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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2023

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454 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Agguato con tranello: Cassazione conferma l’aggravante della premeditazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per due indagati accusati di lesioni aggravate. Essi avevano attirato la vittima in un'abitazione con la scusa di un chiarimento per poi aggredirla. La difesa contestava l'aggravante della premeditazione, sostenendo che la presenza di una telecamera esterna escludesse una pianificazione. La Corte ha respinto il ricorso, chiarendo che l'intervallo di tempo tra l'ideazione e l'esecuzione del piano, unito alla ferma volontà di compiere l'agguato, sono sufficienti a configurare la premeditazione. La pericolosità sociale ha giustificato il mantenimento della misura carceraria.
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Fornitore di Droga: Complice o Membro dell’Associazione a Delinquere?
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di essere il fornitore principale di un gruppo criminale. L'uomo sosteneva di essere un semplice venditore esterno, ma i giudici hanno ritenuto diversamente. La presenza di una struttura organizzata, con ruoli definiti, forniture costanti di droga e di strumenti come telefoni dedicati, ha dimostrato la sua piena partecipazione all'associazione a delinquere finalizzata allo spaccio. La Corte ha stabilito che un rapporto così strutturato e continuativo qualifica il fornitore come membro effettivo del sodalizio, non come un semplice collaboratore occasionale. Il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Acquirente abituale di droga: cliente o socio? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che un acquirente abituale di droga può essere considerato partecipe di un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Il caso riguardava un soggetto arrestato perché comprava stabilmente ingenti quantità di hashish da un'organizzazione criminale. Secondo i giudici, non si tratta di un semplice cliente. Il rapporto continuativo e la consapevolezza di interagire con una struttura organizzata dimostrano l'inserimento della persona nel sodalizio. La stabilità del legame tra fornitore e acquirente garantisce l'operatività del gruppo, rendendo l'acquirente un elemento essenziale dell'associazione stessa. Il ricorso dell'uomo è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Gravi indizi di colpevolezza: una telefonata per un PIN basta?
La Corte di Cassazione ha stabilito che una singola telefonata può costituire prova sufficiente per i gravi indizi di colpevolezza. Nel caso specifico, un uomo era stato messo in custodia cautelare per ricettazione e uso indebito di una carta di pagamento rubata. L'unica prova a suo carico era una telefonata in cui comunicava al fratello il PIN della carta per effettuare un prelievo. La difesa sosteneva che questo elemento fosse troppo debole. La Corte ha respinto il ricorso, confermando che fornire il PIN dimostra sia il possesso della carta rubata sia la volontà di utilizzarla illecitamente. Di conseguenza, l'indagato ha perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Concorso detenzione armi: chiavi e bugie costano il carcere
Un dipendente, figlio del co-indagato, viene trovato in possesso delle chiavi di alcuni locali aziendali contenenti un arsenale di armi ed esplosivi. Nonostante neghi di esserne a conoscenza, il suo comportamento reticente durante la perquisizione e la materiale disponibilità delle chiavi sono stati ritenuti sufficienti per configurare il suo **concorso in detenzione di armi**. La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere, stabilendo che avere la possibilità di accedere all'arsenale e non fare nulla per impedire l'illecito dimostra una chiara connivenza. L'appello del giovane è stato quindi respinto.
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Partecipazione associazione mafiosa: affari e cene valgono prova
La Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un individuo accusato di far parte di una 'locale' di 'ndrangheta a Roma. La difesa sosteneva la mancanza di prove, ma i giudici hanno stabilito un principio chiave: la **Partecipazione associazione mafiosa** non richiede necessariamente atti di violenza. La forza intimidatrice di un clan 'delocalizzato' deriva dalla fama dell'organizzazione madre. La costante disponibilità dell'indagato verso il clan, la sua presenza a riunioni strategiche e il suo ruolo in operazioni economiche sono stati ritenuti indizi sufficienti a dimostrare un'adesione stabile e consapevole al sodalizio criminale, giustificando la misura cautelare.
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Clan nuovo, mafia storica: la presunzione esigenze cautelari resta
Un indagato per associazione mafiosa ('ndrangheta) si oppone alla custodia cautelare in carcere. Sostiene che il suo clan è di recente formazione e non una 'mafia storica', quindi il tempo trascorso dai fatti dovrebbe attenuare la pericolosità. La Cassazione respinge il ricorso. Afferma che l'appartenenza a una 'locale' di 'ndrangheta attiva un meccanismo di presunzione esigenze cautelari molto forte. Per superarla, non basta il tempo: l'indagato deve provare di aver reciso ogni legame con l'organizzazione. La Corte conferma che, in assenza di tale prova, la detenzione preventiva è legittima.
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Detenuto spacciatore: confermato il pericolo di reiterazione reato
Un detenuto, che svolgeva attività lavorativa all'interno del penitenziario, organizzava un'attività di spaccio di stupefacenti destinata agli altri carcerati. La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere, respingendo la sua difesa. Secondo i giudici, lo stato di detenzione non esclude di per sé il pericolo di reiterazione del reato. Le modalità organizzate del traffico e l'abuso della posizione lavorativa dimostravano un rischio concreto e attuale che l'indagato potesse commettere altri delitti, giustificando così la misura restrittiva.
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Condanna per evasione? Scatta il divieto di arresti domiciliari
Un uomo, in custodia cautelare in carcere per rapina, chiede di passare agli arresti domiciliari. La sua richiesta viene respinta perché, nei cinque anni precedenti, aveva patteggiato una pena per il reato di evasione. La Corte di Cassazione conferma la decisione, ribadendo che la legge impone un chiaro **divieto di arresti domiciliari per evasione**. Questa regola si applica anche se la condanna precedente deriva da un patteggiamento. La Corte dichiara quindi il ricorso inammissibile, sottolineando come la precedente condotta del soggetto dimostri una sua inaffidabilità a rispettare le misure meno restrittive del carcere.
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Custodia Cautelare Stupefacenti: Incastrata da Chiavi e Guida
Una donna finisce in carcere preventivo dopo il ritrovamento di un ingente quantitativo di droga nell'auto che guidava e in due abitazioni condivise con il marito. La difesa sostiene la sua estraneità, parlando di semplice connivenza non punibile. La Cassazione, però, conferma la misura della custodia cautelare stupefacenti. Secondo i giudici, la somma degli indizi (guida sospetta, disponibilità delle chiavi dell'auto e delle case) crea un quadro accusatorio solido. Per reati così gravi, la legge presume un alto rischio di reiterazione, giustificando il carcere anche in assenza di precedenti penali.
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Custodia cautelare in carcere: la traduzione non annulla il fermo
Un cittadino straniero, accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ha impugnato la custodia cautelare in carcere. La difesa lamentava la mancata traduzione dell'ordinanza nella lingua madre dell'indagato e l'assenza di un interprete durante l'interrogatorio di garanzia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la mancata traduzione non rende nullo il provvedimento, ma sposta semplicemente il termine per presentare il ricorso. Inoltre, i giudici hanno confermato la validità della misura poiché sussistono gravi indizi di colpevolezza e un pericolo attuale di reiterazione del reato. Lo straniero, identificato come scafista dai migranti trasportati, resta in carcere per evitare che possa tornare a compiere attività illecite legate al traffico di esseri umani.
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Pericolo di recidiva: buona condotta apparente non evita il carcere
Un indagato per traffico di droga si oppone alla custodia in carcere. Sostiene che il tempo trascorso dai fatti (due anni) rende non più attuale il pericolo di nuovi reati. La Cassazione, però, respinge il ricorso. I Giudici chiariscono che l'attualità del pericolo di recidiva non svanisce solo per il passare del tempo. In questo caso, la pericolosità dell'indagato è confermata dal suo curriculum criminale e dal fatto che ha ripreso a delinquere proprio dopo la revoca di una precedente misura di prevenzione. La sua 'buona condotta' era solo apparente, giustificando così la detenzione.
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Alta pericolosità sociale: no ai domiciliari, si resta in carcere
La Cassazione ha respinto la richiesta di un uomo di passare dal carcere agli arresti domiciliari. La decisione si fonda sulla sua elevata pericolosità sociale, desunta da precedenti penali e dal rientro illegale in Italia con documenti falsi dopo un'espulsione. Secondo i giudici, queste condotte dimostrano una totale inaffidabilità e una mancanza di autocontrollo, rendendo gli arresti domiciliari una misura inadeguata a prevenire il rischio di nuovi reati. La valutazione sulla pericolosità sociale ha reso irrilevante ogni altra considerazione, come l'idoneità dell'abitazione proposta per i domiciliari.
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Collabora ma resta in cella: la custodia cautelare in carcere
Un uomo, indagato per ricettazione e detenzione illegale di una pistola, si oppone alla misura della custodia cautelare in carcere. Sostiene di aver intrapreso un percorso riabilitativo e di essere collaborativo. La Corte di Cassazione, però, respinge il suo ricorso. I giudici hanno confermato la decisione, ritenendo che il pericolo di reiterazione del reato fosse troppo alto. Questa valutazione si basa sulle dichiarazioni di un coindagato e sulle intercettazioni, che rivelavano contatti per procurare armi. La Corte ha stabilito che il ricorso era un tentativo di ridiscutere i fatti, cosa non permessa in Cassazione, confermando così la custodia cautelare in carcere.
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Custodia Cautelare in Carcere: con 16kg di droga si dice ingenuo
Un uomo, accusato di detenere un ingente quantitativo di droga e un'arma, si oppone alla custodia cautelare in carcere. Sostiene di essere solo un 'custode sprovveduto' e chiede una misura meno afflittiva. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, giudicando la sua versione dei fatti del tutto inverosimile e illogica. I giudici confermano l'elevato pericolo di reiterazione del reato, ritenendo che solo la custodia cautelare in carcere sia una misura adeguata a fronteggiare la sua pericolosità sociale e il suo stabile inserimento in un contesto criminale. L'indagato perde il ricorso e resta in prigione.
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Uomo di fiducia o affiliato? Per la Cassazione è partecipazione associazione mafiosa
Un imprenditore, accusato di essere un membro di un clan camorristico, si oppone alla custodia in carcere. Sostiene di essere solo un uomo di fiducia di un esponente del clan, non un affiliato. La Corte di Cassazione respinge il suo ricorso. La Corte stabilisce un principio chiave sulla partecipazione associazione mafiosa: non serve un'affiliazione formale. È sufficiente essere stabilmente inseriti nella struttura e agire con la consapevolezza di perseguire gli scopi criminali del gruppo. Essere un referente operativo di un boss, anche senza contatti diretti con i vertici, integra pienamente il reato. La detenzione in carcere viene quindi confermata.
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Custodia Cautelare: Amicizia o Narcotraffico? Cassazione decide
Un uomo, accusato di far parte di un'associazione per il narcotraffico e di aver detenuto 15 kg di cocaina, si oppone alla custodia cautelare in carcere. Sostiene che il suo coinvolgimento fosse solo un aiuto a un amico d'infanzia e non una partecipazione al clan. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, ritenendolo inammissibile. I giudici hanno confermato la validità della misura, stabilendo che le intercettazioni dimostravano chiaramente il suo ruolo attivo nell'organizzazione. L'assistenza all'amico detenuto non era un gesto personale, ma un interesse dell'intero gruppo criminale. La Corte ha quindi ritenuto corretta la valutazione sulla sua pericolosità sociale e ha confermato la custodia cautelare in carcere.
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Droga e Mafia: l’Attualità Esigenze Cautelari vince sul Tempo
Un uomo, accusato di far parte di un'associazione per il traffico di droga aggravata dal metodo mafioso, ricorre contro l'ordine di custodia in carcere. Sostiene che i fatti sono vecchi e che non sussiste più l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. Afferma che, nei reati associativi di stampo mafioso, la pericolosità sociale si presume persistente. Il tempo trascorso o l'inizio di un nuovo lavoro non sono sufficienti a dimostrare un reale distacco dal sodalizio criminale. Pertanto, la detenzione in carcere è legittima per prevenire la commissione di nuovi reati, confermando che il legame con il clan prevale sul tempo passato.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Un uomo, accusato di associazione mafiosa, si trova in custodia cautelare in carcere. L'Indagato chiede la scarcerazione sostenendo che i fatti contestati risalgono ad anni prima e che, da allora, non ha commesso altri reati. Il Tribunale respinge la richiesta. L'Indagato fa ricorso in Cassazione. La Suprema Corte chiarisce un principio fondamentale. Per i reati di mafia, il semplice trascorrere del tempo senza commettere illeciti non basta per ottenere la libertà. La legge presume che le esigenze di sicurezza rimangano valide. L'indagato deve dimostrare di essersi staccato definitivamente dall'organizzazione criminale. Inoltre, i numerosi precedenti penali dell'uomo confermano il suo legame con il mondo del crimine. La Corte dichiara il ricorso inammissibile. L'Indagato resta in prigione, deve pagare le spese processuali e versa una sanzione di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella la mafia
Un uomo, accusato di aver fatto da prestanome per un clan mafioso gestendo fittiziamente un ristorante e una pasticceria, contesta la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa sostiene che il lungo periodo trascorso senza commettere reati dimostri l'assenza di pericolosità sociale. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici stabiliscono che, nei reati aggravati dall'agevolazione mafiosa, il semplice trascorrere del tempo non basta per evitare la prigione. L'indagato ha l'obbligo di dimostrare in modo inequivocabile di aver interrotto definitivamente ogni legame con l'organizzazione criminale. In assenza di questa prova, la presunzione di pericolosità rimane attiva. Di conseguenza, l'indagato perde la causa, resta detenuto e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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