L'imputato, condannato per il reato di estorsione, stipula in secondo grado un concordato in appello per rideterminare la sanzione a tre anni e otto mesi di reclusione. Successivamente, la difesa propone ricorso per cassazione lamentando difetti di motivazione e criteri errati nel calcolo della pena. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, a seguito del concordato in appello, le parti non possono contestare la misura della pena o la motivazione della sentenza, a meno che la sanzione concordata non sia del tutto illegale o diversa da quella prevista dalla legge. Conseguentemente, l'imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »