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Contraffazione Del Marchio

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Riproduzione abusiva di un segno distintivo altrui volta a creare confusione tra i consumatori.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Contraffazione del marchio: il marchio UE batte quello estero
Una società estera titolare dal 1999 di un marchio europeo nell'abbigliamento agisce in giudizio contro un'azienda distributrice per contraffazione del marchio e concorrenza sleale. L'azienda distributrice vendeva in Italia capi recanti lo stesso segno, giustificandosi con una registrazione ottenuta a San Marino nel 2017 e invocando un trattato bilaterale del 1939. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda distributrice. La Suprema Corte stabilisce che gli accordi bilaterali tra Italia e San Marino si applicano solo ai marchi nazionali e non possono pregiudicare la tutela prioritaria del marchio europeo registrato in data antecedente. La Corte conferma inoltre la piena validità della procura alle liti sottoscritta all'estero con autentica notarile. L'azienda distributrice perde la causa e viene condannata al pagamento di tutte le spese legali.
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Contraffazione del marchio: quando il design non è reato
Il gestore di un centro sportivo acquistava online alcuni macchinari ginnici privi di logo originale ma riproducenti l'estetica di modelli registrati. I giudici di merito lo condannavano per introduzione nello Stato di prodotti falsi e uso di segni contraffatti. L'imputato ricorreva per Cassazione sostenendo l'assenza di dolo e l'inapplicabilità delle norme ai meri modelli ornamentali. I Supremi Giudici hanno accolto il ricorso, evidenziando che l'art. 474 c.p. punisce solo la contraffazione del marchio e non la mera imitazione del design. Inoltre l'art. 473 c.p. richiede l'attività diretta di applicazione del segno e non il semplice acquisto. La Corte ha annullato la condanna senza rinvio.
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Contraffazione del marchio: dominio web e vizi della procura
Una nota multinazionale titolare di marchi internazionali ha citato in giudizio due società e due persone fisiche per contraffazione del marchio e concorrenza sleale, contestando la registrazione abusiva di marchi affini e l'uso indebito del segno in un nome a dominio web. La Corte d'Appello ha condannato l'amministratore che aveva registrato il dominio web a proprio nome, escludendo invece la responsabilità del soggetto acquirente dei marchi che non li aveva mai usati sul mercato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'amministratore, confermando la sua responsabilità personale diretta per l'uso illecito del segno online. I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibile il ricorso della multinazionale per nullità insanabile della procura notarile rilasciata all'estero senza la presenza fisica del legale rappresentante davanti al notaio.
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Concorrenza sleale: risarciti i danni per marchio e cataloghi rubati
Una società produttrice di materiali lapidei ha citato in giudizio un'impresa distributrice denunciando condotte di concorrenza sleale e contraffazione di marchio. Il distributore modificava i cataloghi originali e alterava i listini prezzi, appropriandosi indebitamente dei prodotti e della notorietà dell'azienda fornitrice. La Corte d'Appello ha confermato la condanna del distributore al risarcimento dei danni patrimoniali e d'immagine per oltre 156.000 euro. La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imprenditore scorretto. I giudici hanno chiarito che la concorrenza sleale scatta anche per un'espansione potenziale sul mercato e hanno convalidato la quantificazione del danno tramite perizia contabile e valutazione equitativa.
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Contraffazione del marchio dolciario: condanna confermata
Un'azienda dolciaria ha subito una condanna per contraffazione del marchio per aver venduto prodotti con una denominazione e un packaging confondibili con quelli della ditta titolare del segno originario. Nonostante l'azienda avesse formalmente modificato il nome della torta nelle fatture commerciali, ha continuato a mantenere la dicitura protetta sulle confezioni destinate alla grande distribuzione. I giudici di merito hanno quindi vietato ogni ulteriore utilizzo del nome e condannato l'impresa al risarcimento dei danni patrimoniali e dei costi necessari a ripristinare l'immagine del brand degradato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda dolciaria e confermato integralmente le condanne risarcitorie, ribadendo che il danno all'immagine sussiste anche se il titolare del marchio non commercializza direttamente il prodotto in quel momento.
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Contraffazione del marchio: nomi simili ma segni distinti
Una società titolare di un noto brand di abbigliamento ha citato in giudizio un calzaturificio per presunta contraffazione del marchio. La ricorrente sosteneva che l'uso di un nome proprio simile violasse la propria esclusiva commerciale. I giudici di merito hanno respinto la domanda escludendo il rischio di confusione tra i consumatori. L'elemento comune, un nome proprio femminile, possiede una debole forza distintiva se isolato. L'aggiunta di termini differenti crea un impatto visivo, fonetico e concettuale autonomo e differente. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le pronunce precedenti, rigettando il ricorso dell'azienda attrice e condannandola alle spese di giudizio.
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Modellini e contraffazione del marchio: la riproduzione è lecita
Una celebre casa automobilistica cita in giudizio un'azienda artigianale di modellismo. La contestazione riguarda la presunta contraffazione del marchio e la concorrenza sleale per la riproduzione fedele in scala ridotta di auto d'epoca complete di loghi originali. La produttrice di modellini subisce gravi danni commerciali a causa delle diffide ricevute. La Corte d'Appello esclude qualsiasi illecito, evidenziando l'assenza di confusione per i consumatori e la funzione puramente ornamentale e storica della riproduzione. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione di secondo grado e respinge il ricorso della casa madre. I giudici stabiliscono che la fedele riproduzione in miniatura non danneggia la notorietà aziendale e confermano la condanna del colosso automobilistico a risarcire i danni patiti dall'impresa artigiana.
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Contraffazione del marchio online: decide il giudice italiano
Una società italiana ha citato in giudizio una concorrente estera contestando la contraffazione del marchio e atti di concorrenza sleale compiuti tramite vendita online. La società estera ha eccepito il difetto di giurisdizione del giudice italiano. L'azienda italiana ha presentato un regolamento preventivo per chiedere la conferma della giurisdizione italiana. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che i giudici italiani possiedono la giurisdizione per decidere la controversia. Il principio si applica sia ai marchi nazionali che a quelli europei quando i prodotti dannosi risultano pubblicizzati o commercializzati in Italia via internet. La causa è stata quindi rinviata al tribunale competente per il giudizio di merito.
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Contraffazione del marchio: l’uso del nome altrui costa caro
L'Azienda di servizi ha accusato l'Azienda concorrente di contraffazione del marchio per l'uso non autorizzato del nome storico aziendale nel proprio marchio e nel dominio web. Dopo una prima fase urgente, l'Azienda concorrente ha avviato una causa ordinaria per contestare il provvedimento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Azienda concorrente, confermando l'illecito e la condanna al risarcimento dei danni. La Corte ha chiarito che la procura alle liti rilasciata per la fase urgente è pienamente valida anche per il successivo giudizio di merito, comprese le domande di risarcimento. Inoltre, ha stabilito che il giudice del merito non può rivalutare i presupposti della misura d'urgenza ormai definita, ma deve accertare l'effettiva esistenza del diritto. L'Azienda concorrente perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Contraffazione del marchio: limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di contraffazione del marchio a carico di un imputato che contestava la prova della falsificazione dei prodotti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché le doglianze presentate riguardavano esclusivamente la ricostruzione dei fatti, già ampiamente analizzata nei gradi precedenti. La decisione ribadisce che, in sede di legittimità, non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove se la motivazione della sentenza impugnata risulta logica e coerente.
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