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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2023

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454 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere per estorsione: il tempo non salva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'episodio risale al 2014, quando L'Indagato minacciò La Persona Offesa di bruciarle il locale per riscuotere un pizzo destinato a un clan locale. Sebbene il Tribunale del Riesame avesse accertato che il ruolo de L'Indagato fosse limitato al solo episodio del 2014, non aveva annullato la misura per i fatti successivi. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza per i reati post-2014. Ha invece confermato la custodia cautelare in carcere per l'estorsione del 2014: il lungo tempo trascorso non cancella il pericolo di reiterazione, vista la gravità del fatto, i collegamenti con la criminalità organizzata e i precedenti penali del soggetto.
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Custodia cautelare in carcere: il boss anziano resta dentro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato ultrasettantenne accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Inizialmente, il Tribunale del Riesame aveva annullato una precedente misura per mancanza di motivazione sulle eccezionali esigenze cautelari richieste per chi ha più di settant'anni. Il Giudice delle indagini preliminari ha quindi emesso un nuovo provvedimento, spiegando che l'età avanzata non aveva impedito all'indagato di dirigere la cosca mafiosa. La Suprema Corte ha stabilito che la custodia cautelare in carcere è legittima anche per gli ultrasettantenni se sussistono esigenze di eccezionale rilevanza, e che il giudice può emettere una nuova misura correggendo i vizi della precedente senza violare il giudicato cautelare.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari dopo sei mesi
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di sequestro di persona e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari in un comune distante, valorizzando il decorso del tempo (sei mesi) e la lontananza dal luogo del delitto. I giudici hanno stabilito che il semplice trascorrere del tempo, in assenza di un reale percorso di ravvedimento o di elementi di novità processuale, non attenua la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane l'unica misura idonea a prevenire il rischio di recidiva e a tutelare la vittima da possibili contatti o ritorsioni.
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Rivolta e sequestro dell’agente: sì alla custodia cautelare
Durante una violenta rivolta in un istituto penitenziario, un detenuto aggrediva un agente di polizia penitenziaria, lo sequestrava in un ufficio e gli sottraeva le chiavi per fuggire insieme ad altri ristretti. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere per i reati di devastazione aggravata e sequestro di persona. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo di aver voluto solo evadere e di non aver partecipato alle successive devastazioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che l'azione del detenuto era parte di un piano coordinato e violento, e che il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto e attuale, escludendo che la successiva cattura all'esterno, dovuta al blocco della polizia, potesse dimostrare un ravvedimento spontaneo.
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Omicidio volontario o preterintenzionale: la Cassazione decide
Un uomo è stato arrestato con l'accusa di rapina e omicidio volontario dopo aver aggredito violentemente la vittima con pugni e un bastone, rubandole poi l'orologio e il cellulare. La difesa ha chiesto di riqualificare il reato in omicidio preterintenzionale, sostenendo la mancanza di intenzionalità e contestando l'attendibilità di un testimone. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la custodia in carcere, evidenziando che l'estrema violenza dei colpi inferti a zone vitali dimostra la piena accettazione del rischio di morte della vittima. Di conseguenza, si configura il reato di omicidio volontario e non quello preterintenzionale. Il ricorrente resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Revoca dell’affidamento in prova: legittima ma la data è errata
Il Tribunale di sorveglianza disponeva la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo per un condannato, a seguito di una nuova misura cautelare per gravi reati di droga. Il condannato ricorreva in Cassazione lamentando la mancata valutazione del percorso svolto e un errore materiale sulla data di decorrenza della revoca, indicata nel 2020 anziché nel 2022. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della revoca retroattiva, ritenendo l'adesione al programma terapeutico solo apparente. Tuttavia, ha accolto il ricorso limitatamente all'errore di data. Applicando il potere di rettificazione, la Cassazione ha modificato direttamente la decorrenza al 2 maggio 2022, annullando senza rinvio l'ordinanza sul punto e dichiarando inammissibile il resto del ricorso.
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Tentata estorsione aggravata: il silenzio non salva il complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di tentata estorsione aggravata ai danni di una famiglia di imprenditori. La difesa sosteneva la tesi della mera presenza passiva dell'indagato. Tuttavia, i giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando la sua partecipazione attiva a pedinamenti delle mogli delle vittime, la conoscenza di lettere minatorie contenenti proiettili e la presenza fisica a un incontro cruciale in cui si pretendeva il pagamento di centomila euro. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del metodo mafioso e l'elevato rischio di reiterazione del reato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: salute dichiarata ma non provata
Un uomo, già sottoposto all'obbligo di firma, ha commesso il reato di resistenza a pubblico ufficiale ferendo degli agenti durante un inseguimento. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione dei domiciliari per motivi di salute (sindrome da immunodeficienza) e contestando il rischio di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la patologia non era supportata da idonea documentazione medica al momento della decisione. Inoltre, la precedente condanna per evasione impedisce per legge la concessione degli arresti domiciliari. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Trasferimento fraudolento di valori: il prestanome va in carcere
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di associazione mafiosa, estorsione e trasferimento fraudolento di valori. La difesa sosteneva che l'indagato avesse un ruolo marginale e passivo e che mancasse il dolo specifico richiesto per il reato di intestazione fittizia. I giudici hanno invece confermato la gravità degli indizi, chiarendo che nel concorso di persone per il reato di trasferimento fraudolento di valori non è necessario che tutti i partecipanti condividano lo scopo elusivo. È sufficiente che almeno uno dei concorrenti agisca con tale finalità e che gli altri ne siano pienamente consapevoli. Di conseguenza, l'appello è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Gravi indizi di colpevolezza: il peso delle intercettazioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava l'identificazione dell'uomo nelle intercettazioni e la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione, salvo evidente illogicità. Inoltre, per i reati di mafia opera la presunzione di adeguatezza della misura carceraria, non superata nel caso di specie. L'indagato resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: violare i domiciliari porta dentro
Il Tribunale di Brescia applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per rapina aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato aveva ripetutamente violato le precedenti misure meno afflittive, tra cui l'obbligo di firma e gli arresti domiciliari, da cui era evaso. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando il mancato rispetto del principio di gradualità e sostenendo che un futuro rito alternativo avrebbe ridotto la pena sotto i tre anni, rendendo inapplicabile la misura estrema. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le violazioni sistematiche delle prescrizioni precedenti dimostrano l'inadeguatezza di misure diverse dal carcere. Inoltre, la prognosi sulla pena deve basarsi su elementi attuali e concreti, escludendo calcoli ipotetici legati a riti alternativi futuri.
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Custodia cautelare in carcere: il lavoro non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per associazione mafiosa contro il ripristino della custodia cautelare in carcere. L'indagato sosteneva che il tempo trascorso in carcere e una nuova offerta di lavoro avessero superato la presunzione di pericolosità. Tuttavia, i giudici hanno confermato la misura cautelare evidenziando la mancanza di elementi che provino la rottura dei legami con la consorteria criminale. L'indagato aveva infatti continuato a operare nel settore dei trasporti tramite società di comodo fino al momento dell'arresto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la carcerazione preventiva e condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: scontro sui termini, niente sconti
L'Imputato, accusato di associazione di stampo mafioso aggravata, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere sostenendo la scadenza dei termini massimi di durata, ritenuti di quattro anni anziché sei. Il Tribunale ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per calcolare la durata della custodia cautelare in carcere in presenza di più aggravanti specifiche (come l'associazione armata e il reinvestimento di capitali illeciti), occorre sommare gli aumenti di pena previsti dalla norma speciale. Di conseguenza, il termine massimo applicabile resta di sei anni e la misura cautelare rimane pienamente valida ed efficace. L'Imputato deve quindi restare in carcere e pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per il grave incendio
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato del reato di incendio. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la gravità degli indizi basati su intercettazioni telefoniche e chiedendo la riqualificazione del fatto in un reato meno grave. Lamentava inoltre l'assenza di esigenze cautelari, evidenziando il corretto comportamento tenuto durante un precedente periodo di arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimità della custodia cautelare in carcere, ritenendo la misura proporzionata a causa della gravità dell'incendio, della personalità negativa del soggetto e del concreto rischio di reiterazione del reato desunto dai suoi precedenti penali.
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Trasferimento fraudolento di valori: carcere per il socio occulto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Socio Occulto contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'indagato era accusato di trasferimento fraudolento di valori per aver intestato fittiziamente alla moglie le quote di una società ittica, agendo come socio occulto al 51%. Il restante 49% era riconducibile a un esponente della criminalità organizzata. Lo scopo era eludere le misure di prevenzione patrimoniali. La difesa sosteneva che l'intestazione derivasse da precedenti penali personali e non dall'intento di agevolare la mafia. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, ribadendo che il reato sussiste quando si scherma la reale titolarità dei beni per evitare confische, e che l'aggravante mafiosa è configurabile data la consapevolezza della caratura criminale del socio.
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Custodia cautelare in carcere: il clan non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava il rigetto della revoca della misura, invocando una diversa valutazione della posizione di un coindagato e l'assenza di un'investitura formale nel clan. I giudici hanno chiarito che ogni procedimento cautelare è autonomo e che la valutazione degli indizi deve essere globale e non frammentata. Inoltre, per l'associazione mafiosa opera una presunzione di pericolosità sociale superabile solo dimostrando la definitiva rottura dei legami con il sodalizio criminoso. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la misura restrittiva.
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Estorsione ambientale: il silenzio mafioso che porta al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato ultrasettantenne, accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'assenza di minacce esplicite e la natura spontanea dei pagamenti da parte della vittima, un imprenditore locale legato da vecchia amicizia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che si configura il reato di estorsione ambientale anche senza minacce verbali o fisiche dirette. In contesti ad alta densità criminale, infatti, la forza intimidatrice del clan rende superfluo l'avvertimento esplicito, poiché il silenzio stesso costituisce minaccia. Inoltre, l'età avanzata dell'indagato non esclude il carcere se sussistono esigenze cautelari di eccezionale gravità, legate al suo ruolo di vertice nel sodalizio mafioso e al rischio concreto di commissione di gravi delitti.
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Chiamata di correo: quando la bugia non salva dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due soggetti accusati di omicidio aggravato da finalità mafiose, uno come mandante e l'altro come esecutore materiale. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia a causa di alcune discrepanze nei loro racconti. I giudici hanno chiarito che, in tema di chiamata di correo, l'attendibilità può essere valutata in modo frazionato. Eventuali menzogne su dettagli secondari o per proteggere un familiare non invalidano l'intero racconto, se il nucleo centrale è confermato da riscontri esterni convergenti. Inoltre, il lungo tempo trascorso dal delitto (otto anni) non fa venire meno le esigenze cautelari se gli indagati mantengono legami attivi con la criminalità organizzata. I ricorsi sono stati rigettati.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per il reato di rapina pluriaggravata. La difesa sosteneva l'assenza di attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando lo stato di incensuratezza del soggetto. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità della misura, evidenziando che la meticolosa organizzazione del colpo, l'uso di un'arma e la sottrazione della pistola a una guardia giurata dimostrano una spiccata pericolosità sociale e una condotta non occasionale. Di conseguenza, lo stato di incensurato passa in secondo piano di fronte alla gravità e alla professionalità dell'azione criminosa, rendendo la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea.
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Inidoneità degli arresti domiciliari: dalla casa al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo trovato in possesso di ingenti quantitativi di droga (oltre 14 kg di marijuana, hashish, eroina e cocaina) e strumenti per il confezionamento. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari presso l'abitazione dei genitori, sostenendo che l'attività illecita avvenisse in un fabbricato separato. I giudici hanno respinto il ricorso, confermando l'inidoneità degli arresti domiciliari. L'intera area apparteneva ai genitori e, proprio nella casa indicata per la misura cautelare alternativa, era stata rinvenuta parte del denaro provento dello spaccio. L'Indagato rimane quindi in carcere.
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