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D.D.A. (Direzione Distrettuale Antimafia)

6 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una sezione specializzata della Procura della Repubblica che si occupa delle indagini relative ai reati di criminalità organizzata di tipo mafioso.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Colloquio detenuti 41-bis: Diritto familiare vs Sicurezza Stato
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di un Tribunale che autorizzava il colloquio tra due fratelli, entrambi detenuti in regime speciale. Il caso riguarda la legittimità di un colloquio detenuti 41-bis concesso senza considerare il parere della Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A.). La Suprema Corte ha stabilito un principio fondamentale: sebbene il parere della D.D.A. non sia legalmente vincolante, il giudice non può ignorarlo. La necessità di tutelare la sicurezza pubblica e prevenire contatti tra esponenti della criminalità organizzata prevale, imponendo al magistrato di valutare attentamente ogni rischio prima di autorizzare contatti, anche se tra familiari. La decisione del Tribunale è stata quindi annullata per non aver ponderato adeguatamente le esigenze di sicurezza.
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Colloqui detenuti 41-bis: no video tra padre e figlio senza ok DDA
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di un Tribunale che autorizzava i colloqui in videochiamata tra un padre e un figlio, entrambi carcerati in regime speciale. Il principio stabilito è che per i colloqui detenuti 41-bis, specialmente tra familiari anch'essi reclusi, il giudice non può decidere senza prima aver acquisito e attentamente valutato il parere della Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A.). Anche se non vincolante, questo parere è fondamentale per bilanciare il diritto ai rapporti familiari con le inderogabili esigenze di sicurezza pubblica. L'omessa valutazione di tale parere rende illegittima l'autorizzazione.
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Colloqui detenuti 41-bis: Sicurezza batte Diritto di Famiglia
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di un Tribunale che autorizzava in via generale i colloqui in videochiamata tra un detenuto e un suo familiare, entrambi sottoposti al regime speciale. La Corte ha stabilito un principio fondamentale per i colloqui detenuti 41-bis: il giudice non può autorizzarli senza prima aver valutato attentamente il parere della Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A.). Anche se non vincolante, questo parere è essenziale per bilanciare il diritto ai rapporti familiari con le inderogabili esigenze di sicurezza pubblica. Ignorare tale valutazione costituisce un errore che rende illegittima la decisione.
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Colloqui detenuti 41-bis: Diritto di famiglia contro sicurezza
Un detenuto in regime speciale chiede di telefonare alla sorella, anche lei detenuta al 41-bis. L'Amministrazione Penitenziaria nega il permesso, ma il Tribunale di Sorveglianza lo concede. La Corte di Cassazione interviene e ribalta la decisione. La Corte stabilisce un principio fondamentale sui colloqui detenuti 41-bis: il diritto ai contatti familiari non è assoluto e deve essere bilanciato con le esigenze di sicurezza. Il giudice non può ignorare il parere, seppur non vincolante, della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) nel valutare i rischi. La Cassazione ha quindi annullato la decisione e rinviato il caso al Tribunale per una nuova valutazione che tenga conto di tutti gli elementi.
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Colloqui detenuti 41-bis: Diritto e Sicurezza
La Cassazione conferma l'autorizzazione a un colloquio tra due fratelli detenuti, uno dei quali in regime speciale. La Corte ha stabilito che i colloqui detenuti 41-bis sono possibili se il rischio per la sicurezza, evidenziato dalla D.D.A., è vago e non supportato da elementi concreti, prevalendo il diritto ai rapporti affettivi.
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Colloqui 41-bis: diritto affettivo e onere della prova
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una richiesta di colloquio tra due familiari, entrambi detenuti in regime speciale. Il Ministero della Giustizia aveva impugnato la concessione del colloquio, basandosi su un parere negativo della Direzione Distrettuale Antimafia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, non entrando nel merito del bilanciamento tra diritti e sicurezza, ma per una ragione procedurale: il Ministero non aveva allegato al ricorso il parere della D.D.A., violando il principio di autosufficienza e rendendo impossibile per la Corte verificare le censure mosse. La decisione sottolinea l'importanza degli oneri processuali anche per le parti pubbliche.
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