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Base Imponibile — Anno 2022

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188 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Base Imponibile

Provvedimenti

Imponibilità IVA accollo mutuo: scontro tra fisco e comuni
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che escludeva dall'IVA l'accollo delle rate di un mutuo da parte del gestore della rete idrica a favore del Comune proprietario. La Cassazione, pur richiamando i precedenti favorevoli all'imponibilità IVA accollo mutuo come corrispettivo per la concessione del servizio, ha rilevato la particolare complessità della materia. Di conseguenza, con ordinanza interlocutoria, ha rinviato la causa alla pubblica udienza della Sezione Tributaria per un esame approfondito, senza emettere una decisione definitiva.
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Rimborso spese esente IVA: escluso per i lavori in comodato
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una cooperativa agricola contro l'avviso di accertamento dell'Agenzia delle Entrate. La cooperativa aveva emesso una fattura non assoggettata a IVA per il recupero di spese di ristrutturazione straordinaria su un immobile ricevuto in comodato, ritenendolo un rimborso spese esente IVA ai sensi dell'art. 15 del d.P.R. 633/1972. I giudici hanno chiarito che l'esenzione non si applica poiché la cooperativa ha eseguito i lavori nel proprio interesse, ammortizzando i costi e detraendo l'IVA sugli acquisti, senza dimostrare di aver agito come mandataria con rappresentanza della società proprietaria. Di conseguenza, la cooperativa perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Esenzione IVA prestazioni sanitarie: negata allo studio abusivo
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro uno studio odontoiatrico, contestando l'indebita applicazione dell'esenzione IVA prestazioni sanitarie. I soci dello studio svolgevano infatti attività odontoiatrica senza la necessaria abilitazione professionale, come confermato anche da una sentenza penale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dello studio, confermando che le prestazioni eseguite da soggetti non abilitati non possono beneficiare dell'esenzione fiscale. I giudici hanno inoltre stabilito che le fatture prodotte erano troppo generiche, non indicando chi avesse materialmente eseguito la prestazione né il dettaglio dei servizi resi. Di conseguenza, lo studio è stato condannato al pagamento delle imposte evase e delle spese di lite.
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Contributi previdenziali su utili societari: stop alle pretese INPS
L'INPS ha richiesto il pagamento di contributi previdenziali su utili societari a due contribuenti, derivanti dalla loro mera partecipazione a una società di capitali. I giudici di merito hanno annullato le richieste dell'ente, rilevando l'assenza di un'attività lavorativa abituale e prevalente dei soci all'interno della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'INPS, confermando che i redditi da sola partecipazione al capitale sociale costituiscono redditi di capitale e non redditi d'impresa. Di conseguenza, tali somme non rientrano nella base imponibile per il calcolo dei contributi previdenziali dovuti dai lavoratori autonomi. L'ente previdenziale è stato condannato anche al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Valore venale aree edificabili: sconti negati senza prove
Una società di persone ha impugnato un avviso di rettifica per l'imposta comunale sugli immobili (ICI), contestando la valutazione di un terreno edificabile effettuata dal Comune. La società sosteneva che il valore del terreno fosse inferiore a causa di necessari lavori di adattamento e che la decisione dei giudici d'appello mancasse di motivazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità dell'atto. I giudici hanno chiarito che il valore venale aree edificabili si basa sul valore di mercato e che spetta al contribuente dimostrare eventuali riduzioni di valore. Poiché la società non ha provato la necessità di sostenere spese di adattamento, il valore accertato dal Comune, basato sui dati ufficiali, è pienamente valido. Il Comune vince la causa e la società deve pagare le spese processuali.
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Valore venale aree edificabili: Fisco batte stime senza prove
Il Comune ha contestato a una società di persone un'infedele dichiarazione ai fini dell'imposta comunale sugli immobili (ICI) per un terreno edificabile. Il Contribuente sosteneva che il valore del terreno fosse inferiore a causa di necessari lavori di adattamento, ma non ha fornito prove di tali spese. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Contribuente, confermando che la base imponibile deve basarsi sul valore venale aree edificabili. I giudici hanno stabilito che, in assenza di prove contrarie, il valore originario del terreno, rimasto invariato nel tempo, rappresenta il corretto valore di mercato. Di conseguenza, il Contribuente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Dichiarazione infedele: senza registri il fisco calcola i costi
Un imprenditore è stato condannato per il reato di dichiarazione infedele dopo che la Guardia di Finanza ha ricostruito induttivamente i suoi costi e ricavi. L'imprenditore era irreperibile e non aveva consegnato le scritture contabili al curatore fallimentare. La ricostruzione ha evidenziato un'evasione IVA pari a 158.053 euro, superando la soglia di punibilità penale. L'imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'IVA evasa fosse inferiore alla soglia di punibilità grazie a costi d'impresa non considerati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità del calcolo induttivo basato sulla redditività media, poiché i costi documentati dalla difesa erano inferiori a quelli stimati favorevolmente dagli accertatori. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Imposta di registro su terreno edificabile: no a tasse future
L'Azienda ha venduto un terreno edificabile nel 2007. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate ha effettuato un controllo nel 2009, trovando una villa in costruzione. Il fisco ha quindi ricalcolato le tasse pretendendo il pagamento dell'imposta di registro su terreno edificabile come se fosse già stata venduta una villa ultimata, basandosi sul fatto che i lavori di scavo erano iniziati prima della vendita. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Azienda. I giudici hanno stabilito che la base imponibile per l'imposta di registro deve essere determinata esclusivamente in base allo stato di fatto del bene al momento della firma del contratto. Poiché alla data della vendita esistevano solo scavi e non un edificio completato o abitabile, il fisco non poteva tassare il terreno come se ospitasse già un villino.
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Contributi previdenziali su utili societari: esente il socio
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un lavoratore autonomo il pagamento di contributi previdenziali calcolati anche sugli utili derivanti dalla sua partecipazione in una società a responsabilità limitata. Il lavoratore, tuttavia, non svolgeva alcuna attività lavorativa all'interno di questa società. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso dell'ente. La Corte ha stabilito che i contributi previdenziali su utili societari non sono dovuti se i proventi derivano da una mera partecipazione finanziaria (redditi di capitale) e non da un'effettiva attività lavorativa. Di conseguenza, il lavoratore non deve pagare i contributi pretesi e l'ente previdenziale è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Omessa dichiarazione dei redditi: costi senza fattura non salvano
L'Amministratore di una società è stato condannato per il reato di omessa dichiarazione dei redditi e IVA, avendo superato le soglie di punibilità penale. La difesa ha sostenuto che il calcolo delle imposte evase fosse errato poiché non erano stati considerati alcuni costi aziendali privi di fattura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che, ai fini dell'IVA, si possono detrarre solo i costi documentati da fatture d'acquisto effettivamente rinvenute, senza alcun obbligo per l'amministrazione finanziaria di cercarle presso terzi. Per le imposte dirette (Ires), invece, sono stati correttamente considerati i costi del personale desunti dalle dichiarazioni ufficiali. Di conseguenza, la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione è diventata definitiva.
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Imposta di registro: il fisco vince sul calcolo del notaio
L'Agenzia delle Entrate ha contestato la liquidazione dell'imposta di registro effettuata da un Notaio per un contratto di locazione di 29 anni di un terreno agricolo destinato a impianto fotovoltaico. Il Notaio aveva calcolato l'imposta applicando l'aliquota dello 0,50% solo sulla prima annualità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che l'imposta di registro per i contratti di locazione ultranovennali di fondi rustici deve essere calcolata applicando l'aliquota dello 0,50% sull'intera durata del contratto e non solo sulla prima annualità. La Corte ha deciso nel merito, confermando l'aliquota agevolata ma ricalcolando la base imponibile sull'intero periodo contrattuale.
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Base imponibile ICI: scontro tra valore reale e rendita catastale
Il Comune ha emesso avvisi di accertamento per il pagamento dell'imposta nei confronti del Consorzio, proprietario di immobili non registrati al catasto e privi di dati contabili. Il Comune ha calcolato la base imponibile ICI basandosi sul valore di stima dei beni indicato in un bando di gara. Il Consorzio ha contestato il calcolo, sostenendo che l'ente avrebbe dovuto richiedere l'attribuzione della rendita catastale. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione al Consorzio. Il Comune ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, con ordinanza interlocutoria, ha stabilito che la questione richiede un approfondimento e ha rinviato la causa alla Quinta Sezione Civile per la trattazione in pubblica udienza.
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Imposta di registro: sanzioni su una annualità o sull’intero?
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che calcolava le sanzioni per la tardiva registrazione di un contratto di locazione pluriennale sulla sola annualità singola, anziché sull'intero valore del contratto. Il contribuente aveva infatti scelto il pagamento annuale dell'imposta di registro. L'ufficio finanziario ha contestato questa interpretazione, ritenendo che la sanzione debba basarsi sull'intero periodo per evitare disparità di trattamento. La Corte di Cassazione, rilevando la particolare importanza della questione di diritto, non ha deciso subito la causa ma ha disposto il rinvio alla pubblica udienza della quinta sezione civile per un esame approfondito.
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Imposta di registro per enunciazione: s alla tassa ma base da rifare
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di liquidazione per recuperare l'imposta di registro per enunciazione su alcune fideiussioni citate in una sentenza civile di opposizione allo stato passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che la precedente menzione delle garanzie in atti registrati non impedisce una nuova tassazione se il fisco non aveva ancora esercitato il suo potere impositivo. Inoltre, ha chiarito che l'avviso di liquidazione è valido anche senza allegare la sentenza tassata, purché i dati essenziali siano chiari. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'azienda sulla determinazione della base imponibile, rinviando la causa al giudice di merito per verificare se l'imposta proporzionale dovesse applicarsi solo sul valore delle garanzie e non sull'intero credito ammesso.
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Rendita catastale: l’errore che rende definitive le tasse
I Contribuenti hanno impugnato gli avvisi di accertamento ICI emessi dal Comune per gli anni dal 2012 al 2015. Il Comune aveva calcolato l'imposta basandosi su una nuova rendita catastale di oltre 130.000 euro, registrata nel 2008. I Contribuenti sostenevano che si dovesse applicare la vecchia rendita catastale di circa 136 euro, confermata da precedenti sentenze definitive per anni passati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Contribuenti. I giudici hanno chiarito che, se il contribuente vuole contestare la nuova rendita catastale, deve impugnare autonomamente l'atto di variazione entro 60 giorni dalla notifica dell'avviso di accertamento. Non avendolo fatto, la nuova rendita è diventata definitiva e il Comune ha calcolato correttamente l'imposta.
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Rendita catastale: se non la contesti subito perdi il ricorso
I Contribuenti, in qualità di eredi, hanno impugnato gli avvisi di accertamento ICI emessi dal Comune per gli anni dal 2009 al 2011. Il Comune ha calcolato l'imposta basandosi su una nuova rendita catastale rivalutata, registrata a fine 2008. I Contribuenti sostenevano che dovesse applicarsi la precedente rendita catastale, stabilita da una sentenza passata in giudicato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Contribuenti. I giudici hanno chiarito che, una volta notificata la variazione della rendita catastale, il cittadino ha l'onere di impugnare autonomamente tale provvedimento entro sessanta giorni. In mancanza di una tempestiva contestazione, la nuova rendita catastale diventa definitiva e l'amministrazione comunale può legittimamente utilizzarla come base imponibile per il calcolo delle imposte, anche per le annualità successive alla sua annotazione nei registri.
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Affrancamento del saldo di rivalutazione: si calcola al netto
Una società contribuente procedeva alla rivalutazione dei beni d'impresa e al successivo affrancamento del saldo di rivalutazione. Per prudenza, calcolava l'imposta sostitutiva sulla base imponibile al lordo dell'imposta già versata per la rivalutazione. Successivamente, richiedeva il rimborso della differenza all'Amministrazione Finanziaria, ritenendo che la base imponibile dovesse essere calcolata al netto. Di fronte al silenzio rifiuto dell'ente, la società proponeva ricorso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo che la base imponibile per l'affrancamento del saldo di rivalutazione deve essere calcolata al netto dell'imposta sostitutiva già pagata per la rivalutazione stessa. L'imponibile al lordo rileva solo in caso di effettiva distribuzione della riserva ai soci, circostanza non verificatasi nel caso di specie. Di conseguenza, la società contribuente ha diritto al rimborso richiesto.
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Imposta di registro su pegno quote srl: si paga sul debito
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'applicazione dell'imposta di registro su pegno quote srl calcolata sul valore nominale delle quote sociali date in garanzia per un contratto di leasing. La società riteneva che le quote di S.r.l. rientrassero nella nozione di titoli, beneficiando così di una base imponibile ridotta. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che le quote di S.r.l. non sono equiparabili ai titoli di credito o al denaro. Di conseguenza, per il calcolo dell'imposta di registro su pegno quote srl, la base imponibile deve essere determinata applicando la regola generale della somma garantita dall'atto, e non il valore nominale delle quote stesse. Vince l'Agenzia delle Entrate.
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Riduzione della base imponibile IVA: fisco batte clienti morosi
Un'azienda ha impugnato una cartella di pagamento per omessi versamenti IVA e IRES. L'azienda sosteneva di non dover versare l'imposta poiché i propri clienti non avevano pagato le fatture, invocando la riduzione della base imponibile IVA. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il mancato incasso da parte dei clienti morosi non giustifica il mancato versamento dell'imposta all'erario se le procedure esecutive o concorsuali per il recupero del credito sono ancora pendenti e non si sono concluse negativamente. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata a pagare le imposte richieste, oltre al raddoppio del contributo unificato, mentre le spese di giudizio sono state compensate.
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Contributi previdenziali su utili societari: INPS perde in Cassazione
L'INPS ha richiesto a un lavoratore autonomo il pagamento di un maggior credito contributivo, calcolando i contributi previdenziali su utili societari derivanti dalla sua mera partecipazione come socio di capitale in una società a responsabilità limitata. Il lavoratore non svolgeva alcuna attività lavorativa in tale società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che la base imponibile per i lavoratori autonomi iscritti alla gestione commercianti comprende solo i redditi d'impresa e non i redditi di capitale derivanti da partecipazioni passive. Di conseguenza, l'INPS ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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