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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2023

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454 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: il pacco postale toglie la libertà
Un pacco contenente oltre un chilo e mezzo di metanfetamina, spedito da New York, viene intercettato e consegnato a una donna. All'interno dell'abitazione comune, condivisa con L'Indagato, le forze dell'ordine scoprono un vero e proprio laboratorio di confezionamento con altra droga e bilancini. L'Indagato tenta di bloccare l'ingresso alla polizia. Il Tribunale applica la custodia cautelare in carcere. L'Indagato fa ricorso sostenendo di non sapere nulla del pacco e che il suo era solo timore. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere: la presenza di un laboratorio di droga in casa e il tentativo di impedire l'accesso alla polizia costituiscono gravi indizi di colpevolezza che giustificano la massima misura restrittiva.
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Pistola clandestina e spaccio: sì alle esigenze cautelari
Il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia in carcere per un indagato accusato di gestire una piazza di spaccio per conto di un clan mafioso. Il giudice riteneva che, essendo passati anni dai fatti, mancassero le attuali esigenze cautelari, nonostante l'indagato fosse stato trovato in possesso di una pistola clandestina durante la perquisizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il ritrovamento di un'arma illegittima, anche se aspecifica rispetto al traffico di droga, dimostra un perdurante inserimento in contesti criminali. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di scarcerazione, rinviando al Tribunale per una nuova valutazione sulla sussistenza delle esigenze cautelari.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari senza casa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere per i reati di furto pluriaggravato e false dichiarazioni sull'identità. La difesa lamentava la nullità dell'interrogatorio per mancato accesso agli atti, l'assenza di traduzione dei verbali e l'omessa concessione dei domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha chiarito che l'eventuale nullità dell'interrogatorio è stata sanata non essendo stata eccepita subito. Inoltre, la mancanza di precedenti penali non dà diritto automatico alle attenuanti generiche o alla sospensione della pena. Infine, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea poiché L'Indagato è privo di un domicilio idoneo per gli arresti domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il promotore
Un uomo, accusato di promuovere un'associazione criminale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina tra Tunisia e Italia, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che si trattasse di un semplice concorso di persone e chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, valorizzando anche il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno evidenziato la stabilità della struttura criminale, dotata di mezzi e basi logistiche, e hanno chiarito che il decorso del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari per reati così gravi, specialmente in presenza di un ruolo di vertice.
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Custodia cautelare in carcere: confermata la cella per sequestro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di sequestro di persona aggravato. L'indagato, insieme a quattro complici, aveva costretto la vittima a salire su un'auto sotto minaccia di morte per sottrargli il cellulare, in un contesto legato al traffico di droga. La difesa chiedeva gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, contestando l'attendibilità della vittima. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e non alla legittimità. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Gravi indizi di colpevolezza: quando il sospetto apre il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che per l'applicazione delle misure cautelari la nozione di gravi indizi di colpevolezza non richiede la certezza assoluta o la concordanza tipica del giudizio finale. È invece sufficiente che emerga una qualificata probabilità di responsabilità dell'indagato. Nel caso specifico, le intercettazioni ambientali e lo spessore criminale dei soggetti giustificano ampiamente la misura restrittiva, evidenziando un elevato rischio di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato, non arginabile con i soli arresti domiciliari. Di conseguenza, i ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Riciclaggio di auto rubate: il garage privato costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di concorso nel riciclaggio di auto rubate. L'indagato custodiva nel proprio garage un veicolo con il numero di telaio abraso e targhe intestate al fratello, risultato rubato mesi prima. La difesa ha contestato la gravità degli indizi e la regolarità degli accertamenti tecnici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché generico e privo di un reale confronto con le motivazioni del Tribunale del Riesame. I giudici hanno ribadito che la valutazione dei gravi indizi spetta al giudice di merito e che la motivazione del provvedimento cautelare era logica e coerente. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rivolta contro buona condotta: pericolo di reiterazione del reato
Durante la pandemia da Covid-19, scoppiava una violenta rivolta nel carcere di Foggia. Il Detenuto partecipava attivamente devastando i locali. Il Tribunale del Riesame applicava la custodia in carcere, ravvisando il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che l'eccezionalità del contesto pandemico escludesse tale rischio e valorizzando la sua successiva buona condotta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede la ripetizione dello stesso identico fatto, ma si riferisce a reati della stessa specie, caratterizzati da violenza indiscriminata. La buona condotta successiva non cancella la gravità dei precedenti e dei rilievi disciplinari accumulati.
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Delitto del fratello: custodia cautelare in carcere confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato per l'omicidio pluriaggravato e la decapitazione del fratello, oltre che per l'occultamento del cadavere. Il corpo della vittima era stato rinvenuto in un dirupo vicino a un casolare. Le indagini hanno rivelato forti dissidi familiari legati all'eredità di un podere, vissuti dall'indagato come un'ossessione. A suo carico sono emersi gravi indizi, tra cui tracce di sangue su guanti e scarpe, il possesso di una fototrappola della vittima e il tentativo di nascondere armi e modificare la propria auto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, ritenendo pienamente giustificata la misura carceraria per il concreto pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione di reati della stessa specie, escludendo l'adeguatezza di misure meno afflittive.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva avanzato una rinuncia al ricorso, risultata priva di idonea procura speciale. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di stampo mafioso può essere superata solo provando la rescissione dei legami con l'associazione criminale. Nel caso di specie, i risalenti e consolidati legami con la criminalità organizzata e i gravi precedenti penali escludono l'applicazione di misure meno afflittive, rendendo irrilevanti anche le esigenze familiari prospettate dalla difesa.
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Gravità indiziaria: nullo il carcere se si ignora la difesa
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di furti, rapina e lesioni personali. La difesa aveva contestato la sussistenza della gravità indiziaria per i reati di rapina e lesioni, sostenendo che l'accusa si basasse solo sulla presunzione che gli autori del furto fossero gli stessi della rapina. Nonostante la presentazione di una memoria difensiva, il Tribunale del Riesame aveva omesso di motivare su questo punto specifico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando la violazione dell'obbligo di motivazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso al Tribunale per una nuova valutazione della gravità indiziaria.
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Custodia cautelare in carcere: rigettati i domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro l'ordinanza del Tribunale di Milano che confermava la custodia cautelare in carcere. L'Imputato era stato condannato in appello a otto anni di reclusione per estorsione e lesioni personali aggravate dal metodo mafioso. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione e chiedeva i domiciliari. La Suprema Corte ha ribadito che, per i reati aggravati da agevolazione o metodo mafioso, opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Tale presunzione può essere superata solo da elementi specifici che dimostrino l'idoneità di misure meno afflittive. Nel caso di specie, la gravità del pestaggio organizzato all'estero e l'assenza di un percorso di dissociazione rendono legittimo il mantenimento della massima misura restrittiva.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per il metodo mafioso
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una donna accusata di aver organizzato una violenta spedizione punitiva a Malta per riscuotere un credito. Il reato di estorsione è stato aggravato dal metodo mafioso, volto a riaffermare l'influenza del clan familiare sul territorio. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che per i reati di stampo mafioso opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta l'unico strumento idoneo a fronteggiare la pericolosità sociale dell'indagata, la quale è stata anche condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: il “sentito dire” porta in carcere
Il Tribunale del riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di gravi indizi e contestando l'uso di dichiarazioni per sentito dire ("de relato") e di elementi già utilizzati per un'accusa di traffico di droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la partecipazione all'associazione mafiosa era provata da intercettazioni telefoniche che confermavano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia. La Corte ha ribadito che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito dei fatti se la motivazione del provvedimento impugnato è logica e coerente. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Omesso esame della memoria difensiva: tra mafia e biomasse
Un presunto esponente di spicco della criminalità organizzata è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, estorsione e traffico illecito di rifiuti legati al legno cippato per biomasse. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'omesso esame della memoria difensiva depositata durante il riesame, contenente uno studio scientifico dell'Università di Napoli sulla classificazione delle biomasse. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente ai reati ambientali. I giudici hanno stabilito che l'omesso esame della memoria difensiva contenente elementi nuovi e potenzialmente decisivi determina un vizio di motivazione, imponendo un nuovo esame da parte del Tribunale del Riesame.
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Omesso esame di memoria difensiva: parziale stop al carcere
L'Indagato, accusato di associazione mafiosa, estorsione e traffico illecito di rifiuti, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa ha presentato una memoria scientifica per dimostrare la liceità del materiale legnoso trattato dall'azienda dell'indagato, ma il Tribunale del Riesame ha ignorato tale documento. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, sancendo che l'omesso esame di memoria difensiva contenente elementi decisivi e inediti determina un vizio di motivazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente al reato ambientale, disponendo un nuovo esame davanti al Tribunale di Catanzaro, mentre ha confermato la misura cautelare per gli altri capi d'accusa.
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Custodia cautelare in carcere: ricorso tardivo e cella confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato aveva contestato per la prima volta in Cassazione la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, violando il divieto di proporre motivi nuovi non sollevati in sede di riesame. La Suprema Corte ha inoltre confermato l'adeguatezza della custodia cautelare in carcere, evidenziando che gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico sono insufficienti a scongiurare il pericolo di reiterazione del reato, poiché l'attività illecita può essere facilmente replicata a casa e i contatti con l'esterno non possono essere totalmente impediti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Covid e Rivolta: il Pericolo di Reiterazione del Reato
Durante la pandemia, un detenuto partecipa attivamente a una violenta rivolta in carcere, sequestrando agenti e devastando la struttura. Il Tribunale dispone la custodia in carcere per il concreto pericolo di reiterazione del reato, evidenziando la sua personalità aggressiva e i numerosi precedenti penali. Il detenuto fa ricorso sostenendo che la rivolta fosse un evento unico legato al panico da Covid-19. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte conferma che l'emergenza sanitaria non giustifica la violenza né esclude la pericolosità del soggetto. Il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, data l'incapacità di autocontrollo dell'uomo e la sua refrattarietà alle regole. Di conseguenza, il detenuto resta in carcere e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Termini massimi custodia cautelare: rigetto e carcere per mafia
Il caso riguarda un imputato condannato in primo grado per associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa ha richiesto la scarcerazione, sostenendo il superamento dei termini massimi custodia cautelare (pari a quattro anni) a causa della concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per il calcolo del termine di custodia in fase di appello si deve fare riferimento alla pena edittale del reato accertato in primo grado. Le circostanze aggravanti ad effetto speciale (come il metodo mafioso) vanno conteggiate anche se bilanciate dalle attenuanti. Di conseguenza, poiche l estorsione aggravata prevede una pena superiore a venti anni, il limite di custodia applicabile e di sei anni, termine non ancora decorso. L imputato resta quindi in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: giù dal tetto ma resta la cella
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per furto, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Durante la fuga, L'Indagato si era procurato gravi fratture lanciandosi da un tetto. La difesa sosteneva che le precarie condizioni di salute escludessero la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che la questione della salute non era stata sollevata correttamente davanti al Tribunale del Riesame per contestare le esigenze cautelari. Inoltre, il ricorso è stato ritenuto generico, poiché le lesioni fisiche non annullano la spiccata pericolosità sociale del soggetto, dimostrata proprio dal gesto estremo di gettarsi dal tetto pur di sfuggire all'arresto.
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