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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2023

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454 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Associazione di tipo mafioso: dal commercio di vino al carcere
Un uomo, accusato di essere il capo di un'associazione di tipo mafioso operante a Catania, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che non vi fossero prove del suo ruolo di vertice e che le accuse dei collaboratori di giustizia fossero generiche o influenzate da notizie giornalistiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la misura cautelare, evidenziando che il ruolo di comando emergeva chiaramente da intercettazioni e riscontri concreti, come la mediazione in conflitti tra clan e la gestione di estorsioni. Per la Suprema Corte, la qualifica di capo si configura quando un soggetto esercita concretamente poteri decisionali e risolutivi, rendendosi riconoscibile all'interno e all'esterno del gruppo criminale.
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Associazione di tipo mafioso: il carcere vince sul ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione di tipo mafioso e traffico di droga. L'indagato contestava la gravita degli indizi e sosteneva che i due reati associativi non potessero coesistere. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il reato di associazione mafiosa puo concorrere con quello di associazione finalizzata al narcotraffico se il gruppo criminale ha una struttura interna dedicata allo spaccio. Inoltre, i giudici hanno confermato il ruolo attivo dell'uomo anche in episodi di tentata estorsione, inclusa una richiesta di denaro per la restituzione di un'auto rubata (cosiddetto cavallo di ritorno). Il ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese processuali, confermando la misura cautelare massima.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: no al ricorso del complice
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di aver aiutato un latitante a sfuggire alla giustizia, fornendogli supporto logistico, auto e denaro per favorire un clan mafioso. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la riforma legislativa consente l'utilizzabilità delle intercettazioni per reati gravi, inclusi quelli aggravati dall'agevolazione mafiosa. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: lo scafista resta in cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per uno scafista accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver trasportato 87 migranti. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti sia il pericolo di recidiva, data la gravità del fatto e l'assenza di fissa dimora, sia il rischio di inquinamento probatorio, avendo l'indagato tentato di convincere i migranti a mentire alle autorità. La difesa contestava la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione del pericolo di recidiva si basa su una prognosi concreta della personalità del soggetto e delle modalità del fatto, senza richiedere l'imminenza di una specifica occasione per delinquere. Lo scafista resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: dai domiciliari alla cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di estorsione aggravata. L'uomo aveva minacciato gravemente alcuni pastori per costringerli ad abbandonare determinati terreni di pascolo a favore di un complice. La difesa ha richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, evidenziando la distanza della propria azienda dai terreni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno sottolineato che l'indagato ha commesso i fatti mentre era già agli arresti domiciliari per un altro reato, dimostrando l'inadeguatezza di misure meno severe e la sussistenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.
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Persistenza delle esigenze cautelari: il tempo non basta
Il Tribunale del Riesame ha ripristinato la custodia in carcere per l'Imputato, accusato di traffico di stupefacenti, annullando la revoca precedentemente disposta dal G.I.P. L'Imputato ha proposto ricorso sostenendo che il decorso del tempo e la sua condotta in libertà escludessero la persistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la gravità dei precedenti penali e la condanna in primo grado a oltre sette anni giustificano la presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo è un elemento neutro che non attenua il rischio di recidiva in assenza di elementi di novità significativi.
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Custodia cautelare in carcere: dimissioni inutili per il manager
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un dirigente d'azienda, accusato di associazione per delinquere finalizzata a una complessa frode carosello sull'IVA. L'indagato ricorreva in Cassazione sostenendo l'assenza del pericolo di reiterazione del reato, avendo egli rassegnato le dimissioni dalla società e non avendo precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea, poiché l'indagato possiede una spiccata capacità criminale e ha continuato a gestire società fittizie tramite prestanome e canali telematici anche dopo l'avvio delle indagini. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per pericolo recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di estorsione e spaccio di cocaina, contestava l'adeguatezza della misura estrema, ritenendo i fatti datati e invocando misure meno afflittive. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione dei giudici di merito. È stato evidenziato l'elevato rischio di recidiva, l'indole violenta del soggetto e l'inefficacia di precedenti misure di prevenzione, come la sorveglianza speciale. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata ritenuta l'unica misura idonea a garantire la sicurezza sociale, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari a causa dell'assenza di autocontrollo dell'indagato.
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Autonoma valutazione delle esigenze cautelari: carcere confermato
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata autonoma valutazione delle esigenze cautelari da parte del giudice del riesame e l'insufficienza dei gravi indizi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza riguarda esclusivamente il giudice che emette la misura iniziale, e non il Tribunale del Riesame. Quest'ultimo deve solo motivare in modo logico e coerente la propria decisione. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: lo speronamento dopo il furto costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina impropria. L'indagato, dopo aver forzato dei distributori automatici di bevande per rubarne il contenuto, ha speronato l'auto del gestore dell'attività che lo stava inseguendo per assicurarsi la fuga. La difesa sosteneva che l'impatto fosse una manovra difensiva e contestava la gravità delle esigenze cautelari. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando la pericolosità del soggetto, desunta dal tentativo di forzare un posto di blocco, dai precedenti penali specifici e dalla mancanza di un lavoro stabile. L'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Estorsione ambientale: no al carcere se manca la prova del legame
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'accusa si fondava su una perentoria richiesta di incontro rivolta a un imprenditore, preceduta dal ritrovamento di una bottiglia incendiaria e seguita dal rogo di tre betoniere. Il Tribunale del Riesame ha escluso la sussistenza di gravi indizi, rilevando che gli atti intimidatori potevano essere collegati al rifiuto di assunzioni di soggetti vicini ai clan, estranei all'indagato. La Cassazione ha confermato tale impostazione, stabilendo che, sebbene l'estorsione ambientale si configuri anche con minacce implicite legate al contesto mafioso, nel caso specifico mancava un collegamento certo e univoco tra la richiesta di incontro e la pretesa estorsiva, rendendo plausibili ricostruzioni alternative.
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Concorso in estorsione: ritirare cesti natalizi costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa e concorso in estorsione. L'indagato, ritenuto fiduciario di un clan, aveva il compito di riscuotere il "pizzo" presso un supermercato locale, ritirando cesti natalizi al posto del denaro. La difesa contestava la gravità degli indizi e chiedeva gli arresti domiciliari. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che anche il solo ritiro dei beni configura il concorso in estorsione se vi è la consapevolezza di contribuire al disegno criminoso. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto inadeguati i domiciliari, confermando il carcere per il rischio concreto di contatti con l'organizzazione criminale.
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Aggravamento della misura cautelare: dal lavoro al carcere
Un uomo agli arresti domiciliari con permesso di lavoro è stato sorpreso dalle forze dell'ordine in un luogo diverso da quello autorizzato. Alla vista dei militari, il soggetto è fuggito a forte velocità prima di essere bloccato e arrestato. La Corte d'appello ha quindi disposto l'aggravamento della misura cautelare, sostituendo i domiciliari con la custodia in carcere. Il ricorrente ha impugnato la decisione sostenendo di trovarsi fuori in una fascia oraria consentita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il permesso lavorativo non autorizza la libera circolazione e che la condotta di fuga giustifica pienamente il ripristino della custodia in carcere.
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Amministratore di fatto: il carcere cancella lo schermo societario
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. L'indagato contestava la qualifica di amministratore di fatto di diverse società cartiere utilizzate in una frode a carosello. La Suprema Corte ha chiarito che, per le società fittizie prive di reale operatività, la figura di amministratore di fatto coincide con quella di ideatore e organizzatore del sistema fraudolento, rendendo inapplicabili i normali criteri civilistici. È stato inoltre confermato il pericolo attuale di recidiva, poiché l'indagato aveva ripreso l'attività illecita costituendo nuove società anche dopo i controlli fiscali. Di conseguenza, la misura del carcere è stata ritenuta l'unica proporzionata ed efficace.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere disposta per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di un pericolo attuale di reiterazione del reato, poiché i fatti contestati risalivano al 2017. La Suprema Corte ha invece confermato la misura, chiarendo che per i reati associativi gravi opera una presunzione di adeguatezza della carcerazione. L'attualità del pericolo non viene meno con il semplice decorso del tempo se l'associazione criminale è ancora attiva e l'indagato mantiene legami stabili con l'ambiente malavitoso. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi e la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, poiché i fatti risalivano ad alcuni anni prima. La Suprema Corte ha chiarito che, per i reati associativi legati alla droga, opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Il decorso del tempo non esclude automaticamente il pericolo se permangono legami stabili con la criminalità organizzata e una spiccata professionalità delinquenziale. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: complici liberi ma lui resta dentro
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione a delinquere dedita al riciclaggio internazionale di auto rubate. La difesa ha richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, evidenziando la riduzione della pena in appello e la scarcerazione di alcuni complici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il provvedimento favorevole verso i complici non costituisce un fatto nuovo idoneo a modificare la valutazione cautelare. Inoltre, l'elevato rischio di recidiva giustifica pienamente il mantenimento della misura di massimo rigore, escludendo l'adeguatezza di controlli elettronici fuori dal carcere.
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Incompatibilità con il regime carcerario: salute contro rigore
Un indagato per porto abusivo d'armi aggravato da finalità mafiose ha contestato la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'incompatibilità con il regime carcerario a causa di gravi disturbi psichici, richiedendo i domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il Tribunale del Riesame non può accertare direttamente lo stato di salute se vi è già una perizia in corso o se esistono procedure specifiche per la revoca o modifica della misura (come previsto dall'articolo 299 del codice di procedura penale). Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: la cassa comune tradisce il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la sua custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. La difesa contestava la mancanza di motivazione autonoma e l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha invece stabilito che i giudici di merito hanno ampiamente motivato la decisione, valorizzando le intercettazioni telefoniche che dimostravano il ruolo attivo dell'indagato nella gestione della cassa comune del clan (la cosiddetta "bacinella"). Inoltre, per il reato di associazione mafiosa opera una presunzione di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere, non superata da elementi contrari offerti dalla difesa. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: errore nel nome ma il carcere resta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato del reato di associazione di tipo mafioso. La difesa contestava la mancanza di prove concrete, basate principalmente sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, e un errore materiale nel testo del provvedimento, dove compariva il cognome di un altro soggetto. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la partecipazione al clan è provata dall'inserimento stabile del soggetto, dimostrato dal legame di parentela con il capoclan e dalla partecipazione attiva a una spedizione punitiva. Inoltre, lo scambio di nome nel testo rappresenta un semplice errore di scrittura (lapsus calami) che non annulla la validità della misura cautelare. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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