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Confisca — Anno 2023

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855 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Confisca

Provvedimenti

Confisca del telefono cellulare: no all’esproprio senza prove
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento del Tribunale di Venezia, contestando la confisca del telefono cellulare disposta senza adeguata motivazione. La difesa ha evidenziato l'assenza di un nesso strumentale tra il dispositivo e il reato di detenzione illecita di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca del telefono cellulare richiede la prova rigorosa del nesso di pertinenzialità con il reato, non bastando l'uso di formule generiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione limitatamente alla confisca, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Confisca del denaro: annullato il sequestro senza prove
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di patteggiamento che, oltre alla pena concordata per detenzione di stupefacenti, ha disposto la confisca del denaro e del suo telefono cellulare, ordinandone anche la distruzione. La difesa ha eccepito l'assoluta mancanza di motivazione su tali provvedimenti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca del denaro in caso di mera detenzione di droga non può essere disposta in via ordinaria, ma richiede i presupposti della sproporzione patrimoniale. Inoltre, per il telefono cellulare mancava la prova del nesso di strumentalità con il reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione limitatamente alla confisca e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: processo diviso ma i soldi restano bloccati
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo di una grossa somma di denaro trovata a casa di un uomo accusato di spaccio. Anche se il procedimento principale è stato diviso in due filoni diversi, il denaro rimane sotto sequestro. Il primo imputato contestava il blocco di quasi dodicimila euro, sostenendo che la somma non derivasse dalla piccola vendita di cocaina per cui veniva giudicato in quel momento, ma fosse legata all'altro filone relativo a sei chili di marijuana. I giudici hanno stabilito che il sequestro preventivo resta valido per evitare la dispersione del denaro, in vista della futura confisca. Entrambi i ricorrenti hanno perso il ricorso e dovranno pagare le spese processuali.
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Truffa aggravata: condanna civile anche se il reato è prescritto
La vicenda riguarda lo smaltimento di pietrisco contenente amianto e l'uso ridotto di un prodotto fissativo rispetto a quanto pattuito e contabilizzato. L'Amministratore e il Collaboratore dell'azienda sono stati condannati in sede civile, nonostante la prescrizione dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità civile. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso dell'Azienda, annullando con rinvio la decisione sulla sua responsabilità amministrativa. La Corte d'appello dovrà rivalutare se la condotta costituisca una truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche o una truffa semplice (che escluderebbe la responsabilità dell'ente) e ricalcolare con precisione il profitto da confiscare, vietando l'uso di criteri equitativi.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato e la confisca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto da un imputato condannato per reati in materia di stupefacenti. Il ricorrente contestava la mancata qualificazione del fatto come lieve entità e la confisca del denaro. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato a casi tassativi, tra cui l'errore manifesto di qualificazione giuridica, qui non sussistente. Anche il motivo sulla confisca è stato ritenuto inammissibile, in quanto la misura ablativa era legittimamente fondata sulle norme in materia di confisca allargata. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Venti chili di cocaina: no alle circostanze attenuanti generiche
Il caso riguarda il ricorso di un uomo sorpreso a trasportare venti chilogrammi di cocaina utilizzando telefoni criptati e un'auto modificata nella propria autorimessa. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna, ritenendo le circostanze attenuanti generiche equivalenti, e non prevalenti, rispetto all'aggravante dell'ingente quantità di droga, disponendo anche la confisca del denaro sproporzionato rispetto al suo reddito inesistente. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il bilanciamento delle attenuanti e l'aggravante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche ha lo scopo di mitigare la pena sotto il minimo edittale; se il giudice fissa una pena superiore, il diniego della loro prevalenza è un mero calcolo insindacabile. Confermata la condanna e la confisca.
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Confisca del profitto del reato: no ai soldi dello spaccio
Il Tribunale applicava a un imputato, tramite patteggiamento, la pena di quattro mesi di reclusione per spaccio di cocaina, disponendo la confisca del denaro trovato in suo possesso. L'imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di prove sul legame tra la somma sequestrata e l'attività illecita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la misura costituisce una legittima confisca del profitto del reato, giustificata dalle dichiarazioni degli acquirenti e dall'assenza di un lavoro lecito del condannato. Inoltre, la Cassazione ha sancito che chi vende droga compie un negozio contrario alla legge e non ha alcun diritto legale alla restituzione del denaro ricevuto come pagamento, a meno che non ne dimostri una diversa e lecita provenienza.
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Opposizione al giudice dell’esecuzione per la canapa light
Una cittadina subisce il sequestro di infiorescenze di canapa sativa. Il procedimento penale viene archiviato per mancanza di efficacia drogante (THC allo 0,2%), ma il giudice dispone comunque la confisca e la distruzione della merce. La proprietaria chiede la revoca del provvedimento, ma il giudice dell'esecuzione rigetta l'istanza. Contro questo rifiuto, la donna propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte stabilisce che il ricorso diretto è inammissibile e deve essere convertito in opposizione al giudice dell'esecuzione ai sensi dell'articolo 667, comma 4, del codice di procedura penale. Di conseguenza, gli atti vengono restituiti al Tribunale territoriale per il corretto svolgimento del giudizio di opposizione.
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Confisca antimafia in comunione dei beni: la casa non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca antimafia in comunione dei beni di un appartamento e di un box intestati a una coppia di coniugi. Il provvedimento nasce dalla pericolosità sociale del marito. La moglie sosteneva che la sua quota del 50% dei beni, acquistati in regime di comunione legale, dovesse essere salvata dalla misura di prevenzione. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la donna non possedeva alcun reddito proprio al momento dell'acquisto e non ha fornito prove di un suo reale contributo economico. Di conseguenza, l'acquisto è stato considerato frutto di una donazione indiretta da parte del marito con risorse di provenienza illecita. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando definitivamente la confisca dei beni e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Incolpevole affidamento: la banca perde il mutuo ipotecario
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Istituto di Credito che chiedeva l'ammissione al passivo di un credito derivante da un mutuo ipotecario concesso a una società, i cui beni erano stati sottoposti a sequestro antimafia. La banca sosteneva la propria buona fede, ma i giudici hanno confermato l'esclusione del credito. L'istruttoria per la concessione del mutuo era infatti palesemente carente e piena di anomalie: i soci della società finanziata erano nullatenenti, la garanzia prestata era solo simbolica e vi erano flussi di denaro di origine ignota. La Suprema Corte ha stabilito che non può esservi incolpevole affidamento se la banca ignora i segnali di allarme e viola gli obblighi di diligenza professionale e la normativa antiriciclaggio nell'erogazione del credito.
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Sequestro preventivo per equivalente: risponde anche il singolo
Il Tribunale di Palermo ha confermato il sequestro preventivo per equivalente sui beni personali di un indagato per truffa aggravata in concorso. La difesa sosteneva che la Guardia di Finanza dovesse prima aggredire interamente i beni della società coinvolta prima di colpire il patrimonio personale del singolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in caso di concorso di persone nel reato, si applica il principio solidaristico. Di conseguenza, il sequestro può colpire indifferentemente ciascun concorrente per l'intero profitto accertato, a prescindere dalla quota effettivamente incamerata da ciascuno, purché il valore totale non superi il profitto complessivo del reato. L'indagato perde il ricorso e i suoi beni restano sotto sequestro.
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Truffa erogazioni pubbliche: conti bloccati anche senza raggiri
Il Figlio, in qualità di procuratore dell'azienda agricola del Padre, ha richiesto fondi europei omettendo di dichiarare la condanna definitiva del Padre per associazione mafiosa, circostanza che ne impediva l'erogazione. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 14.000 euro finalizzato alla confisca, dichiarando inammissibile il ricorso del Figlio. I giudici hanno stabilito che nascondere una condanna ostativa firmando una falsa dichiarazione integra pienamente il reato di truffa erogazioni pubbliche. Inoltre, per il sequestro di somme di denaro, la motivazione sul pericolo di dispersione dei beni può essere sintetica data la naturale volatilità del denaro liquido. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Misure di prevenzione antimafia: sproporzione tra reddito e beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione delle misure di prevenzione antimafia, confermando la sorveglianza speciale per quattro anni e la confisca di quote immobiliari intestate fittiziamente alla moglie. I giudici hanno ribadito che l'attualità della pericolosità sociale legata all'affiliazione mafiosa è stata correttamente accertata fino al 2015. Inoltre, la confisca è legittima a causa della costante sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati dal nucleo familiare tra il 1987 e il 2015. La Suprema Corte ha escluso la violazione del divieto di doppio giudizio, poiché la precedente procedura esecutiva riguardava un arco temporale differente e limitato. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente i beni confiscati e deve pagare le spese processuali.
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Sequestro preventivo: lecito il blocco anche di soldi puliti
Il Tribunale ha confermato il sequestro preventivo di trentamila euro a carico di un soggetto indagato per bancarotta fraudolenta. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione del primo giudice e sostenendo la provenienza lecita della somma sequestrata sul proprio conto corrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tribunale d'appello può sanare i difetti di motivazione del primo provvedimento. Inoltre, trattandosi di denaro, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto del reato è sempre legittimo, a prescindere dalla dimostrazione dell'origine lecita delle specifiche somme depositate sul conto. L'Indagato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Omessa dichiarazione: niente sconti IVA senza costi documentati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per il reato di omessa dichiarazione. L'imputato contestava il calcolo dei ricavi e la mancata deduzione di costi non documentati ai fini IVA. I giudici hanno chiarito che, mentre per le imposte dirette è possibile considerare costi determinati induttivamente, in materia di IVA la determinazione della base imponibile richiede costi effettivamente documentati. Poiché il ricorso è stato ritenuto generico e volto a una non consentita rivalutazione dei fatti, la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile, precludendo anche il rilievo di un'eventuale prescrizione successiva alla sentenza d'appello. Di conseguenza, l'imprenditore perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca immobiliare: decide il giudice penale e non civile
Una società immobiliare e la sua controllante hanno avviato un'azione di rivendica davanti al giudice civile, chiedendo la restituzione di alcuni immobili confiscati in un processo penale a carico di un terzo e il risarcimento dei danni. Le società sostenevano di essere terzi proprietari in buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle società, confermando la competenza del giudice penale. I giudici hanno chiarito che, quando si contesta una confisca penale e si accerta che i beni erano comunque nella disponibilità materiale del condannato, la tutela del terzo non può essere richiesta al giudice civile. Il mezzo corretto è l'incidente di esecuzione davanti al giudice penale dell'esecuzione. Di conseguenza, le società hanno perso la causa e sono state condannate al pagamento delle spese processuali.
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Confisca obbligatoria di armi: niente restituzione se c’è tenuità
L'Imputato, accusato del porto abusivo di un coltello, viene prosciolto dal giudice per particolare tenuità del fatto. Il tribunale dispone comunque la confisca del coltello precedentemente sequestrato. L'Imputato propone ricorso in Cassazione contestando la misura patrimoniale. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando che la confisca obbligatoria di armi si applica anche in caso di esclusione della punibilità per tenuità del fatto. La misura di sicurezza viene meno solo in caso di assoluzione piena nel merito o se l'arma appartiene a un terzo estraneo. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Porto abusivo di armi: reato estinto ma la confisca resta
Il caso riguarda L'Imputato, condannato in appello per il porto abusivo di armi, nello specifico per aver portato con sé dei coltelli senza giustificato motivo. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo l'avvenuta prescrizione del reato prima della sentenza di secondo grado. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, dichiarando l'estinzione del reato per prescrizione e annullando senza rinvio la condanna. Tuttavia, i giudici hanno confermato la confisca obbligatoria dei coltelli. Pur venendo meno la pena grazie alla prescrizione, la misura di sicurezza patrimoniale rimane attiva poiché non vi è stata un'assoluzione nel merito e le armi non appartengono a terzi estranei al reato.
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Confisca di beni intestati a terzi: ricorsi respinti
Il Tribunale disponeva la sorveglianza speciale e la confisca di beni, tra cui quote societarie, immobili e conti correnti, a carico di soggetti indiziati di appartenere ad associazioni mafiose. Alcuni di questi beni erano intestati a familiari. I soggetti proponevano ricorso in Cassazione contestando la pericolosità sociale e la legittimità della confisca di beni intestati a terzi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il proposto non può impugnare la confisca di beni intestati fittiziamente a terzi se non ne rivendica la proprietà o non dimostra un reale interesse giuridico. Inoltre, nei procedimenti di prevenzione, il ricorso per cassazione è limitato alla sola violazione di legge, escludendo il riesame del merito delle prove o della motivazione, se non del tutto apparente.
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Sequestro preventivo: l’assoluzione cancella il blocco dei beni
Il caso riguarda il sequestro preventivo delle quote societarie di proprietà di una donna, disposto nell'ambito di un'indagine per traffico illecito di rifiuti a carico del marito. Dopo l'assoluzione del marito, il Tribunale del Riesame ha dichiarato inefficace il vincolo per il procedimento principale, ma ne ha mantenuto l'efficacia in un separato procedimento successivamente avviato contro la moglie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della proprietaria, stabilendo che il sequestro preventivo perde immediata efficacia in caso di proscioglimento. Non è possibile estendere automaticamente gli effetti della misura cautelare a un procedimento penale diverso e autonomo senza una nuova richiesta del Pubblico Ministero e una nuova decisione del giudice. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per accertare la reale dinamica temporale delle iscrizioni.
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