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Art. 186-bis l. fall.

42 provvedimenti

Concordato preventivo: no alla continuità senza dati certi
Una società in crisi ha proposto domanda di concordato preventivo basato sulla continuità aziendale indiretta, tramite l'affitto e la cessione dell'azienda a terzi. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta, qualificandola come concordato liquidatorio a causa della prevalenza dei flussi derivanti dalla liquidazione dei beni, e ha dichiarato il fallimento. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, evidenziando gravi lacune informative sulla solvibilità dei terzi acquirenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che il giudice ha il dovere di effettuare una penetrante verifica sulla completezza delle informazioni fornite ai creditori. Senza dati chiari e attendibili sulla solidità finanziaria dei soggetti coinvolti, i creditori non possono esprimere un voto consapevole, rendendo la proposta inammissibile.
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Fattibilità economica del concordato: salvataggio o fallimento?
Una società in crisi ha proposto un concordato preventivo basato sulla continuità aziendale. Durante la procedura, si è verificata una riduzione di circa tre milioni di euro dei flussi attivi previsti, azzerando la quota destinata ai creditori chirografari. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta e pronunciato il fallimento. Il socio ha fatto ricorso, sostenendo che il giudice non potesse sindacare la fattibilità economica del concordato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il giudice ha il dovere di controllare la fattibilità economica del concordato quando il piano sia palesemente inidoneo a raggiungere l'obiettivo di soddisfare, anche in minima parte, i creditori. I flussi della continuità aziendale sono stati qualificati come risorse interne e non come finanza esterna.
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Concordato con continuità aziendale: no se l’impresa è chiusa
Una società in crisi ha proposto una domanda di concordato con continuità aziendale. Tuttavia, l'attività era cessata da tempo a causa di un incendio che aveva distrutto il capannone e del licenziamento di tutti i dipendenti. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile la proposta poiché, mancando l'effettivo esercizio dell'attività al momento della domanda, il piano andava qualificato come liquidatorio, richiedendo quindi il pagamento di almeno il venti per cento dei creditori chirografari, soglia non prevista. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che per accedere al concordato con continuità aziendale è indispensabile che l'azienda sia effettivamente in esercizio al momento della presentazione della proposta, non bastando la mera intenzione di riprendere l'attività in futuro.
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Concordato preventivo in continuità: stop ai piani irrealizzabili
Una cooperativa agricola ha richiesto l'ammissione alla procedura di concordato preventivo in continuità per ristrutturare i propri debiti. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta a causa di gravi lacune nel piano economico, alterazioni dei privilegi dei creditori e incertezze sulla vendita degli immobili. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, dichiarando il fallimento della società. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei soci e dei partner commerciali, confermando che il giudice ha il potere di controllare direttamente la fattibilità economica del piano quando questo appare palesemente irrealizzabile. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Concordato in continuità aziendale: il caso dell’oro sparito
Un'azienda in liquidazione ha affittato il proprio ramo d'azienda a una società terza e ha successivamente proposto un concordato in continuità aziendale, offrendo ai creditori chirografari solo il 3,73%. Una banca creditrice si è opposta, denunciando gravi anomalie patrimoniali, tra cui un enorme ammanco di oro per oltre 16 milioni di euro e l'azzeramento di crediti per 8 milioni. La Corte d'Appello ha omologato il concordato, ritenendo legittimo l'affitto preventivo e non fraudolente le condotte. La Cassazione, pur confermando la compatibilità dell'affitto d'azienda con il concordato in continuità aziendale, ha accolto il ricorso della banca. I giudici di legittimità hanno ritenuto superficiale l'analisi della Corte d'Appello sugli atti di frode, rinviando la causa per un nuovo e approfondito esame delle condotte omissive e decettive della debitrice.
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Concordato preventivo: no al piano se l’insolvenza è reale
Una debitrice propone un piano di concordato preventivo misto, con liquidazione e continuità aziendale. Il Tribunale dichiara inammissibile la proposta e dichiara il fallimento a causa di un grave stato di insolvenza, evidenziato dal mancato pagamento di un mutuo e da previsioni di prosecuzione dell'attività del tutto irrealistiche. La Corte di Cassazione conferma la decisione, ribadendo che il giudice può sindacare la fattibilità economica del piano se questo appare manifestamente inidoneo a raggiungere gli obiettivi. Inoltre, la dilazione dei pagamenti ai creditori privilegiati oltre l'anno richiede precisi requisiti di voto e interessi, pena l'inammissibilità. L'appello della debitrice viene quindi dichiarato inammissibile.
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Condizione risolutiva contratto: stipendio ridotto ma poi ripristinato
Un lavoratore accetta una riduzione di stipendio tramite un accordo sindacale per salvare l'azienda dalla liquidazione. L'accordo, però, contiene una **condizione risolutiva contratto**: se l'azienda fosse entrata in una procedura concorsuale, l'accordo sarebbe decaduto. L'evento si verifica e il lavoratore chiede il ripristino della retribuzione originaria. La Corte di Cassazione gli dà ragione, ma per un motivo procedurale. La Corte d'Appello aveva basato la sua decisione su due distinte motivazioni legali. L'azienda ha impugnato in Cassazione solo una delle due. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, rendendo definitiva la vittoria del lavoratore, che ottiene il pagamento delle differenze retributive.
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Agevolazioni fiscali immobiliari: stop alla revoca
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca delle agevolazioni fiscali immobiliari per una società che non ha rivenduto un fabbricato entro il termine di tre anni dall'acquisto. La ricorrente sosteneva che lo stato di crisi e l'apertura di un concordato preventivo costituissero forza maggiore, impedendo il rispetto della scadenza. I giudici hanno rigettato tale tesi, precisando che il concordato comporta solo uno spossessamento attenuato e non impedisce la gestione dei beni. Di conseguenza, il mancato rispetto del termine triennale comporta il recupero delle imposte ordinarie, sanzioni e interessi, poiché la crisi aziendale non è un evento imprevedibile idoneo a giustificare l'inadempimento tributario.
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Professionista attestatore: stop al compenso per colpa
La Corte di Cassazione ha confermato l'esclusione dallo stato passivo del credito vantato da un professionista attestatore per l'attività svolta in un concordato preventivo poi dichiarato inammissibile. Il Tribunale aveva accertato un grave inadempimento del professionista, il quale non aveva rilevato criticità fondamentali del piano, come il compimento di atti non autorizzati e l'assenza di un'analisi analitica dei flussi di cassa. La Suprema Corte ha ribadito che, a fronte di una specifica contestazione di inadempimento sollevata dalla curatela, spetta al professionista attestatore l'onere di provare il proprio esatto adempimento e la diligenza prestata.
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Concordato preventivo: i limiti del reclamo
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che aveva accolto il reclamo contro la dichiarazione di fallimento di una società, omettendo di valutare criticamente la proposta di Concordato preventivo. Il Tribunale aveva inizialmente dichiarato inammissibile il piano per l'esclusione di asset patrimoniali rilevanti e per l'incertezza sulla prosecuzione dell'attività. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice del reclamo ha il dovere di esaminare tutte le ragioni di inammissibilità, comprese le possibili dissimulazioni dell'attivo o sottostime del passivo, in virtù dell'effetto devolutivo pieno della procedura.
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Concordato preventivo inammissibile e ricorso rigettato
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza che dichiarava un concordato preventivo inammissibile per una società di servizi. Il ricorso è stato respinto poiché tentava di ottenere un nuovo esame dei fatti, già valutati come critici dai giudici di merito a causa dell'incertezza dei crediti e dell'inadeguatezza del piano. La Corte ha applicato sanzioni per abuso del processo.
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Sospensione vendita fallimentare: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso riguardante la sospensione di una vendita aziendale in ambito di concordato preventivo. Una società si era vista aggiudicare un'azienda a un prezzo ritenuto basso da un'altra società, che ha ottenuto dal Tribunale la sospensione della vendita. La Cassazione, pur riconoscendo l'astratta impugnabilità di tali provvedimenti, ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso dell'aggiudicataria per un vizio procedurale: la mancata specifica contestazione delle motivazioni legali del Tribunale. La decisione sottolinea l'importanza della specificità dei motivi di ricorso in materia di sospensione vendita fallimentare.
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Credito professionale concordato: quando è escluso
Un avvocato ha richiesto il pagamento del suo credito professionale concordato per aver assistito un'azienda agricola. La Cassazione ha confermato l'esclusione del credito dal passivo fallimentare a causa del grave inadempimento del professionista, la cui proposta di concordato era viziata da numerosi errori che l'hanno resa inidonea.
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Interpretazione contratto di lavoro e ricorso inammissibile
Una società impugna la decisione di merito che riconosceva il diritto di un lavoratore alla retribuzione piena a seguito della risoluzione di un accordo aziendale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per due motivi principali: la violazione del principio di autosufficienza, non avendo la ricorrente allegato né trascritto l'accordo contestato, e l'errata formulazione della censura, che si limitava a contrapporre una diversa interpretazione contratto di lavoro a quella del giudice, senza dimostrare una reale violazione di legge.
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Surplus concordatario: no alla libera distribuzione
Una società in concordato preventivo con continuità aziendale ha visto la sua proposta respinta perché intendeva utilizzare il surplus concordatario generato dalla prosecuzione dell'attività per pagare i creditori senza rispettare le cause di prelazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, chiarendo che tale surplus fa parte del patrimonio del debitore e deve sottostare alla regola della priorità assoluta nel pagamento dei crediti, non potendo essere considerato come finanza esterna.
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Utilità nel concordato: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25919/2024, ha stabilito che in un concordato preventivo in continuità aziendale, la proposta deve assicurare a ogni creditore un'utilità concreta ed economicamente valutabile. La mera possibilità di proseguire i rapporti commerciali non è sufficiente a soddisfare questo requisito, specialmente per le classi di creditori a cui non è offerto alcun pagamento. La Corte ha ritenuto che la prosecuzione dei contratti è un effetto naturale della procedura e non un'utilità aggiuntiva offerta dal debitore, confermando così la dichiarazione di fallimento della società proponente, la cui proposta mancava di 'concreta onerosità'.
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Surplus concordatario e continuità: le regole
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22169/2024, ha stabilito che il surplus concordatario generato dalla continuità aziendale non è assimilabile a finanza esterna. Pertanto, tale surplus non può essere distribuito liberamente ai creditori chirografari se prima non sono stati integralmente soddisfatti i creditori privilegiati, in ossequio al principio della "absolute priority rule" e all'ordine delle cause di prelazione.
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Estinzione del processo: rinuncia e accordo transattivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo a seguito di un accordo transattivo tra le parti. La società ricorrente ha rinunciato al ricorso, e la controparte ha accettato. La Corte ha stabilito che, in caso di estinzione del processo per rinuncia, la parte che ha impugnato non è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, poiché la declaratoria di estinzione non equivale a una soccombenza.
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Compenso professionista: quando l’errore lo annulla
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di negare il compenso a una professionista incaricata di redigere la relazione per un concordato preventivo. A causa di gravi carenze, illogicità e incoerenze nel suo operato, la proposta di concordato è stata dichiarata inammissibile e la società è fallita. La Corte ha stabilito che il curatore fallimentare può legittimamente rifiutare il pagamento del compenso professionista sollevando l'eccezione di inadempimento, poiché la prestazione resa era del tutto inadeguata e inutile al raggiungimento dello scopo.
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Concordato: relazione attestatore incompleta, sì ricorso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un creditore, annullando l'omologa di un concordato preventivo a causa di una relazione dell'attestatore carente. La relazione non valutava correttamente tutti gli asset del debitore, inclusi l'avviamento aziendale e partecipazioni societarie, impedendo ai creditori una scelta informata. La Corte ha invece respinto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, ribadendo che solo chi si oppone in primo grado può impugnare l'omologa.
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