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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2023

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454 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Impugnazione cautelare tardiva: il ritardo che conferma il carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per L'Indagato. Il difensore proponeva ricorso per cassazione, ma l'atto giungeva alla cancelleria competente oltre i termini di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per impugnazione cautelare tardiva, ribadendo che il deposito presso un ufficio diverso da quello competente grava interamente sul ricorrente. L'Indagato perde la causa e viene condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: l’inganno della masseria
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'indagato, accusato di concorso in duplice omicidio aggravato dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato ha attirato le vittime nella propria masseria con una telefonata ingannevole, dove è avvenuto l'agguato mortale. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo una ricostruzione alternativa dei fatti e l'assenza di un movente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito delle prove se la motivazione del Tribunale del Riesame è logica e coerente. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere anche se già detenuto
Durante una violenta rivolta carceraria scoppiata nel 2020 a causa delle restrizioni per la pandemia, Il Detenuto partecipava attivamente al sequestro di un agente e alla devastazione della struttura. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia in carcere, ritenendo sussistente il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto proponeva ricorso in Cassazione, contestando l'ammissibilità dell'appello del Pubblico Ministero e l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo che la rivolta fosse un evento eccezionale e irripetibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la gravità dei fatti, la personalità violenta del soggetto e i suoi precedenti penali giustificano la misura cautelare. L'emergenza sanitaria non scusa la violenza, e il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto anche se il soggetto è già detenuto per altra causa.
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Rivolta Covid e pericolo di reiterazione del reato: sì al carcere
Durante le proteste per la pandemia da Covid-19 nel marzo 2020, un detenuto partecipava attivamente a una violenta rivolta carceraria, commettendo devastazioni, resistendo agli agenti ed evadendo. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia in carcere, ravvisando il concreto pericolo di reiterazione del reato. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che la rivolta fosse un evento eccezionale e irripetibile legato all'emergenza sanitaria e che l'appello del Pubblico Ministero fosse generico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'eccezionalità del contesto non cancella la pericolosità del soggetto, evidenziata dalla gravità delle condotte e dai numerosi precedenti penali. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Amicizia o traffico di stupefacenti? Il carcere resta
Il Tribunale di Torino ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, ritenuto gravemente indiziato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha contestato la mancanza di prove concrete, sostenendo che si trattasse di semplici rapporti di amicizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. I giudici hanno evidenziato che la partecipazione al sodalizio non richiede un'investitura formale, ma è provata dal contributo concreto e fiduciario fornito dal Ricorrente, come la riscossione dei crediti, la disponibilità di armi e i contatti diretti con il capo dell'organizzazione. Di conseguenza, Il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: un solo trasporto costa il carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per Il Partecipante, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo che l'indagato avesse partecipato a un solo trasporto di cocaina nascosta in forme di formaggio e che mancasse una stabile adesione al gruppo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che anche la partecipazione a un solo reato-fine può dimostrare l'inserimento nell'organizzazione se la condotta rivela un ruolo attivo e fiduciario. Nel caso specifico, Il Partecipante non solo aveva aiutato nel trasporto, ma deteneva anche armi per conto del gruppo ed era a conoscenza dei traffici, dimostrando incondizionata fedeltà al sodalizio.
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Lieve entità dello spaccio: quando scatta comunque il carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto nella lieve entità dello spaccio, evidenziando la modica quantità delle singole cessioni. I giudici hanno invece confermato la gravità della condotta, evidenziando l'esistenza di una piazza di spaccio strutturata con turni, vedette e nascondigli per la droga. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Droga in ambulanza: confermata la custodia cautelare in carcere
Un uomo è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere con l'accusa di aver trasportato e consegnato sostanze stupefacenti a un gruppo criminale di Messina. Per effettuare le consegne ed evitare i controlli delle forze dell'ordine, l'indagato utilizzava un'ambulanza, sfruttando anche il periodo di emergenza sanitaria. La difesa ha contestato la gravità degli indizi e ha richiesto una misura meno afflittiva, sostenendo la tesi della semplice presenza passiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'uso del mezzo di soccorso e di telefoni criptati dimostra una partecipazione attiva e un'elevata professionalità criminale, rendendo inadeguati gli arresti domiciliari e giustificando pienamente la misura carceraria per il concreto pericolo di recidiva.
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Traffico di stupefacenti: presenza passiva o reale complicità?
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti come fornitore stabile. La difesa sosteneva la tesi della semplice presenza passiva (connivenza non punibile) e l'assenza di un accordo formale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la partecipazione all'associazione non richiede un patto formale, potendo desumersi da comportamenti concreti (facta concludentia) come la costante disponibilità a fornire droga e i ripetuti incontri registrati dalle telecamere. Inoltre, per i reati associativi opera la presunzione di pericolosità sociale, non superata dal decorso del tempo. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari dalla vittima
Un uomo, condannato a otto mesi per resistenza a pubblico ufficiale a seguito di un intervento della polizia per violenze contro la ex convivente, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha invocato il limite di pena inferiore a tre anni, che escluderebbe la prigione. La Corte di Cassazione ha però respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che la custodia cautelare in carcere rimane legittima se l'unico domicilio disponibile appartiene proprio alla vittima delle aggressioni. Tale luogo è stato ritenuto del tutto inidoneo a neutralizzare il pericolo di reiterazione dei reati. Di conseguenza, l'imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: il confine tra legame familiare e reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso. L'indagato sosteneva di aver agito solo per solidarietà familiare, fungendo da messaggero per il genero detenuto. Tuttavia, i giudici hanno confermato che lo scambio di messaggi relativi a estorsioni, l'organizzazione di incontri tra affiliati e la partecipazione a riunioni operative dimostrano una stabile messa a disposizione del sodalizio criminale. La Corte ha ribadito che per tali reati opera la presunzione di pericolosità sociale, confermando la necessità della misura carceraria e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: tra affetto filiale e clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Figlio contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'estraneità del ricorrente, descrivendo il suo ruolo come occasionale e limitato a un favore personale verso Il Padre. La Suprema Corte ha ribadito che il controllo di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti, ma deve limitarsi alla coerenza logica della motivazione. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno fornito una motivazione solida, basata su intercettazioni e dichiarazioni della vittima, che dimostrano la piena consapevolezza e la partecipazione attiva del ricorrente nella riscossione delle estorsioni per conto del clan. Di conseguenza, sussistono i gravi indizi di colpevolezza necessari per confermare la misura cautelare.
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Giudicato cautelare: salute e carcere senza nuovi elementi
L'Indagato, accusato di gravi reati tra cui estorsione e associazione a delinquere, ha richiesto la revoca della custodia cautelare in carcere lamentando gravi condizioni di salute. Il Tribunale del Riesame ha dichiarato inammissibile l'appello poiché il Giudice per le indagini preliminari si era già espresso sulla medesima questione in precedenti istanze. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo il principio del giudicato cautelare: in assenza di elementi di novità, non è possibile riproporre le stesse questioni di salute già valutate e respinte in precedenza. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione di tipo mafioso: prove solide e ricorso respinto
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso. In precedenza, la Corte di Cassazione aveva annullato una decisione simile per carenze nella motivazione sull'attendibilità di un collaboratore di giustizia e sull'identificazione dell'indagato in alcune intercettazioni. Nel giudizio di rinvio, i giudici di merito hanno colmato queste lacune utilizzando nuove prove, tra cui le dichiarazioni di un secondo collaboratore e ulteriori intercettazioni familiari. L'indagato ha proposto un nuovo ricorso, ritenendo insufficiente la motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il giudice di rinvio ha motivato in modo logico e completo la gravità degli indizi, senza incorrere in vizi logici. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per frode
Il caso riguarda un indagato accusato di associazione a delinquere finalizzata a frodi fiscali nel settore petrolifero e autoriciclaggio. Il Tribunale del Riesame aveva negato la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'indagato, confermando la legittimità della misura più restrittiva. I giudici hanno evidenziato un elevato pericolo di reiterazione del reato, desunto dal ruolo organizzativo del soggetto, dalla fitta rete di contatti e dall'uso di utenze telefoniche intestate a prestanome. La Corte ha stabilito che gli arresti domiciliari non sono sufficienti a contenere il rischio cautelare, data la spiccata propensione del soggetto a violare le regole del settore. Di conseguenza, il ricorrente resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere per il cuoco estorsore
Un lavoratore dipendente, assunto come cuoco, ha preteso con gravi minacce e violenze la somma di cinquemila euro dal datore di lavoro e dai suoi familiari, simulando un'attività di mediazione mai avvenuta. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere per estorsione, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari a causa della pericolosità del soggetto e dei suoi contatti criminali. La Corte di Cassazione ha confermato la misura, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il divieto di concessione degli arresti domiciliari per chi ha una precedente condanna per evasione nei cinque anni precedenti si calcola a partire dalla data della condanna definitiva e non dal momento in cui è stato commesso il fatto.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
L'Indagato, accusato di gravi reati tra cui rapina, estorsione con il metodo del "cavallo di ritorno" e associazione a delinquere, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che il decorso del tempo e la buona condotta tenuta dall'uomo durante una precedente detenzione domiciliare avessero attenuato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il semplice passaggio del tempo non cancella il pericolo di reiterazione del reato. Inoltre, la detenzione domiciliare (espiazione della pena) e gli arresti domiciliari (misura cautelare) non sono regimi sovrapponibili, data la differente gravità delle conseguenze in caso di violazione delle prescrizioni. L'Indagato perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la fuga folle ferma l’incensurato
Un uomo, dopo un furto in abitazione, ha speronato una pattuglia della polizia e causato un grave incidente stradale nel tentativo di fuggire a bordo di un'auto con targa falsa. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare in carcere per rapina impropria e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimita della misura cautelare, dichiarando inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che la gravita delle modalita del fatto, la pericolosita del comportamento e l'assenza di una fissa dimora giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, in quanto sussistono concreti pericoli di fuga e di reiterazione del reato, non superabili con misure meno afflittive o semplici offerte risarcitorie.
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Rapina e gravi indizi di colpevolezza: confermato il carcere
Un giovane indagato per rapina aggravata e lesioni personali ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, contestando l'attendibilità della vittima e il riconoscimento dell'aggressore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione non può richiedere una nuova valutazione dei fatti già esaminati nel merito. Nel caso specifico, la decisione del Tribunale era ampiamente motivata da elementi solidi: l'intervento immediato della polizia durante l'aggressione, il riconoscimento diretto da parte della vittima e le testimonianze coerenti. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per la banda dei furti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di cinque indagati contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per furti in abitazione e ricettazione. I ricorrenti contestavano la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e chiedevano la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari dotati di braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può rivalutare le prove di fatto, ma deve solo verificare la coerenza logica della decisione precedente. Nel caso specifico, i dati GPS delle auto e la spiccata attitudine criminale del gruppo giustificano ampiamente la misura carceraria per l'elevato rischio di reiterazione del reato.
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