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Confisca — Anno 2023

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855 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Confisca

Provvedimenti

Confisca dei veicoli: quando il patteggiamento non salva l’auto
Due imputati, accusati di furto in abitazione e contraffazione di targhe, concordano la pena tramite patteggiamento. Il giudice dispone anche la confisca dei veicoli utilizzati per i furti, poiché modificati appositamente per nascondere la refurtiva. I difensori ricorrono in Cassazione contestando la confisca dei veicoli e la mancata applicazione di pene sostitutive. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili: uno è tardivo, mentre l'altro propone motivi non consentiti contro il patteggiamento. La confisca dei veicoli è legittima per lo stretto nesso strumentale con i reati, e le sanzioni sostitutive non possono essere applicate se non incluse nell'accordo originario tra le parti. I ricorrenti perdono definitivamente i mezzi e devono pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo: rischio d’impresa non basta per il blocco
Il Tribunale di Crotone aveva confermato il sequestro preventivo di oltre 1,8 milioni di euro nei confronti del legale rappresentante di una società, indagato per reati tributari. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione contestando la mancanza di una motivazione concreta sul pericolo di dispersione dei beni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il semplice riferimento al rischio d'impresa, inteso come le normali spese di gestione aziendale, costituisce una motivazione solo apparente. Per disporre il sequestro preventivo, il giudice deve dimostrare in modo concreto ed effettivo il reale pericolo di perdita dei beni prima della confisca. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca del denaro: no al sequestro se c’è solo detenzione
Il Tribunale applicava all'Imputato, tramite patteggiamento per detenzione illecita di stupefacenti di lieve entità, la pena di otto mesi di reclusione e la confisca del denaro sequestrato. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la confisca del denaro poiché priva di nesso con la mera detenzione della droga e derivante da un precedente lavoro regolare. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che nei casi di sola detenzione di stupefacenti non è ammessa la confisca ordinaria del denaro se manca la prova del nesso con l'attività di spaccio. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la decisione limitatamente alla confisca, ordinando la restituzione della somma all'Imputato.
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Sequestro preventivo: la casa abusiva si può bloccare
Un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti ha subito il sequestro preventivo di un immobile di sua proprietà adibito a casa familiare. La difesa ha contestato il provvedimento, sostenendo che l'immobile, essendo abusivo e con una pratica di condono edilizio ancora pendente, fosse per legge inalienabile. Di conseguenza, secondo la difesa, mancava il pericolo di vendita del bene durante il processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che gli immobili abusivi non sono del tutto esclusi dal mercato e possono essere venduti a determinate condizioni. Pertanto, il pericolo di alienazione sussiste e giustifica pienamente il sequestro preventivo finalizzato alla futura confisca del bene.
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Rifiuti e particolare tenuità del fatto: fedina non decisiva
Il caso riguarda Il Trasportatore, condannato per il trasporto non autorizzato di circa due metri cubi di rifiuti non pericolosi diretti a un'isola ecologica con un autocarro prestato. Il Tribunale aveva negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto basandosi genericamente sulla gravità della condotta e su precedenti penali non specificati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presenza di precedenti penali generici non impedisce automaticamente l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza con rinvio al Tribunale di Messina per una nuova valutazione sulla punibilità e sulla confisca del mezzo.
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Emissione di nota di credito: la Cassazione cancella la condanna
Il caso riguarda un imprenditore accusato di reati tributari per aver superato le soglie di punibilità. La difesa sosteneva la legittima emissione di nota di credito a seguito di un accordo transattivo, ma i giudici d'appello l'avevano ritenuta inesistente solo perché non registrata dalla controparte. La Cassazione chiarisce che l'emissione di nota di credito è valida in caso di transazione novativa e non può dipendere dalla condotta di terzi. Tuttavia, accertata la prescrizione del reato, la Suprema Corte annulla la condanna senza rinvio. Dispone invece il rinvio alla Corte d'appello di Salerno esclusivamente per valutare i presupposti della confisca dei beni, che richiede una verifica specifica anche in presenza di reato prescritto.
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Lottizzazione abusiva: la prescrizione non cancella la confisca
Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta del Proprietario di revocare la confisca di terreni e immobili disposta per il reato di lottizzazione abusiva, dichiarato prescritto. Il Proprietario ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la confisca fosse illegittima a seguito di nuovi orientamenti giurisprudenziali nazionali ed europei. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revoca della sentenza ex art. 673 c.p.p. opera solo in caso di abrogazione della norma incriminatrice o dichiarazione di incostituzionalità, e non per semplici mutamenti interpretativi dei giudici. Inoltre, la confisca è legittima anche in presenza di prescrizione se il fatto è stato accertato nel pieno rispetto del contraddittorio, come avvenuto nel caso specifico. Il Proprietario perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo per equivalente: il pagamento riduce il blocco
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica contro la riduzione di un sequestro preventivo per equivalente. L'Azienda, accusata di reati tributari, aveva concordato un piano di rateizzazione con l'Agenzia delle Entrate, versando già una parte del debito. Il Tribunale aveva quindi ridotto l'importo del sequestro della somma già pagata. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che il pagamento parziale del debito erariale riduce legittimamente il profitto confiscabile e che, in tema di misure cautelari reali, il ricorso per cassazione è limitato alla sola violazione di legge, escludendo contestazioni sulla sufficienza della motivazione se questa non è totalmente apparente.
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Sequestro preventivo per equivalente: no al blocco automatico
Il caso riguarda la richiesta di fondi europei per l'agricoltura da parte di un'impresa. Il Titolare e il Procuratore hanno omesso di dichiarare una condanna definitiva per associazione mafiosa del Titolare, circostanza che impediva l'accesso ai contributi. L'accusa ha quindi contestato la truffa aggravata, disponendo il sequestro dei conti del Procuratore e il sequestro preventivo per equivalente dei terreni del Titolare. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del Titolare. I giudici hanno stabilito che, anche in caso di sequestro preventivo per equivalente finalizzato alla confisca obbligatoria, il giudice non può applicare la misura in modo automatico. È sempre necessaria una specifica motivazione sul periculum in mora, ossia sul pericolo concreto e attuale legato al ritardo nel sequestro dei beni. La misura sui terreni è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Investigazioni difensive: sì all’accesso ai reperti confiscati
Il Condannato, condannato all'ergastolo, ha richiesto l'accesso ai reperti di causa per svolgere investigazioni difensive in vista di una possibile revisione del processo. Il Giudice dell'Esecuzione aveva inizialmente autorizzato la sola visione dei beni. Successivamente, lo stesso giudice ha negato l'accesso, sostenendo che la sopravvenuta confisca dei reperti avesse annullato la validità dell'autorizzazione precedente. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che il passaggio dei beni da sequestrati a confiscati non cancella il diritto della difesa ad esaminarli visivamente. La Cassazione ha quindi ordinato al giudice territoriale di consentire l'accesso e l'osservazione dei reperti, rinviando la causa per stabilire le modalità pratiche dell'esame.
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Sequestro preventivo: il fallimento batte l’ex amministratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ex amministratore di una societ fallita contro la revoca del sequestro preventivo di alcuni beni immobili e quote sociali. Il Tribunale aveva precedentemente restituito tali beni al curatore fallimentare. La Cassazione ha ribadito che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per reati tributari non pu colpire beni gi inclusi nel fallimento, poich la dichiarazione di fallimento comporta lo spossessamento del debitore. Di conseguenza, l'ex amministratore non ha alcun diritto alla restituzione dei beni, spettando la gestione degli stessi esclusivamente al curatore fallimentare, soggetto terzo estraneo al reato. L'ex amministratore stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca del denaro: legittima per lo spacciatore senza reddito
Il Tribunale applicava all'Imputato la pena concordata per il reato di detenzione e cessione di cocaina, ordinando la contestuale confisca del denaro sequestrato. L'Imputato proponeva ricorso per Cassazione, lamentando l'illegalità della misura e sostenendo l'assenza di prove sulla provenienza illecita delle somme. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che la confisca del denaro è pienamente legittima quando le somme rappresentano il prezzo della cessione dello stupefacente. Nel caso specifico, il nesso tra il denaro e l'attività illecita è stato provato dalle dichiarazioni del soggetto, dalla totale assenza di un lavoro lecito o fonti di reddito e dalla qualità e quantità della droga sequestrata.
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Spaccio di lieve entità: la condanna resta anche senza motorino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di spaccio di lieve entità. L'uomo era stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre cedeva dosi di marijuana, poi sequestrate insieme a una somma di denaro ritenuta il profitto dell'attività illecita. La difesa contestava la proprietà del ciclomotore vicino al quale era nascosta la droga e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che l'osservazione diretta degli scambi rende irrilevante la proprietà del mezzo. Inoltre, la condotta non collaborativa e i precedenti penali giustificano il diniego dei benefici di legge e la confisca del denaro. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Messa alla prova: debito enorme e risarcimento minimo
Il Contribuente è stato condannato a sei mesi di reclusione per l'omesso versamento dell'IVA per un ammontare di oltre 447.000 euro. Lo stesso ha richiesto l'accesso alla messa alla prova, proponendo un risarcimento rateale di soli 1.000 euro al mese. I giudici di merito hanno rigettato l'istanza ritenendo l'offerta del tutto incongrua e non rappresentativa del massimo sforzo risarcitorio possibile, soprattutto considerando che l'imputato percepiva un regolare stipendio. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che il beneficio non è un diritto assoluto e richiede una seria volontà di riparare il danno erariale. L'imputato perde definitivamente la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rinuncia all’impugnazione: la Cassazione applica la sanzione
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, presentava ricorso per cassazione contestando la confisca di denaro e la qualificazione del fatto, ritenendolo un semplice illecito amministrativo per uso personale. Successivamente, la difesa depositava una formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proprio a causa di tale rinuncia all'impugnazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di cinquecento euro in favore della Cassa delle ammende, non ravvisando l'assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità.
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Trasporto illecito di rifiuti: condanna anche se occasionale
Il Titolare dell'Impresa è stato condannato a quattromila euro di ammenda e alla confisca del camion per il trasporto illecito di rifiuti speciali non pericolosi (tre metri cubi di scarti da demolizione) senza la necessaria iscrizione all'Albo dei gestori ambientali e senza formulario. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo il ricorso. I giudici hanno chiarito che anche un singolo trasporto occasionale configura il reato se effettuato con mezzi propri non autorizzati. Inoltre, la particolare tenuità del fatto non è applicabile a causa del volume significativo dei rifiuti, che fa presumere un concreto pericolo di abbandono abusivo nell'ambiente. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e la condanna è diventata definitiva.
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Concordato in appello: condanne definitive ma lo scooter si salva
Quattro soggetti, condannati per associazione a delinquere finalizzata ai furti ai bancomat e ricettazione, concordano la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e mancate assoluzioni d'ufficio. La Suprema Corte dichiara inammissibili i ricorsi di tre imputati: chi sceglie la via dell'accordo rinuncia ai motivi di appello originari, limitando la cognizione del giudice alle sole questioni concordate. Tuttavia, accoglie parzialmente il ricorso del quarto imputato. Quest'ultimo non aveva rinunciato al motivo di appello sulla confisca del proprio motociclo, questione rimasta esclusa dal patto sulla pena. La Corte d'Appello aveva confermato la confisca senza fornire alcuna motivazione. La Cassazione annulla la sentenza limitatamente a questo punto, rinviando il caso per un nuovo esame sulla restituzione del mezzo.
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Confisca obbligatoria nel patteggiamento: no allo scudo sui beni
Il Tribunale applicava all'Imputato la pena concordata per reati di corruzione e turbativa d'asta, disponendo la confisca di circa tredicimila euro come profitto del reato. L'Imputato ricorreva in Cassazione, sostenendo che la confisca non potesse essere ordinata poiché non inclusa nell'accordo di patteggiamento e resa impossibile dalla mancata accettazione della restituzione da parte dei coindagati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la restituzione del profitto è un requisito di ammissibilità del rito, ma la sua mancata esecuzione non impedisce la confisca. Nei reati contro la pubblica amministrazione, la confisca obbligatoria nel patteggiamento coesiste con l'accordo sulla pena: se il profitto non viene restituito spontaneamente, lo Stato deve comunque procedere al suo sequestro definitivo, indipendentemente dall'accordo tra le parti.
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Ricettazione di parti di auto rubate: condanna e confisca
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto aggravato e ricettazione a carico di tre soggetti. Due di essi avevano rubato un'autovettura da una concessionaria, mentre la compagna di uno di loro aveva installato sulla propria auto incidentata i pezzi del veicolo rubato. La difesa contestava la sufficienza degli indizi e l'elemento soggettivo del reato per la donna convivente. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che il possesso ingiustificato di cose rubate dimostra la consapevolezza della loro provenienza illecita. Di conseguenza, si configura pienamente il reato di ricettazione di parti di auto rubate. La Corte ha confermato anche la confisca del veicolo della donna, in quanto l'integrazione di pezzi rubati ne ha aumentato il valore economico, costituendo un profitto diretto del reato.
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Confisca di denaro: quando la Cassazione ordina la restituzione
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Il giudice di merito ha ordinato anche la confisca di denaro trovato in suo possesso, ritenendolo provento di spaccio poiché l'uomo era privo di redditi leciti sul territorio nazionale. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la confisca di denaro non può essere disposta in caso di mera detenzione di droga senza la prova di un nesso diretto tra la somma e lo specifico reato contestato. Non basta la mancanza di risorse lecite per presumere l'origine illecita del denaro. La Suprema Corte ha quindi ordinato la restituzione della somma all'avente diritto.
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