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D.L. 14/2017

58 provvedimenti

Daspo urbano in un locale: la Cassazione rigetta il ricorso
Un uomo coinvolto in una rissa all'interno di un bar ha subito un Daspo urbano emesso dal Questore, con l'obbligo di presentarsi alla polizia il sabato sera per sei mesi. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il giudice non avesse valutato altre misure cautelari pendenti e la proporzionalità della durata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa non ha allegato i documenti richiesti al fascicolo di convalida. Inoltre, quando una misura viene irrogata nella durata minima di legge, non occorre una motivazione specifica se non vi sono contestazioni puntuali. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Convalida DASPO: Termini violati ma misura valida? La Cassazione decide
Un tifoso riceve un DASPO (divieto di partecipare a eventi sportivi e obbligo di firma) dopo disordini tra tifoserie. Contesta la tardiva richiesta di convalida del provvedimento da parte del Pubblico Ministero. La Cassazione ha rigettato il ricorso del tifoso. Ha chiarito che la misura di prevenzione non perde efficacia se il Pubblico Ministero chiede la convalida oltre le 48 ore, purché il Giudice per le Indagini Preliminari (G.I.P.) convalidi il provvedimento entro il termine complessivo di 96 ore dalla notifica iniziale. Il rispetto del termine complessivo di 96 ore è cruciale per la validità della convalida DASPO.
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Violazione del divieto di accesso: condanna ferma e multa
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per la violazione del divieto di accesso stabilito dal Questore per motivi di sicurezza urbana. La difesa sosteneva che il provvedimento fosse privo di motivazione adeguata e richiedeva inoltre la concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'ordine di divieto del Questore era ampiamente motivato dai rischi per l'ordine pubblico. Inoltre, l'esclusione delle attenuanti generiche risulta corretta a causa dei precedenti penali e delle ripetute infrazioni commesse dal condannato. L'imputato deve quindi pagare le spese processuali e la sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Violazione del Daspo urbano: confermata la condanna in Cassazione
Un cittadino è stato condannato per l'esercizio dell'attività di parcheggiatore abusivo e per la violazione del Daspo urbano, per essersi trattenuto in un'area da cui il Questore lo aveva allontanato per dodici mesi. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la mancata traduzione del provvedimento amministrativo e sostenendo di non aver svolto la condotta contestata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La censura sulla legittimità dell'ordine questorile non era stata sollevata in appello, violando il principio devolutivo, e difettava di autosufficienza per mancata allegazione dell'atto. Le contestazioni sui reati costituiscono una mera riproposizione di difese già valutate dai giudici di merito. Il ricorrente perde il giudizio ed è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Divieto di accesso DACUR: valido anche senza convalida
Un cittadino ha impugnato la condanna penale subita per aver violato il divieto di accesso DACUR imposto dal Questore per dodici mesi in alcune vie cittadine. La difesa sosteneva che il provvedimento fosse inefficace per mancanza della convalida del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il divieto di accesso DACUR ordinario, previsto per condotte reiterate, non richiede alcuna preventiva convalida giudiziaria per essere valido. Tale controllo del giudice serve solo nelle ipotesi più gravi riguardanti soggetti già condannati per reati specifici. Di conseguenza, la violazione del divieto costituisce reato ed il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Daspo urbano e decoro: vendere calamite non è reato
Un venditore ambulante è stato condannato per aver violato il divieto di accesso a una piazza monumentale, dove vendeva calamite ai turisti senza autorizzazione. Il Questore aveva emesso la misura preventiva contestando la lesione del decoro cittadino. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che il Daspo urbano richiede un concreto pericolo di commissione di reati e non una generica violazione del decoro urbano. La semplice vendita abusiva priva di minacce o molestie non giustifica la sanzione penale.
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Povertà e pena pecuniaria sostitutiva: la Cassazione
La Corte di appello confermava la condanna a sei mesi e venti giorni di arresto per Il Condannato, negando la conversione del carcere in sanzione economica a causa delle sue condizioni di povertà. Il difensore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la mancata applicazione della pena pecuniaria sostitutiva. La Suprema Corte ha accolto il ricorso in conformità alla decisione delle Sezioni Unite: le difficoltà economiche non giustificano il rigetto della richiesta, ma incidono unicamente sul calcolo dell'importo giornaliero da versare. I giudici di legittimità hanno quindi annullato la sentenza impugnata, disponendo un nuovo giudizio.
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Parcheggiatore abusivo: condanna penale anche senza denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un parcheggiatore abusivo colto a indirizzare le auto vicino al capolinea dei bus urbani. L'uomo aveva violato il divieto di accesso alle aree pubbliche imposto dal Questore tramite DASPO urbano. La difesa sosteneva l'assenza di reato poiché l'imputato non aveva ricevuto denaro dagli automobilisti e contestava la legittimità del divieto questorile. I giudici hanno chiarito che il reato di parcheggiatore abusivo scatta anche senza compenso economico se il soggetto è già stato sanzionato in precedenza. Inoltre, le contestazioni contro il provvedimento del Questore spettano al giudice amministrativo e non a quello penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione Daspo urbano: la finta barriera linguistica non salva
Un cittadino straniero impugna la condanna per la violazione Daspo urbano, sostenendo di non aver compreso il divieto d'accesso emesso dal Questore a causa della barriera linguistica. L'Imputato lamenta inoltre che il provvedimento difettasse di motivazione e che il giudice penale dovesse disapplicarlo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la contestazione sull'atto amministrativo andava sollevata nei gradi precedenti e dinanzi al TAR. Riguardo alla presunta mancata conoscenza dell'italiano, la Corte rileva che l'uomo risiede in Italia da molti anni e vanta sedici precedenti processi per il medesimo reato. Di conseguenza, l'imputato era pienamente consapevole del divieto. Il ricorso viene respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Omessa notifica al difensore di fiducia: condanna annullata
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato in appello, il quale ha lamentato la mancata convocazione del proprio legale di fiducia. L'autorità giudiziaria aveva infatti notificato l'atto di citazione per l'udienza di secondo grado a un professionista diverso da quello regolarmente incaricato fin dal primo grado e mai revocato. I giudici di legittimità hanno accertato che l'omessa notifica al difensore di fiducia integra una nullità assoluta e insanabile del processo di secondo grado per lesione del diritto di difesa. La Suprema Corte ha pertanto annullato la sentenza impugnata senza rinvio, ordinando la restituzione degli atti alla Corte d'Appello per rinnovare correttamente il procedimento garantendo la presenza del difensore legittimo.
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Violazione del Daspo urbano: confermata la condanna penale
Un uomo ha subito la condanna penale per la violazione del Daspo urbano dopo aver violato il divieto di accesso emesso dal Questore per la piazza antistante una clinica medica. Il soggetto esercitava abusivamente l'attività di parcheggiatore, ostacolando l'accesso e la libera fruizione degli spazi pubblici da parte degli utenti della struttura sanitaria. L'imputato ha contestato la legittimità del provvedimento amministrativo, sostenendo l'assenza di motivazioni concrete circa la propria pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il decreto del Questore era pienamente legittimo e motivato, poiché la condotta molesta e reiterata del parcheggiatore abusivo limitava la libertà di circolazione dei cittadini, generando un concreto pericolo per la sicurezza e l'ordine pubblico nell'area interessata.
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Parcheggiatore abusivo: reato senza compenso ma Daspo annullato
Un uomo ha subito una condanna per aver svolto l'attività di parcheggiatore abusivo dopo una precedente sanzione e per aver violato il divieto di accesso alle aree urbane imposto dal Questore. L'imputato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo di non aver ricevuto compensi in denaro e contestando la legittimità del divieto questorile. La Suprema Corte ha confermato la condanna per la condotta di parcheggiatore abusivo, stabilendo che il reato sussiste anche senza incasso materiale di denaro. Al contempo, i giudici hanno annullato la condanna relativa al divieto di accesso urbano: la misura del Questore richiede un pericolo concreto di commissione di reati e non una generica accusa di intralcio al traffico.
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DASPO urbano: divieto valido anche senza convalida del giudice
Due cittadini hanno violato il provvedimento del Questore che vietava loro di accedere e sostare in una specifica piazza cittadina per dodici mesi. I giudici di merito hanno condannato entrambi alla pena di sei mesi di arresto. I condannati hanno proposto ricorso per cassazione, sostenendo che il divieto fosse del tutto inefficace per mancata convalida da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il DASPO urbano in forma semplice limita la sola libertà di circolazione e non richiede alcuna convalida del giudice per essere pienamente efficace e vincolante.
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Daspo urbano violato: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 9 mesi e 15 giorni di reclusione per un uomo accusato di violenza contro un addetto ai trasporti e di ripetute violazioni del Daspo urbano (il divieto di accesso alle aree della Stazione Centrale di Milano). La difesa sosteneva l'illegittimità del provvedimento del Questore, invocando i limiti fissati dalla Corte Costituzionale. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno ritenuto il divieto pienamente valido. Il soggetto, infatti, presentava numerosi precedenti penali (rapina, furto, spaccio) e condotte moleste concrete, elementi che giustificavano un reale pericolo per la sicurezza pubblica. L'appello è stato quindi rigettato, confermando la colpevolezza dell'imputato.
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Divieto di reformatio in peius: salvata la sospensione della pena
L'Imputato è stato condannato per non aver rispettato l'obbligo di firma legato a un DASPO urbano. Il Tribunale gli ha concesso la sospensione condizionale della pena. La Corte d'Appello, su solo gravame dell'Imputato, ha confermato la condanna ma ha revocato d'ufficio il beneficio della sospensione condizionale, ritenendolo illegittimo. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la revoca del beneficio, stabilendo che il giudice d'appello non può peggiorare la situazione del condannato in assenza di un ricorso del Pubblico Ministero, nel pieno rispetto del divieto di reformatio in peius.
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Inammissibilità dell’appello penale: la Cassazione riapre il caso
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con cui la Corte d'Appello aveva dichiarato l'inammissibilità dell'appello penale per genericità dei motivi. L'imputata, condannata per aver violato il divieto di accesso alla stazione ferroviaria, aveva giustificato la sua presenza con lo stato di bisogno e la ricerca di assistenza sociale. La Corte d'Appello aveva liquidato il ricorso come generico, ma era poi entrata nel merito delle contestazioni per dimostrarne l'infondatezza. La Cassazione ha chiarito che il giudice d'appello non può dichiarare inammissibile un ricorso valutando la sua infondatezza nel merito, poiché l'inammissibilità per difetto di specificità deve essere interpretata in modo restrittivo e limitata ai soli casi di totale assenza di argomentazioni. Gli atti sono stati trasmessi nuovamente alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Inammissibilità dell’appello: la Cassazione difende i vulnerabili
Una donna di etnia sinti e senza fissa dimora viene condannata per aver violato il divieto di accesso alla stazione ferroviaria. La Corte d'appello dichiara l'appello inammissibile per genericità dei motivi. La Corte di Cassazione annulla questa decisione. I giudici di legittimità chiariscono che il giudice d'appello non può pronunciare l'inammissibilità dell'appello valutando surrettiziamente il merito delle contestazioni (ritenendole infondate), ma deve limitarsi a verificare se i motivi siano specifici e correlati alla sentenza di primo grado. Poiché la difesa aveva sollevato argomenti precisi sulla vulnerabilità della donna e sull'assenza di dolo, l'appello andava discusso nel merito e non liquidato come inammissibile. Gli atti tornano alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Daspo urbano: il parcheggiatore abusivo perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per la violazione del Daspo urbano e per esercizio abusivo dell'attività di parcheggiatore. Il trasgressore era stato sorpreso in un'area di parcheggio a Milano a lui interdetta da un provvedimento del Questore. La difesa ha sostenuto l'illegittimità del divieto e la mancata comprensione della lingua italiana da parte dell'imputato. I giudici hanno respinto le tesi difensive, evidenziando che la legittimità del provvedimento amministrativo non era stata contestata in appello e che l'imputato conosceva l'italiano, visti i numerosi precedenti penali specifici. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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DASPO Incostituzionale: Annullata Condanna per Divieto di Accesso
Un Lavoratore aveva ricevuto un DASPO antirissa, un divieto di accesso a pubblici esercizi, dopo un alterco. È stato poi condannato per aver violato tale divieto. La difesa ha contestato la legittimità del provvedimento. Durante il processo, la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del DASPO provinciale (art. 13-bis, d.l. 14/2017) perché non prevedeva le garanzie di libertà personale. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha annullato la condanna del Lavoratore, poiché il fatto non sussisteva, essendo basato su una norma incostituzionale. Questa sentenza evidenzia l'importanza della Illegittimità costituzionale DASPO e delle garanzie individuali.
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DASPO urbano: in metro nonostante il divieto, condanna confermata
Una donna, già destinataria di un Divieto di accesso aree urbane (DASPO urbano) per la sua pericolosità sociale derivante da precedenti per furto e rapina, viene condannata per essere transitata sulla banchina di una stazione metropolitana. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo due principi chiave. Primo: la legittimità del provvedimento del Questore non può essere discussa nel processo penale, ma solo in sede amministrativa. Secondo: i numerosi precedenti penali giustificano pienamente il diniego delle attenuanti generiche, poiché dimostrano una personalità incline a delinquere. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'aggiunta del pagamento di una sanzione pecuniaria.
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