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Continuità Aziendale

19 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una tipologia di concordato preventivo in cui l'attività d'impresa prosegue, direttamente o indirettamente, con l'obiettivo di preservare il valore aziendale e soddisfare i creditori attraverso i flussi di cassa futuri.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sgravi contributivi: la Cassazione nega i benefici per continuità aziendale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda (CFC srl) che chiedeva sgravi contributivi per lavoratori già assunti da una precedente ditta individuale (Marcello Zani). L'azienda non ha dimostrato la "novità" delle assunzioni e l'assenza di continuità aziendale tra le due entità. L'INPS aveva contestato il diritto agli sgravi, sostenendo che non vi fosse un reale incremento occupazionale. La Cassazione ha confermato che l'onere della prova ricadeva sull'azienda, la quale non ha fornito motivazioni adeguate basate su dati fattuali. Di conseguenza, l'azienda ha perso il diritto agli sgravi contributivi.
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Continuità Aziendale: Quando l’eredità contributiva non si spezza
L'Azienda contestava una cartella esattoriale dell'Ente Previdenziale per contributi del 2009. Il Tribunale aveva annullato la cartella, ma la Corte d'Appello l'aveva ripristinata, riconoscendo la continuità aziendale tra la società precedente e l'attuale, basandosi su ispezioni e sovrapposizioni strutturali. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte ha rigettato tutti i motivi. Ha confermato che la valutazione della continuità aziendale è un accertamento di fatto insindacabile in Cassazione se ben motivato. La Corte ha anche dichiarato inammissibile il controricorso dell'Agente di Riscossione per tardività. L'Azienda deve pagare le spese legali all'Ente Previdenziale.
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Modifica del concordato preventivo: vietata dopo l’omologa
Un'azienda commerciale ha chiesto la modifica del concordato preventivo già omologato dal tribunale, a causa dell'impossibilità sopravvenuta di rispettare i pagamenti promessi ai creditori. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, evidenziando che l'accordo omologato non può essere variato in modo unilaterale dal debitore. La società ha quindi proposto ricorso in Cassazione invocando le norme sulla continuità aziendale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo la totale inammissibilità della modifica del concordato preventivo successivamente al decreto di omologazione. L'accordo approvato dai giudici vincola rigidamente sia l'impresa che i creditori. L'eventuale impossibilità di adempiere agli obblighi condurrà esclusivamente alla risoluzione dell'accordo concorsuale.
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Dissequestro parziale: pagare le tasse con i fondi bloccati
Un'azienda subisce il sequestro dei propri conti correnti per un presunto illecito. Poiché i proventi sono comunque tassabili, l'erario richiede oltre 16 milioni di euro di imposte. L'azienda, priva di altre risorse, chiede il dissequestro parziale delle somme per pagare il debito fiscale ed evitare sanzioni. Il Tribunale rifiuta la richiesta, ma la Cassazione annulla la decisione. La Suprema Corte stabilisce che il giudice può concedere il dissequestro parziale per pagare le tasse se il blocco totale dei fondi rischia di distruggere l'attività d'impresa prima della fine del processo, violando il principio di proporzionalità. Il caso torna al Tribunale per verificare la sussistenza di questi requisiti.
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Prededuzione nel concordato preventivo: scontro tra Newco e creditori
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Istituto Bancario contro il Fallimento di una Società, riguardante il riconoscimento della prededuzione nel concordato preventivo. Il Tribunale aveva escluso tale beneficio a causa della diversità di identità giuridica tra la vecchia società e la nuova impresa (Newco) creata per garantire la continuità aziendale. La Banca ha contestato questa decisione, sostenendo che la diversità dei soggetti non esclude la prededuzione se la Newco è lo strumento per salvare l'attività. Data la novità e l'importanza della questione, la Cassazione ha rinviato la causa alla pubblica udienza per una decisione approfondita.
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Concordato con continuità aziendale: stop ai piani senza impresa
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società cooperativa, rigettando la sua domanda di concordato con continuità aziendale. La Suprema Corte ha stabilito che la mera gestione di una partecipazione azionaria minoritaria e la designazione di un singolo amministratore in un'altra società non costituiscono un'effettiva attività d'impresa idonea a giustificare la continuità. Inoltre, l'attività di servizi ai soci era cessata da tempo. I giudici hanno confermato la legittimità del controllo del tribunale sulla fattibilità economica del piano, ritenuto manifestamente implausibile a causa di flussi di cassa fittizi e dell'omissione di costi essenziali. Infine, è stata ritenuta illegittima la moratoria pluriennale per i creditori privilegiati a fronte della liquidazione dei beni su cui gravava il privilegio. Il ricorso della cooperativa è stato interamente rigettato.
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Concordato con continuità aziendale: no se l’impresa è chiusa
Una società in crisi ha proposto una domanda di concordato con continuità aziendale. Tuttavia, l'attività era cessata da tempo a causa di un incendio che aveva distrutto il capannone e del licenziamento di tutti i dipendenti. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile la proposta poiché, mancando l'effettivo esercizio dell'attività al momento della domanda, il piano andava qualificato come liquidatorio, richiedendo quindi il pagamento di almeno il venti per cento dei creditori chirografari, soglia non prevista. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che per accedere al concordato con continuità aziendale è indispensabile che l'azienda sia effettivamente in esercizio al momento della presentazione della proposta, non bastando la mera intenzione di riprendere l'attività in futuro.
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Sgravi contributivi impresa preesistente: no ai benefici fittizi
La Corte di Cassazione ha negato il diritto agli sgravi contributivi a un'azienda formalmente nuova che aveva assunto dipendenti licenziati da un'altra società pochi giorni prima. I giudici hanno ritenuto che si trattasse di un caso di sgravi contributivi per impresa preesistente, in quanto la nuova entità era una mera prosecuzione della precedente. La coincidenza di personale, attività, compagine sociale e clientela ha dimostrato l'assenza di un reale 'incremento occupazionale', requisito essenziale per ottenere i benefici. La sentenza sottolinea che gli incentivi servono a creare nuovi posti di lavoro, non a mascherare la continuità di rapporti già esistenti.
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Azienda Nuova, Lavoratori Vecchi: Addio Benefici Contributivi
Una società assume numerosi lavoratori provenienti da un'azienda fallita, ma l'INPS le nega gli sgravi fiscali. La Cassazione conferma la decisione, stabilendo un principio chiave sui benefici contributivi per continuità aziendale. Se la nuova impresa, pur formalmente distinta, prosegue l'attività della precedente utilizzando gli stessi lavoratori, know-how e clientela, non ha diritto agli incentivi. Questi ultimi, infatti, servono a creare nuova occupazione, non a mascherare un semplice passaggio di consegne. La Corte ha inoltre chiarito che spetta all'azienda che chiede i benefici dimostrare l'assenza di tale continuità. In questo caso, l'azienda non è riuscita a fornire tale prova e ha perso la causa.
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Sequestro preventivo e continuità aziendale: l’impresa non si salva
Un'imprenditrice, indagata per una presunta evasione fiscale di quasi 700.000 euro, subisce un sequestro preventivo sui suoi conti correnti. Si oppone alla misura, sostenendo che l'importo è errato e che il blocco dei fondi mette a rischio la sopravvivenza della sua attività. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo un principio chiaro: il conflitto tra sequestro preventivo e continuità aziendale si risolve a favore del primo se l'imprenditore non fornisce prove concrete e documentate dell'imminente fallimento dell'impresa. La semplice affermazione del rischio non è sufficiente a sbloccare i beni legati al reato.
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Continuità aziendale: prova e trasformazione societaria
Un lavoratore ha impugnato il decreto del Tribunale che riconosceva solo parzialmente il suo credito per TFR nel fallimento di una società di trasporti. Il ricorrente sosteneva l'esistenza di una continuità aziendale tra diverse compagini societarie succedutesi dal 1992 al 2014, chiedendo di provarla tramite testimoni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che le trasformazioni societarie e i mutamenti di denominazione devono risultare da atti pubblici. La prova testimoniale non può sostituire la documentazione notarile richiesta dalla legge per tali atti solenni.
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Omologazione forzata concordato: il Fisco perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'omologazione forzata concordato per una società di capitali, nonostante l'opposizione dell'Agenzia delle Entrate. Il caso riguardava l'interpretazione dell'art. 112 del Codice della Crisi, specificamente se il tribunale potesse approvare il piano in assenza della maggioranza delle classi. La Suprema Corte ha stabilito che l'omologazione è possibile anche con il voto favorevole di una sola classe di creditori, purché questa riceva un trattamento economico superiore a quello della liquidazione. La decisione chiarisce che il 'cram-down' non richiede la meritevolezza soggettiva del debitore, ma si basa sulla fattibilità del piano e sulla tutela degli interessi economici dei creditori, in linea con i principi della Direttiva UE sulla ristrutturazione e l'insolvenza.
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Omologazione forzosa e frodi fiscali nel concordato
La Corte di Cassazione è stata chiamata a decidere sulla legittimità di una omologazione forzosa (cram-down) concessa a una società nonostante il voto contrario dell'Agenzia delle Entrate. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato il provvedimento segnalando gravi condotte fraudolente pregresse, tra cui l'uso di fatture per operazioni inesistenti. Mentre i giudici di merito hanno ritenuto prevalente la convenienza economica della proposta rispetto alla liquidazione fallimentare, la Suprema Corte ha ravvisato la necessità di un approfondimento in pubblica udienza. Il nodo centrale riguarda la possibilità per il giudice di valutare la meritevolezza del debitore e l'eventuale abuso del diritto anche quando le condotte illecite sono state trasparentemente dichiarate ai creditori.
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Crisi d’impresa e omesso versamento IVA: i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per omesso versamento IVA, il quale invocava la **crisi d'impresa** come causa di giustificazione. I giudici hanno stabilito che la semplice difficoltà economica non esonera dalla responsabilità penale se non viene provata l'impossibilità assoluta di adempiere, anche attingendo al patrimonio personale. La scelta di privilegiare la continuità aziendale rispetto al debito tributario configura una decisione imprenditoriale consapevole che non esclude il dolo.
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Misure protettive: la conferma del Tribunale di Milano
Il Tribunale di Milano ha confermato le misure protettive per 120 giorni a favore di un'agenzia di comunicazione in crisi. La società aveva avviato una procedura di composizione negoziata, presentando un piano di risanamento. La decisione del Tribunale si basa sulla valutazione positiva del piano e sulla necessità di proteggere il patrimonio aziendale dalle azioni dei creditori, al fine di garantire il buon esito delle trattative e la continuità aziendale.
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Finanziamento prededucibile: via libera dal Tribunale
Il Tribunale di Trieste ha autorizzato una società in composizione negoziata a contrarre un finanziamento prededucibile di 21,6 milioni di euro. La decisione si basa sul parere favorevole dell'esperto, che ha attestato la funzionalità dell'operazione alla continuità aziendale e alla migliore soddisfazione dei creditori. Il finanziamento è destinato a garantire la prosecuzione di due importanti cantieri strategici, evitando il blocco dei lavori e la perdita di marginalità.
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Continuità aziendale e reati: la Cassazione decide
Un imprenditore, condannato per due distinti reati di bancarotta fraudolenta, ha richiesto l'unificazione delle pene sostenendo la continuità aziendale tra le due società. Inizialmente, la richiesta è stata respinta. La Corte di Cassazione ha però annullato tale decisione, stabilendo che il giudice di merito aveva ignorato prove cruciali, come l'atto di cessione di un ramo d'azienda, che dimostravano un collegamento operativo tra le due entità. Il caso è stato quindi rinviato per una nuova valutazione che tenga conto di tutti gli elementi indicativi della continuità aziendale.
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Termine concordato preventivo: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 8365/2025, ha rigettato il ricorso di una holding, confermando la dichiarazione di fallimento. La Corte ha stabilito che il termine concordato preventivo per integrare la proposta è perentorio e non prorogabile, rendendo inammissibili i documenti depositati tardivamente. Inoltre, ha chiarito che l'attività di una holding, se finalizzata alla mera dismissione delle partecipazioni, non configura una continuità aziendale ma un concordato liquidatorio, con requisiti più stringenti.
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Fattibilità del piano: limiti al controllo del giudice
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19467/2019, ha rigettato il ricorso della curatela fallimentare contro una decisione della Corte d'Appello che aveva ammesso un'azienda farmaceutica a un concordato preventivo con continuità aziendale. La Corte ha ribadito che il controllo del giudice sulla fattibilità del piano non deve sconfinare in una valutazione di merito sulla convenienza economica, riservata ai creditori. Il sindacato giudiziale si limita a verificare la non manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi, controllandone la coerenza logica e la plausibilità delle assunzioni, senza sostituirsi all'imprenditore nelle scelte strategiche.
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