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art. 10 d.l. n. 14 del 2017

6 provvedimenti

DASPO urbano: legittimo il divieto per chi ha precedenti penali
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un soggetto per il reato di evasione e per la violazione del divieto di accesso ad aree urbane. L'imputato contestava la legittimità del DASPO urbano emesso dal Questore, sostenendo l'assenza dei presupposti per la limitazione della propria libertà di circolazione. I giudici di merito avevano accertato che il provvedimento amministrativo poggiava su una solida motivazione, supportata da plurimi precedenti penali per furto, danneggiamento e inottemperanza al foglio di via. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché l'imputato si è limitato a riproporre censure di fatto già respinte, senza evidenziare vizi logici o violazioni di legge. Il ricorrente deve quindi scontare la pena detentiva inflitta e versare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione del DASPO urbano: la povertà non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di arresto per la violazione del DASPO urbano. Il trasgressore era stato sorpreso in un'area di Taranto a lui vietata, dove esercitava l'attività di parcheggiatore abusivo. La difesa ha sostenuto che la presenza sul posto fosse giustificata dalla necessità di procurarsi denaro per le esigenze primarie di vita. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità economica non costituisce una causa di giustificazione idonea a escludere la punibilità del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Daspo urbano e parcheggiatori: quando il divieto è nullo
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un uomo accusato di aver violato un daspo urbano emesso dal Questore. L'imputato esercitava abusivamente l'attività di parcheggiatore nei pressi di una struttura sanitaria. Secondo i giudici, il provvedimento amministrativo era illegittimo poiché privo di una motivazione concreta sul pericolo per la sicurezza pubblica. La semplice ripetizione dell'attività di parcheggiatore abusivo, pur ledendo il decoro urbano, non implica automaticamente un rischio per l'incolumità dei cittadini. Mancando prove di condotte moleste o minacciose, la motivazione del Questore è stata giudicata apparente, portando all'annullamento della sentenza con rinvio per un nuovo giudizio.
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Disegno criminoso e reati seriali: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un soggetto condannato per plurime violazioni legate all'attività di parcheggiatore abusivo e Daspo urbano. Il ricorrente chiedeva il riconoscimento della continuazione, sostenendo che i reati fossero parte di un unico disegno criminoso volto al sostentamento familiare. La Suprema Corte ha chiarito che la reiterazione sistematica di condotte illecite per trarne profitto quotidiano non configura una programmazione unitaria, bensì un sistema di vita improntato al crimine. Tale distinzione impedisce l'applicazione del beneficio sanzionatorio previsto per il reato continuato.
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Daspo Urbano: basta la presenza per il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per la violazione del Daspo Urbano, ovvero il divieto di accesso a determinate aree cittadine emesso dal Questore. Il ricorrente era stato sorpreso in una zona interdetta con un borsello, equipaggiamento tipico dei parcheggiatori abusivi. La difesa sosteneva che non vi fosse prova dello svolgimento dell'attività illecita al momento del controllo. La Suprema Corte ha però stabilito che il reato si configura per la semplice violazione del divieto di accesso, rendendo irrilevante l'effettiva prosecuzione dell'attività che aveva originato il provvedimento amministrativo.
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Divieto di accesso: basta entrare per il reato
Un soggetto condannato per la violazione di un divieto di accesso emesso dal Questore ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua semplice presenza, senza un effettivo "stazionamento", non fosse sufficiente per configurare il reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che per la violazione del divieto di accesso è sufficiente il mero ingresso nell'area proibita, rendendo irrilevante la distinzione tra transito e sosta, soprattutto quando il provvedimento originale prevedeva percorsi alternativi.
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