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Art. 3 Cedu

40 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Articolo della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo che vieta la tortura e i trattamenti o le pene inumani o degradanti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricorso Inammissibile: Detenuto vs. Legge 2017, la forma vince
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per le condizioni di detenzione ritenute contrarie all'Art. 3 CEDU. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua richiesta. Il detenuto ha presentato personalmente un ricorso per cassazione contro questa decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questo è avvenuto perché una legge del 2017 stabilisce che i ricorsi in Cassazione devono essere firmati da un avvocato abilitato, non possono essere presentati direttamente dal condannato. La Corte ha quindi confermato l'inammissibilità e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. La sentenza sottolinea l'importanza del rispetto delle procedure per evitare un ricorso inammissibile.
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Indennizzo detenzione inumana: tardività vs. continuità della pena
Un Detenuto ha chiesto una riduzione della pena (indennizzo detenzione inumana) per aver subito condizioni carcerarie disumane in un periodo di detenzione precedente, invocando l'Art. 3 CEDU e l'Art. 35-ter Ord. pen. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato la sua richiesta inammissibile per tardività, poiché era stata presentata oltre i sei mesi dalla fine della detenzione contestata. Il Detenuto ha fatto ricorso, sostenendo che la detenzione attuale fosse in continuità con quella passata. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità, ribadendo che il rimedio specifico della riduzione di pena è applicabile solo se la detenzione inumana è collegata al titolo esecutivo in corso. Se la detenzione pregressa è slegata, è possibile solo un risarcimento monetario, da richiedere entro sei mesi dalla sua cessazione.
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Detenzione inumana e degradante: no al risarcimento al detenuto
Il Detenuto ha proposto ricorso chiedendo i rimedi risarcitori per la detenzione inumana e degradante subita in tre diversi istituti di pena, lamentando uno spazio ridotto nelle celle, il riscaldamento guasto e carenze idriche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che se lo spazio individuale in cella supera i tre metri quadrati non vi è una presunzione automatica di violazione dell'articolo 3 della CEDU. Bisogna invece valutare globalmente le condizioni di carcerazione. Nel caso specifico, la presenza di servizi adeguati, come l'accesso all'acqua calda, il bagno riservato e diverse ore di passeggio, bilancia i disagi lamentati. Inoltre, un guasto all'impianto termico in una cella molto ampia non supera la soglia minima di gravità richiesta. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna del pagamento delle spese processuali.
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Ricorso in Cassazione inammissibile: la via corretta per i detenuti
Un detenuto ha presentato un ricorso diretto alla Corte di Cassazione contro un'ordinanza del Magistrato di sorveglianza. L'ordinanza riguardava una presunta violazione dell'Art. 3 CEDU, che tutela i diritti dei detenuti. La Corte ha stabilito che un ricorso diretto in Cassazione in questa fase è inammissibile. Ha chiarito che la procedura corretta prevede un reclamo al Tribunale di sorveglianza. La Cassazione ha quindi riqualificato l'impugnazione come reclamo e ha trasmesso gli atti al Tribunale di sorveglianza competente.
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Calcolo dello spazio minimo in cella: letto singolo incluso
Il Detenuto ha presentato una nuova richiesta di risarcimento per le condizioni di sovraffollamento subite in carcere, sostenendo che un recente cambio di orientamento dei giudici imponesse di escludere il letto singolo dal calcolo dello spazio calpestabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il letto singolo non riduce la libertà di movimento come una parete. Di conseguenza, lo spazio occupato dal letto singolo non va sottratto dal calcolo dello spazio minimo in cella, fissato a tre metri quadrati. Il Detenuto perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Detenzione inumana e degradante: il confine tra disagio e danno.
Il Detenuto ha richiesto un risarcimento lamentando una detenzione inumana e degradante presso il carcere di Lecce, a causa della mancanza di acqua calda in cella, riscaldamento insufficiente e assenza di aerazione nei bagni. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda, rilevando che l'acqua calda era fruibile nelle docce comuni, il riscaldamento era garantito da termosifoni e l'aerazione era assicurata da un impianto forzato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i semplici disagi quotidiani non costituiscono una violazione dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Per configurare una detenzione inumana e degradante, le sofferenze devono superare la normale afflittività della pena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spazio minimo in cella: il letto singolo va sempre sottratto
Il Detenuto ha richiesto un risarcimento per aver scontato la pena in celle sovraffollate. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato parzialmente la domanda, includendo nel calcolo della superficie disponibile lo spazio occupato dal letto singolo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che per determinare lo spazio minimo in cella (pari a tre metri quadrati a persona) occorre sottrarre anche la superficie occupata dal letto singolo. Questo arredo, infatti, riduce lo spazio calpestabile necessario al movimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente e ha ordinato un nuovo esame del caso.
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Detenzione inumana: negati i rimedi risarcitori in cella singola
Il Detenuto, ristretto in cella singola, ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana lamentando diverse criticità, tra cui la mancanza di acqua calda in cella, una temporanea contaminazione idrica e restrizioni su socialità e cottura dei cibi. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la domanda, ritenendo che i disagi non superassero la normale afflizione dello stato detentivo e non violassero l'art. 3 CEDU. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito ha valutato correttamente e in modo logico tutte le circostanze, e che il ricorso mirava inammissibilmente a una rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento detenuto generico: richiesta vaga, niente indennizzo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un carcerato che chiedeva un indennizzo per le cattive condizioni di detenzione. La sua richiesta è stata giudicata troppo vaga, poiché si limitava a un generico riferimento alla violazione dei suoi diritti senza specificare i fatti concreti. La sentenza stabilisce un principio chiaro: un'istanza di risarcimento detenuto generico non è sufficiente. Per essere accolta, la domanda deve descrivere in modo dettagliato le circostanze materiali e le violazioni subite. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una multa.
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Detenzione Inumana: Niente Sconto di Pena su una Nuova Condanna
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di risarcimento per detenzione inumana. Un detenuto, che aveva subito condizioni degradanti durante una precedente carcerazione ormai conclusa, non può ottenere uno sconto di pena sulla nuova condanna che sta attualmente scontando. Se esiste una discontinuità tra i due periodi di detenzione, non collegati tra loro, l'unico rimedio possibile per il danno passato è il risarcimento monetario. Non è ammesso 'trasferire' il diritto allo sconto di pena da una condanna esaurita a una nuova e distinta. La richiesta del detenuto è stata quindi respinta.
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Competenza risarcimento detenuto: scarcerato ma vince in Cassazione
Un detenuto chiede un risarcimento per le condizioni inumane subite in carcere. Prima della decisione, finisce di scontare la pena e viene liberato. I giudici di sorveglianza respingono la sua richiesta, sostenendo di non essere più competenti. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, affermando un principio fondamentale: la competenza risarcimento detenuto si stabilisce nel momento esatto in cui la domanda viene presentata. Se in quel momento la persona è detenuta, il Magistrato di Sorveglianza resta il giudice competente anche se il richiedente viene scarcerato nel frattempo. La Corte ha quindi annullato la decisione e rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame.
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Cella piccola? Non basta per il risarcimento per detenzione inumana
Un detenuto ha chiesto un risarcimento per detenzione inumana a causa dello spazio insufficiente nella sua cella. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo un principio importante: la sola misurazione dei metri quadrati non basta. I giudici devono considerare anche i cosiddetti 'fattori compensativi', come il tempo trascorso fuori dalla cella e la possibilità di svolgere attività. Poiché nel suo caso questi fattori positivi esistevano, la Corte ha ritenuto che la detenzione non fosse degradante. Di conseguenza, nessun risarcimento per detenzione inumana è stato concesso e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una multa.
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Cella piccola ma non inumana: la Cassazione nega il risarcimento
Un detenuto ha chiesto un risarcimento per condizioni detentive inumane, lamentando uno spazio in cella di poco superiore ai 3 metri quadrati. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: quando lo spazio individuale è compreso tra 3 e 4 metri quadrati, non scatta una presunzione automatica di violazione. Il giudice deve invece compiere una valutazione complessiva (multifattoriale), tenendo conto anche di eventuali 'fattori compensativi' come la durata della detenzione, la libertà di movimento fuori dalla cella e la possibilità di svolgere attività. In questo caso, la valutazione complessiva delle condizioni di vita del detenuto non è stata ritenuta degradante, negando così il diritto al risarcimento.
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Risarcimento detenzione inumana: richiesta tardiva, diritto perso
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per detenzione inumana relativo a un periodo di carcerazione concluso anni prima. La sua richiesta si basava sull'idea che diverse pene dovessero considerarsi unificate, facendo partire i termini solo alla fine dell'ultima. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiaro: il termine di decadenza di sei mesi per chiedere il risarcimento decorre dalla fine di ogni singolo e distinto periodo di detenzione. Poiché la domanda era stata presentata ben oltre questo limite, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, annullando di fatto il diritto al risarcimento.
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Condizioni detentive inumane: doccia fredda non basta per il sì
Un detenuto ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando di aver subito condizioni detentive inumane, a suo dire, per la mancanza di adeguata illuminazione, areazione e acqua calda nelle docce. La Corte ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione dei tribunali precedenti, i quali avevano già verificato che le celle e i servizi igienici erano dotati di luce, riscaldamento e finestre. La sentenza stabilisce un principio chiave: la valutazione delle condizioni detentive inumane non può essere generica, ma deve avvenire caso per caso, analizzando in modo specifico e soggettivo la situazione di ogni singolo detenuto. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Risarcimento detenzione inumana: no sconto pena su nuova condanna
Un detenuto aveva già ottenuto un risarcimento economico per aver subito una detenzione in condizioni degradanti. Una volta terminata quella pena, e durante una nuova e separata detenzione, ha chiesto di convertire quel risarcimento economico (non ancora ricevuto) in uno sconto sulla nuova pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato la richiesta inammissibile. Il principio stabilito è che il risarcimento per detenzione inumana sotto forma di sconto di pena è possibile solo per la pena in corso di esecuzione al momento del trattamento degradante. Se la pena è già stata scontata interamente, l'unica forma di ristoro ammessa è quella monetaria, che non può essere 'trasferita' a una detenzione successiva e non collegata.
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Risarcimento detenzione inumana: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un detenuto per il risarcimento per detenzione inumana. La decisione si basa sulla genericità del ricorso, che non contesta specificamente le motivazioni del tribunale precedente, il quale aveva escluso la violazione dell'art. 3 CEDU sulla base di una valutazione complessiva delle condizioni carcerarie, incluso uno spazio pro capite sempre superiore ai 3 mq.
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Condizioni detentive: quando la pena è inumana?
La Corte di Cassazione ha stabilito che uno spazio in cella inferiore a tre metri quadrati non determina automaticamente la violazione dell'art. 3 CEDU sulle condizioni detentive inumane. Sebbene crei una forte presunzione, questa può essere superata dalla presenza di 'fattori compensativi', come un regime detentivo 'aperto', la breve durata della restrizione e la possibilità di svolgere attività fuori dalla cella. La valutazione deve essere multifattoriale e considerare la dignità complessiva della carcerazione.
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Risarcimento detenuti: i requisiti della domanda
La Corte di Cassazione ha annullato un decreto di inammissibilità, stabilendo che per il risarcimento detenuti per trattamento inumano non è necessaria un'istanza iper-dettagliata. È sufficiente indicare i periodi, gli istituti di pena e le condizioni lesive. La Corte ha chiarito che spetta al magistrato, usando i suoi poteri istruttori, verificare i fatti, alleggerendo l'onere probatorio iniziale del ricorrente. La sentenza rafforza l'effettività del rimedio previsto dall'art. 35-ter Ord. pen.
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Condizioni detentive: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava condizioni detentive inumane e degradanti. Secondo la Corte, le contestazioni erano generiche e miravano a una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità, confermando la valutazione complessiva del Tribunale di Sorveglianza che aveva escluso la violazione dei diritti del ricorrente.
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