Il divieto di accesso e la misura del DASPO urbano
Il Questore può vietare la frequentazione di specifiche aree urbane a chi crea disordini o degrado. Questa misura interdittiva prende il nome di DASPO urbano e mira a proteggere la sicurezza pubblica nelle città. Molti cittadini ritengono erroneamente che ogni divieto imposto dalla polizia richieda sempre il controllo immediato di un giudice. La Corte di Cassazione ha chiarito i confini di questo potere amministrativo.
Due persone hanno ricevuto dal Questore il divieto di stazionare in una nota piazza cittadina per la durata di un anno. I destinatari non hanno rispettato l’ordine e sono tornati nell’area interdetta. Le forze dell’ordine hanno denunciato entrambi i soggetti per l’inosservanza della misura di prevenzione.
La violazione del divieto e la tesi difensiva
I giudici di merito hanno condannato i trasgressori alla pena di sei mesi di arresto ciascuno. La difesa ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione. Il difensore ha sostenuto la totale inefficacia del provvedimento questorile.
Secondo la tesi difensiva, l’autorità di polizia doveva trasmettere il provvedimento al pubblico ministero per la tempestiva convalida giudiziale (la conferma dell’atto da parte del giudice). Poiché tale passaggio non era avvenuto, la difesa riteneva il divieto nullo e privo di qualsiasi effetto penale.
La distinzione tra forma semplice e forma aggravata del DASPO urbano
La normativa sulla sicurezza delle città prevede due tipologie differenti di divieto di accesso. La prima forma è quella semplice, disposta dal Questore per impedire l’accesso a determinate zone dopo reiterate violazioni amministrative. Questa misura comporta unicamente una limitazione della libertà di movimento nello spazio pubblico.
La seconda forma è quella aggravata, applicabile a soggetti già condannati per gravi reati contro la persona o il patrimonio. In questo secondo caso possono essere imposti obblighi aggiuntivi molto stringenti, come l’obbligo di presentarsi periodicamente presso un ufficio di polizia. Solo quando la misura tocca direttamente la libertà personale scatta la necessità di una convalida da parte dell’autorità giudiziaria.
Le motivazioni dei giudici sulla validità del DASPO urbano
I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive con un ragionamento lineare. Il provvedimento contestato agli imputati rientrava pienamente nella misura ordinaria di divieto di accesso. La legge non prevede alcun obbligo di convalida giudiziale per i divieti che limitano la sola circolazione territoriale.
Il controllo di legalità su questi atti spetta semmai al giudice amministrativo su tempestivo ricorso dell’interessato. Il Questore aveva motivato correttamente la pericolosità sociale dei soggetti sulla base dei loro precedenti. Il divieto era quindi immediatamente esecutivo e vincolante per i destinatari al momento del controllo.
Le conclusioni sul mancato rispetto del DASPO urbano
La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna penale inflitta ai due ricorrenti. Chi riceve un divieto di accesso alle aree urbane deve rispettarlo sin dal giorno della notifica formale.
La mancata convalida da parte del giudice per le indagini preliminari non rende nullo il divieto ordinario. La violazione della misura comporta conseguenze penali severe, inclusa la reclusione, e impone il pagamento delle spese processuali.
Il DASPO urbano semplice richiede sempre la convalida di un magistrato?
No, la misura semplice che vieta l’accesso a determinate aree limita solo la circolazione e non necessita della convalida giudiziale per essere valida ed efficace.
Cosa rischia chi viola il divieto di accesso imposto dal Questore?
Il soggetto che non rispetta il divieto commette un reato ed è punibile con la pena dell’arresto da sei mesi fino a due anni a seconda della gravità della misura.
Come ci si può difendere da un divieto di accesso ritenuto illegittimo?
L’interessato può contestare il provvedimento del Questore proponendo ricorso davanti al tribunale amministrativo regionale competente.