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Art. 35-ter ord. pen.

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Diritti del Detenuto: Ricorso Inammissibile per Censure Generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava la violazione dei suoi diritti del detenuto. Le sue contestazioni riguardavano la qualità dell'acqua nella Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere e la mancata partecipazione ad attività trattamentali a Napoli Secondigliano. La Corte ha ritenuto le censure generiche e non supportate da prove concrete, confermando che le acque erano controllate e che la permanenza provvisoria giustificava la mancata inclusione nelle attività. Il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Indennizzo detenzione inumana: tardività vs. continuità della pena
Un Detenuto ha chiesto una riduzione della pena (indennizzo detenzione inumana) per aver subito condizioni carcerarie disumane in un periodo di detenzione precedente, invocando l'Art. 3 CEDU e l'Art. 35-ter Ord. pen. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato la sua richiesta inammissibile per tardività, poiché era stata presentata oltre i sei mesi dalla fine della detenzione contestata. Il Detenuto ha fatto ricorso, sostenendo che la detenzione attuale fosse in continuità con quella passata. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità, ribadendo che il rimedio specifico della riduzione di pena è applicabile solo se la detenzione inumana è collegata al titolo esecutivo in corso. Se la detenzione pregressa è slegata, è possibile solo un risarcimento monetario, da richiedere entro sei mesi dalla sua cessazione.
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Condizioni detentive inumane: la Cassazione aggrega i periodi brevi
Un Detenuto ha chiesto un risarcimento per condizioni detentive inumane, lamentando spazio insufficiente in diverse carceri. Il Tribunale di Sorveglianza aveva parzialmente negato la richiesta, escludendo i periodi brevi di detenzione. La Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto riguardo ai periodi brevi. Ha stabilito che, per il calcolo del risarcimento per condizioni detentive inumane, anche i periodi inferiori a quindici giorni devono essere considerati se fanno parte di una sequenza ininterrotta di detenzione, anche in istituti diversi. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente e rinviato il caso per un nuovo esame.
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Sovraffollamento carcerario: quando il ricorso viene respinto
Un detenuto ha richiesto il rimedio risarcitorio per il sovraffollamento carcerario subito durante la reclusione. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto solo parzialmente la domanda, riducendo la pena di trentuno giorni. Il Giudice ha ritenuto provata la mancanza di spazio ideale solo nelle celle occupate da sette o più persone. Il Detenuto ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un errato calcolo delle dimensioni reali delle stanze detentive. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge stabilisce infatti che le decisioni sul rimedio risarcitorio si possono impugnare in Cassazione unicamente per violazione di legge. La contestazione sulla valutazione delle prove costituisce invece un difetto di motivazione e non può trovare accoglimento in questa sede.
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Colloqui detenuti 41-bis: Diritto alla videochiamata contro l’Amministrazione
Il Tribunale di Sorveglianza aveva autorizzato un Detenuto, sottoposto al regime speciale del 41-bis, a effettuare colloqui con i familiari tramite videochiamata durante l'emergenza pandemica. L'Amministrazione penitenziaria e il Ministero della Giustizia hanno presentato ricorso, contestando questa decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che i Colloqui detenuti 41-bis a distanza sono legittimi quando le visite in presenza sono impossibili o molto difficili, come avvenuto durante la pandemia. L'orientamento giurisprudenziale consolidato permette queste comunicazioni audiovisive controllate.
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Risarcimento Detenzione Inumana: Quando la Richiesta è Troppo Generica
Un ex detenuto ha chiesto un risarcimento per presunte condizioni carcerarie inumane subite in diversi periodi. Ha lamentato spazi insufficienti nelle celle e trattamenti disumani. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto le sue deduzioni troppo generiche, specialmente per il periodo 1986-1987, non avendo fornito dettagli specifici sul numero di occupanti o sulle dimensioni delle celle. Per i periodi successivi, lo spazio disponibile era superiore ai tre metri quadrati, e le condizioni generali non integravano una violazione dell'Art. 3 CEDU, secondo i principi già stabiliti dalla giurisprudenza. Il risarcimento detenzione inumana è stato quindi negato.
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Colloqui in Carcere Via Video: Diritto Confermato per Detenuti 41-bis
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un Detenuto, soggetto al regime differenziato (41-bis), di effettuare colloqui in carcere via video con i familiari durante l'emergenza pandemica. L'Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia avevano contestato questa possibilità, ma il loro ricorso è stato dichiarato inammissibile. La sentenza ribadisce che i colloqui a distanza sono giustificati quando le visite in presenza sono impossibili o molto difficili, garantendo comunque le necessarie cautele di sicurezza.
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Detenuto 41-bis: Colloqui a Distanza Convalidati, Ricorso Respinto
Il Detenuto, sottoposto al regime speciale del 41-bis, aveva ottenuto l'autorizzazione a effettuare colloqui a distanza con i familiari tramite videochiamata durante l'emergenza pandemica. L'Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia si sono opposti a questa decisione, presentando un ricorso alla Corte di Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che i colloqui a distanza per detenuti in regime 41-bis sono legittimi in caso di impossibilità o grave difficoltà per le visite in presenza, come avvenuto durante la pandemia. Questo principio tutela il diritto del detenuto ai legami familiari, bilanciandolo con le esigenze di sicurezza.
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Trasferimento condannato negato: la Cassazione conferma il diniego
Un condannato ha presentato ricorso contro l'ordinanza del Giudice di Sorveglianza di Reggio Emilia che aveva negato il suo trasferimento condannato in un'altra struttura penitenziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo manifestamente infondato. La Corte ha ribadito che il trasferimento condannato è escluso se non sussiste un effettivo pregiudizio per il detenuto, come già stabilito dalla giurisprudenza precedente. Il condannato ha perso il ricorso e dovrà pagare le spese processuali.
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Detenzione inumana: Cassazione annulla diniego risarcimento per spazio.
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il risarcimento a un detenuto per detenzione inumana e degradante, sostenendo che non fosse mai stato in celle sovraffollate. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che il Tribunale aveva ignorato prove cruciali. Tali prove dimostravano che il detenuto aveva trascorso 191 giorni in celle con spazio insufficiente. La sentenza sottolinea l'importanza di valutare correttamente le condizioni detentive per garantire il diritto al risarcimento.
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Detenzione inumana e risarcimento: solo indennizzo senza pena
Il Detenuto ha richiesto la riduzione della pena per le precarie condizioni carcerarie patite. Il Tribunale di Sorveglianza ha riconosciuto un indennizzo di 3.240 euro per 405 giorni, negando lo sconto di pena poiché, al momento della domanda, il richiedente si trovava in custodia cautelare e non in esecuzione di pena definitiva. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver diritto alla riduzione della condanna. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per beneficiare dello sconto di pena la condanna deve essere già definitiva al momento della domanda. Il principio chiarisce i presupposti in materia di detenzione inumana e risarcimento.
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Risarcimento detenzione inumana: ricorso inammissibile per il detenuto
Un detenuto ha richiesto il risarcimento per detenzione inumana, ai sensi dell'Art. 35-ter Ord. Pen., per periodi di reclusione già conclusi e non collegati alla pena attuale. Il Giudice di Sorveglianza ha dichiarato l'istanza inammissibile. Il detenuto ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la decisione per violazione dell'Art. 3 CEDU e dell'Art. 35-ter Ord. Pen., oltre a vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Ha chiarito che il ricorso in Cassazione in queste materie è ammesso solo per violazione di legge, non per vizi di motivazione, e che le ragioni di inammissibilità erano procedurali, precludendo l'esame del merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Risarcimento detenzione inumana: ricorso respinto per giudicato
Un Lavoratore ha presentato ricorso per ottenere un risarcimento per presunta detenzione inumana e degradante. Le sue precedenti richieste per gli stessi periodi di detenzione erano già state respinte e le decisioni erano diventate definitive (giudicato esecutivo). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il Lavoratore non aveva fornito nuove argomentazioni o elementi di diritto per superare la definitività delle decisioni precedenti. Non aveva contestato in modo specifico le motivazioni che avevano portato all'inammissibilità delle sue istanze passate, né aveva allegato violazioni risarcibili. La Corte ha quindi confermato l'inammissibilità e ha condannato il Lavoratore al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Reclamo Detenuto: Spazio Dignitoso vs. Carenze Minime in Carcere
Un Detenuto ha presentato un reclamo contro le condizioni carcerarie (spazio vitale, acqua calda) in un istituto penitenziario, invocando l'Art. 3 CEDU e l'Art. 35-ter dell'Ordinamento Penitenziario. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato il reclamo, ritenendo lo spazio dignitoso e le altre carenze non rilevanti per un risarcimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del Detenuto inammissibile. Ha confermato che le condizioni carcerarie erano adeguate, salvo minimi giorni di disagio non sufficienti per un risarcimento. La Corte ha anche ritenuto che il ricorso fosse manifestamente infondato e non basato su contestazioni specifiche, ribadendo la correttezza della decisione precedente sul reclamo detenuto.
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Risarcimento Detenzione Inumana: Competenza del Giudice di Sorveglianza
Un ex detenuto, che aveva terminato la sua detenzione domiciliare, ha chiesto il risarcimento detenzione inumana per le condizioni subite. Il Magistrato di sorveglianza ha dichiarato di non essere competente, ritenendo che la questione dovesse essere trattata dal giudice civile. L'ex detenuto ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha chiarito che il Magistrato di sorveglianza è competente per il risarcimento detenzione inumana anche per chi era in detenzione domiciliare al momento della richiesta. Ha quindi convertito il ricorso in reclamo e lo ha trasmesso al Tribunale di Sorveglianza per la decisione.
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Fungibilità della pena: no al credito di carcere futuro
Il Condannato ha richiesto di rideterminare la pena residua da espiare, invocando la fungibilità della pena. Nello specifico, l'interessato ha scontato una condanna interamente completata nel 2004. Successivamente, nel 2020, il giudice dell'esecuzione ha riconosciuto il vincolo della continuazione tra reati, riducendo la durata della prima condanna. Questa decisione ha reso la carcerazione antecedente priva di titolo per circa due anni. Il Condannato ha chiesto di imputare questi due anni sofferti in eccedenza a una nuova pena relativa a reati commessi a partire dal 2006. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge vieta di scomputare periodi di detenzione sofferti prima della commissione del nuovo reato. Di conseguenza, il periodo di carcere scontato in eccedenza nel passato non può alleggerire le sanzioni per reati commessi successivamente.
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Condizioni detentive: Ricorso respinto, spazio vitale garantito
Un Detenuto ha presentato ricorso contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva respinto il suo reclamo sulle condizioni detentive. Il Detenuto lamentava uno spazio vitale insufficiente e problemi di privacy nei vari istituti di pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le argomentazioni del Detenuto fossero una ripetizione di quelle già esaminate e respinte dal Tribunale di Sorveglianza. Quest'ultimo aveva già verificato che lo spazio minimo di 3 mq per detenuto era garantito, anche considerando gli arredi fissi, e che eventuali carenze erano compensate da altri aspetti del regime carcerario. Le condizioni detentive erano state considerate adeguate.
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Risarcimento detenzione inumana: prove tardive e ricorso respinto
Il Detenuto ha richiesto il **risarcimento detenzione inumana** per condizioni carcerarie inadeguate, appellandosi all'Art. 35-ter Ord. pen. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua domanda, dichiarando inammissibile per tardività la documentazione aggiuntiva presentata. Il Detenuto ha impugnato la decisione, sostenendo che i documenti non dovevano seguire i termini delle memorie difensive. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Ha stabilito che le nuove doglianze erano effettivamente tardive e che la documentazione prodotta, sebbene considerata, non era rilevante per la decisione discrezionale del giudice, poiché proveniva da un'altra autorità e non aveva valore vincolante. Il ricorso è stato quindi respinto.
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Ricorso personale inammissibile: la Cassazione ferma l’appello diretto
Un detenuto ha presentato personalmente un ricorso contro un provvedimento del Magistrato di Sorveglianza che negava i rimedi risarcitori per le condizioni di detenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso personale. Questo è avvenuto perché, dopo l'entrata in vigore della Legge 103 del 2017, i ricorsi in Cassazione devono essere obbligatoriamente sottoscritti da un avvocato abilitato. La decisione ha comportato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.
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Acqua non potabile in carcere: il ricorso inammissibile del detenuto
Un detenuto ha presentato un ricorso contro un'ordinanza che gli negava un risarcimento per presunte condizioni detentive inumane, invocando l'Art. 35-ter dell'Ordinamento Penitenziario. Il ricorrente contestava specificamente la potabilità dell'acqua per un'asserita alta concentrazione di nitrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha ritenuto che il ricorso non avesse criticato in modo sufficiente l'intera valutazione del Tribunale di Sorveglianza sulle condizioni carcerarie, limitandosi solo alla questione dell'acqua. Il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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