stato sorpreso in una zona interdetta con un borsello, equipaggiamento tipico dei parcheggiatori abusivi. La difesa sosteneva che non vi fosse prova dello svolgimento dell'attività illecita al momento del controllo. La Suprema Corte ha però stabilito che il reato si configura per la semplice violazione del divieto di accesso, rendendo irrilevante l'effettiva prosecuzione dell'attività che aveva originato il provvedimento amministrativo.
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DASPO Urbano: validità del contraddittorio cartolare
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per violazione del DASPO Urbano, dichiarando inammissibile il ricorso di un cittadino. Il ricorrente contestava la mancata convocazione in udienza per la convalida del provvedimento questorile. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che per il DASPO Urbano si applica il regime del contraddittorio cartolare, previsto dalla normativa sulle manifestazioni sportive, rendendo superflua la presenza fisica dell'interessato davanti al giudice.
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Daspo urbano: sanzioni penali per la violazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per aver violato un provvedimento di Daspo urbano. La difesa invocava l'applicazione della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche, ma i giudici hanno confermato la gravità della condotta. Il ricorrente, infatti, aveva agito in totale spregio del divieto imposto dal Questore e presentava numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio e la fede pubblica. La decisione ribadisce che la reiterazione dei comportamenti e la personalità del reo precludono benefici sanzionatori in caso di violazione delle misure di sicurezza urbana.
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DASPO urbano: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per la violazione del DASPO urbano. L'imputata era stata sorpresa in stato di alterazione alcolica presso un locale pubblico nonostante il divieto imposto dal Questore. La Suprema Corte ha confermato la validità della sentenza di merito, sottolineando che il ricorso si limitava a contestare accertamenti di fatto già logicamente motivati dai giudici precedenti, ribadendo la responsabilità penale per l'inosservanza del provvedimento amministrativo.
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