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Danno In Re Ipsa

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279 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Distanze legali tra costruzioni: accordo nullo e demolizione
Due vicini stipulano nel 1982 un accordo privato per derogare alle distanze di confine. Tuttavia, la firma viene apposta dal figlio del proprietario senza una delega scritta. La Corte di Cassazione conferma la nullità dell'accordo per difetto di procura. Di conseguenza, trovano applicazione le regole ordinarie sulle distanze legali tra costruzioni. I proprietari confinanti che hanno realizzato una terrazza in cemento armato e sopraelevato un locale forno a meno di tre metri dal confine sono condannati alla demolizione o all'arretramento delle opere. La Suprema Corte rigetta il ricorso dei costruttori abusivi, confermando l'obbligo di ripristino dello stato dei luoghi e il risarcimento del danno in favore del vicino.
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Violazione delle distanze legali: niente risarcimento senza danno
Il Proprietario di un immobile ha citato in giudizio La Vicina lamentando la violazione delle distanze legali per diverse opere edilizie. La Corte d'Appello ha escluso la demolizione di alcune parti, ritenendo usucapito il diritto a mantenerle a distanza inferiore e negando il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Proprietario. I giudici hanno chiarito che la tamponatura di una veranda allineata alla facciata non costituisce nuova costruzione. Inoltre, sebbene la violazione delle distanze legali generi un danno normalmente presunto, tale presunzione può essere superata se viene accertata in concreto l'assenza di un reale pregiudizio economico o di fruibilità del terreno. Vince La Vicina, che non dovrà demolire le opere usucapite né pagare alcun risarcimento.
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Indennità di vestiario: perché il risarcimento non è automatico
Alcuni agenti di polizia municipale hanno fatto causa al proprio Comune per ottenere l'indennità di vestiario e il risarcimento dei danni a causa del ritardo nella consegna delle divise di servizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la mancata fornitura delle divise costituisce un inadempimento da parte del datore di lavoro, ma non fa scattare automaticamente il diritto al risarcimento o all'indennità di vestiario. Per ottenere il risarcimento, il dipendente deve dimostrare concretamente di aver subito un danno economico, come la spesa per l'acquisto di abiti sostitutivi o l'usura dei propri vestiti civili. In mancanza di prove specifiche sul danno subito, la richiesta di risarcimento non può essere accolta, né si può ricorrere alla valutazione equitativa del giudice.
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Danno da occupazione abusiva: casa acquistata ma inutilizzabile
I Nuovi Proprietari di un appartamento hanno agito in giudizio per ottenere la liberazione dell'immobile occupato da un soggetto privo di un valido titolo d'acquisto. L'occupante si difendeva invocando un vecchio contratto preliminare del 1977 firmato con un solo comproprietario. I giudici di merito hanno ordinato il rilascio del bene e condannato l'occupante al risarcimento. Giunta la causa in Cassazione, i giudici hanno rilevato un contrasto giurisprudenziale sulla natura del risarcimento. La questione centrale riguarda se il danno da occupazione abusiva sia automatico (in re ipsa) o se richieda la prova della concreta intenzione del proprietario di utilizzare il bene. La Corte di Cassazione ha quindi deciso di rinviare la causa a nuovo ruolo, in attesa che le Sezioni Unite risolvano questo fondamentale dubbio giuridico.
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Occupazione senza titolo: chi perde il locale paga i danni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due società al rilascio di un locale cantinato abusivamente occupato e al risarcimento dei danni in favore della società proprietaria e degli eredi del conduttore. I giudici hanno chiarito che l'occupazione senza titolo di un immobile altrui genera un danno "in re ipsa" (implicito), legato alla perdita della disponibilità del bene, che non necessita di una prova specifica per la condanna generica al risarcimento. La Cassazione ha respinto il ricorso delle società occupanti, confermando che la valutazione dei titoli di proprietà spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, le ricorrenti sono state condannate anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Indennità sostitutiva del preavviso: sì all’indennizzo, no danni
Un collaboratore ha chiesto a una società il pagamento di differenze retributive, il risarcimento per recesso illegittimo e l'indennità sostitutiva del preavviso. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'indennità sostitutiva del preavviso pari a dieci mensilità, interpretando il contratto che prevedeva una durata minima di cinque anni. Ha invece rigettato le altre richieste perché già decise in un precedente processo. Entrambe le parti hanno fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato sia il ricorso del collaboratore sia quello della società. I giudici hanno confermato che l'interpretazione dei contratti spetta al giudice di merito e che il danno all'immagine non è automatico, ma va dimostrato concretamente. Di conseguenza, la decisione d'appello è rimasta confermata e le spese legali sono state compensate tra le parti.
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Risarcimento danni da doppia alienazione: serve la prova
Una società stipula un contratto preliminare per acquistare un immobile dal proprietario. Quest'ultimo, tuttavia, vende lo stesso bene a due suoi nipoti, che trascrivono l'acquisto prima della trascrizione della domanda giudiziale della società. La società chiede il risarcimento danni da doppia alienazione ai terzi acquirenti per aver cooperato nell'inadempimento del venditore. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la responsabilità dei terzi acquirenti è di natura extracontrattuale e richiede la prova rigorosa di un danno concreto. Poiché la società aveva già ottenuto il doppio della caparra dal venditore e non ha dimostrato ulteriori perdite concrete, non ha diritto a un ulteriore indennizzo.
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Risarcimento danni da ritardo: il rischio d’impresa
Il Produttore agricolo ha chiesto il risarcimento danni da ritardo all'Agenzia pubblica per la tardiva comunicazione delle quote di coltivazione del tabacco, che gli ha impedito di ottenere il premio comunitario. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso del Produttore. I giudici hanno chiarito che la violazione dell'obbligo di comunicazione tempestiva da parte dell'Agenzia non genera un risarcimento danni da ritardo automatico (danno in re ipsa). Il coltivatore deve dimostrare il danno concreto, escludendo che le perdite derivino dal normale rischio d'impresa, il quale interrompe il nesso causale tra il ritardo della Pubblica Amministrazione e il danno lamentato.
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Risarcimento danni per ritardo: burocrazia lenta senza indennizzo
Un coltivatore ha chiesto il risarcimento danni per ritardo all'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura a causa della tardiva comunicazione delle quote di coltivazione del tabacco, che gli ha impedito di ricevere un premio comunitario. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione. La Corte di Cassazione ha confermato la pronuncia d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso del coltivatore. I giudici hanno stabilito che il ritardo della Pubblica Amministrazione non genera un danno automatico. Spetta sempre al danneggiato dimostrare il danno concreto e il nesso di causalità, poiché l'attività agricola comporta un intrinseco rischio d'impresa che esclude automatismi risarcitori.
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Occupazione senza titolo: risarcimento e usucapione
La Corte d'Appello ha riformato una sentenza riguardante l'occupazione senza titolo di un immobile rurale. Il giudice ha negato l'usucapione perché il richiedente aveva avviato trattative di acquisto, riconoscendo la proprietà altrui. Ha inoltre annullato il risarcimento del danno, stabilendo che non può essere considerato automatico (in re ipsa) ma deve essere provato.
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Servitù di veduta abusiva: il danno è automatico anche senza prove
Il caso nasce dalla controversia tra due vicini di casa. Il Proprietario chiedeva l'arretramento del muro di contenimento delle Vicine e la rimozione di una ringhiera che creava una servitù di veduta abusiva sul proprio fondo, oltre al risarcimento dei danni. La Corte d'Appello respingeva la richiesta di risarcimento ritenendo che il danno non fosse automatico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Proprietario su questo punto, stabilendo che la lesione del diritto di proprietà causata da una servitù di veduta abusiva produce un danno "in re ipsa" (implicito). Di conseguenza, il danno non richiede prove specifiche e deve essere risarcito tramite liquidazione equitativa dal giudice. La sentenza è stata cassata con rinvio per la quantificazione del danno.
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Occupazione senza titolo: scontro sul risarcimento del danno
Una società proprietaria di alcune aree adibite a parcheggio agisce contro un condominio che le occupa abusivamente. Ottenuto l'ordine di rilascio, sorge il problema del risarcimento del danno per l'occupazione senza titolo. La Corte d'Appello nega il risarcimento ritenendo non provato il danno. La Cassazione, rilevando un forte contrasto giurisprudenziale sulla natura del danno da occupazione senza titolo (se sia un danno implicito 'in re ipsa' o se richieda una prova specifica del mancato guadagno), decide di rimettere la questione alle Sezioni Unite per ottenere una decisione definitiva e fare chiarezza.
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Occupazione senza titolo: perché senza proprietà non c’è danno
Un cittadino acquista un terreno dal Comune, scoprendo poi che è attraversato da una strada pubblica abusiva. Gli eredi chiedono il risarcimento per occupazione senza titolo e l'indennizzo ex art. 42-bis d.P.R. 327/2001. La Corte d'Appello rigetta la domanda poiché il contratto d'acquisto si era risolto per il mancato avveramento della condizione (costruire un edificio entro cinque anni), escludendo la proprietà del bene. La Cassazione conferma il rigetto: senza un provvedimento acquisitivo formale della Pubblica Amministrazione non spetta l'indennizzo speciale. Inoltre, mancando la prova della proprietà o del possesso a causa della risoluzione del contratto, la richiesta di risarcimento per occupazione senza titolo è inammissibile. Vince il Comune.
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Risarcimento danni da demansionamento: serve la prova del danno
Il Lavoratore ha fatto causa all'Azienda chiedendo il risarcimento danni da demansionamento e mobbing. La Corte d'Appello ha respinto la domanda evidenziando che il danno non è automatico e che il lavoratore non ha fornito prove concrete del pregiudizio subito, né dell'inattività forzata. Il Lavoratore ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il risarcimento danni da demansionamento richiede sempre l'allegazione e la prova specifica del danno subìto dal dipendente. Non basta dimostrare il demansionamento in sé per ottenere un risarcimento, in quanto il danno non è mai implicito. Di conseguenza, il Lavoratore ha perso definitivamente la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Occupazione illegittima di immobile: risarcimento solo se provato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni inflitta a un soggetto per l'occupazione illegittima di immobile. La titolare del diritto di abitazione aveva agito in giudizio per ottenere il rilascio dell'appartamento e il risarcimento del danno subito a causa della privazione del godimento del bene. L'occupante ha impugnato la decisione sostenendo che il danno fosse stato erroneamente considerato automatico (in re ipsa). La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rilevando che i giudici di merito non hanno applicato un automatismo, ma hanno accertato la concreta esistenza del danno basandosi sulle prove e sulle allegazioni fornite dalla danneggiata, la quale ha dimostrato una grave compromissione della propria qualità di vita, essendo stata costretta a vivere in spazi ristretti.
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Occupazione senza titolo: risarcimento dovuto anche senza prove
Una società immobiliare acquista all'asta degli immobili che vengono però occupati abusivamente da un privato. La società chiede il risarcimento dei danni per l'impossibilità di vendere o locare i beni. La Corte d'Appello rigetta la domanda ritenendo che il danno non sia automatico e manchi la prova scritta delle trattative perse. Le Sezioni Unite della Cassazione risolvono un contrasto stabilendo che l'occupazione senza titolo non produce un danno automatico (in re ipsa), ma un "danno presunto". Il proprietario deve allegare la perdita della possibilità di godere del bene. Se l'occupante non contesta specificamente, il danno si considera provato e può essere calcolato in base al valore di mercato degli affitti. La Corte accoglie il ricorso della società, ammettendo anche la prova per testimoni delle vendite sfumate.
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Danno da occupazione senza titolo: sì al risarcimento tardivo
Il Proprietario di un appartamento scopre che una stanza del suo immobile è stata occupata e annessa dai Vicini alla loro proprietà. Il Proprietario avvia un'azione di regolamento di confini per recuperare lo spazio. I Vicini si difendono eccependo l'usucapione del locale. I giudici di merito accolgono la domanda del Proprietario ma negano il risarcimento del danno, ritenendo colpevole il suo ritardo nell'accorgersi dell'usurpazione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dei Vicini e accoglie quello del Proprietario. La Corte stabilisce che l'inerzia del proprietario non esclude il risarcimento. Il danno da occupazione senza titolo deve essere valutato in base alla concreta perdita della possibilità di godimento del bene, rinviando la decisione alla Corte d'Appello per una nuova quantificazione.
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Danno erariale: condanna per gli incarichi legali senza gara
Il Sindaco, il Direttore Generale e il Dirigente di un Comune sono stati condannati dalla Corte dei Conti per aver affidato ripetutamente incarichi legali a professionisti esterni su base fiduciaria, ignorando l'ufficio legale interno e le procedure di selezione. Il danno erariale è stato quantificato nell'intero costo delle consulenze. I soggetti hanno fatto ricorso in Cassazione, lamentando un eccesso di potere giurisdizionale per la presunta creazione di una responsabilità senza danno concreto. Le Sezioni Unite hanno dichiarato i ricorsi inammissibili. La Cassazione ha chiarito che la valutazione del danno erariale rientra nei limiti interni della giurisdizione contabile e costituisce una scelta interpretativa del giudice, non un'invasione della sfera del legislatore. Di conseguenza, la condanna per i ricorrenti è diventata definitiva.
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Occupazione senza titolo: scuola contesa tra Comuni e indennizzo
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito in una complessa disputa tra due enti pubblici. Il Comune Proprietario chiedeva il risarcimento per l'occupazione senza titolo di un edificio scolastico da parte del Comune Occupante, protrattasi per oltre vent'anni dopo la scadenza delle concessioni originarie. La Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha stabilito che l'indennizzo spetta solo per l'edificio e non per il terreno circostante, poiché la domanda iniziale non includeva espressamente quest'ultimo. Inoltre, ha confermato che il danno da occupazione senza titolo può essere calcolato equitativamente basandosi sul valore locativo di mercato dell'immobile, anche se si tratta di un bene pubblico destinato a scuola. Le spese del giudizio sono state interamente compensate tra le parti.
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Distanze tra costruzioni: la veranda metallica va demolita
Il proprietario di un immobile ha citato in giudizio il vicino chiedendo la rimozione di due fabbricati costruiti senza rispettare le distanze tra costruzioni stabilite dal regolamento comunale (sei metri). La struttura contestata era una veranda metallica con scala. La Corte di Cassazione ha confermato che anche le strutture metalliche aperte, come le verande e le scale esterne, costituiscono costruzioni rilevanti ai fini del calcolo delle distanze. Inoltre, la Suprema Corte ha stabilito che la violazione delle distanze minime arreca un danno immediato al godimento del bene (minore luce, aria e tranquillità), che va risarcito anche se non si dimostra una perdita di valore economico dell'immobile. Il ricorso del vicino è stato rigettato, confermando l'obbligo di rimozione e il risarcimento del danno.
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