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Legge 83/2012 — Sezione Lavoro Civile

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113 provvedimenti

Altri anni per Legge 83/2012

Demansionamento: la responsabilità dopo cessione d’azienda
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12048/2024, ha chiarito la ripartizione di responsabilità in un caso di demansionamento continuato a seguito di una cessione di ramo d'azienda. I giudici hanno stabilito che il datore di lavoro cessionario è responsabile in solido per il danno da demansionamento iniziato dal cedente e proseguito senza interruzioni dopo il trasferimento dei lavoratori, confermando la condanna al risarcimento del danno. La Corte ha inoltre ritenuto irrilevante la nuova formulazione dell'art. 2103 c.c. introdotta nel 2015, poiché il demansionamento era iniziato in epoca precedente.
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Ricorso inammissibile: Cassazione e requisiti di forma
La Cassazione dichiara un ricorso inammissibile in una causa di lavoro. Gli eredi di un ristoratore, condannati a pagare differenze retributive a un cuoco, avevano impugnato la sentenza d'appello lamentando vizi di notifica e omessa valutazione di prove. Il ricorso è stato giudicato inammissibile per mancanza di specificità e perché ignorava le motivazioni della corte precedente, oltre a scontrarsi con la preclusione della 'doppia conforme'.
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Indennità turno notturno: spetta per il riposo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'indennità turno notturno spetta anche per il giorno di riposo successivo a un turno di 12 ore. Questo riposo è qualificato come 'compensativo' non per il superamento dell'orario settimanale, ma per la necessità di recuperare lo stress psico-fisico derivante dalla particolare gravosità e intensità della prestazione lavorativa notturna. La decisione conferma il diritto di un'infermiera a ricevere l'emolumento, respingendo il ricorso dell'Azienda Sanitaria Locale.
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Responsabilità solidale datore di lavoro: il caso del FIS
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità solidale del datore di lavoro cedente e cessionario per il pagamento di somme equivalenti all'integrazione salariale (FIS) non percepita dai lavoratori a seguito di un trasferimento di ramo d'azienda. La Corte ha chiarito che la domanda per differenze retributive può essere riqualificata dal giudice come richiesta di risarcimento, senza incorrere nel vizio di ultrapetizione, e che la garanzia dell'art. 2112 c.c. copre tutti i crediti del lavoratore, inclusi quelli di natura risarcitoria.
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Responsabilità solidale: cedente e cessionario obbligati
Un gruppo di lavoratori, trasferiti a seguito di affitto di ramo d'azienda, non ha ricevuto l'integrazione salariale (FIS) a causa del rigetto della domanda da parte dell'INPS. La Cassazione ha confermato la responsabilità solidale dell'azienda cedente e di quella cessionaria per il pagamento di una somma corrispondente all'integrazione mancata, rigettando le eccezioni di ultrapetizione e la limitazione della responsabilità.
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Motivazione apparente: Cassazione cassa la sentenza
L'appello di un'azienda di trasporto pubblico viene accolto dalla Corte di Cassazione a causa di una motivazione apparente nella sentenza di grado inferiore. La Corte d'Appello aveva riconosciuto differenze retributive per mansioni superiori, ma il suo ragionamento è stato giudicato generico e privo di un'analisi concreta dei compiti svolti. Il caso è stato rinviato per un nuovo processo che applichi correttamente il "procedimento trifasico" richiesto. Il controricorso della lavoratrice è stato respinto.
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Avviso di addebito INPS: come impugnarlo bene
Un imprenditore contesta un avviso di addebito INPS per contributi non versati, sostenendo che i rapporti di lavoro non fossero subordinati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo importanti principi procedurali e di merito. La Corte ha stabilito che i vizi formali dell'atto devono essere impugnati con ricorso immediato in Cassazione, non in appello. Inoltre, ha ribadito che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. La decisione finale ha confermato che la natura subordinata di un rapporto si desume da indici concreti (orario, sede, retribuzione fissa) che prevalgono sulla qualificazione formale data dalle parti.
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Riposo compensativo: sì all’indennità per turnisti
La Corte di Cassazione ha stabilito che i lavoratori del comparto sanità hanno diritto all'indennità di turno anche per il giorno di riposo successivo a un turno notturno di 12 ore. Questo giorno è qualificato come riposo compensativo, necessario per il recupero psico-fisico, indipendentemente dal superamento dell'orario di lavoro settimanale. La Corte ha rigettato il ricorso di un'azienda sanitaria, confermando che la maggiore gravosità del singolo turno notturno prolungato giustifica il riconoscimento del riposo come compensativo e, di conseguenza, il pagamento della relativa indennità.
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Licenziamento per motivo illecito: storno dipendenti
La Corte di Cassazione conferma la nullità di un licenziamento per motivo illecito, in un caso di storno di dipendenti. Un'azienda aveva assunto una lavoratrice da una concorrente, non per sviluppare il proprio business, ma al solo scopo di indebolire la rivale. Il successivo licenziamento, mascherato da motivazioni oggettive, è stato ritenuto nullo perché l'unico reale motivo era quello illecito di realizzare una concorrenza sleale. L'appello dell'azienda è stato dichiarato inammissibile per vizi procedurali.
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Licenziamento ritorsivo: i limiti del ricorso
Un lavoratore, assunto con un contratto part-time fittizio ma impiegato a tempo pieno, viene licenziato dopo aver richiesto il pagamento delle differenze retributive tramite sindacato. La Corte d'Appello dichiara nullo il licenziamento ritorsivo, ordinando la reintegra. La Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda e chiarendo che la valutazione dei fatti e la sufficienza della motivazione della sentenza di merito non sono sindacabili in sede di legittimità, se non in casi eccezionali di motivazione assente o meramente apparente.
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Società pubblica: no alla conversione del contratto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29781/2024, ha stabilito che la nullità del termine apposto a un contratto di lavoro con una società interamente partecipata da enti pubblici non comporta la sua automatica conversione in un rapporto a tempo indeterminato. Tale principio, valido per le pubbliche amministrazioni, si estende a queste società in quanto soggette all'obbligo di reclutamento del personale tramite procedure concorsuali. La lavoratrice, assunta a termine da una società di servizi pubblici locali, si è vista respingere il ricorso volto a ottenere la stabilizzazione del rapporto, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Tempi accessori e turni spezzati: la Cassazione decide
Un autista di un'azienda di trasporti chiedeva la retribuzione dei tempi accessori per entrambi i segmenti di un turno spezzato. La Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che senza il superamento dell'orario massimo di lavoro previsto dal CCNL, manca l'interesse ad agire per richiedere differenze retributive.
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Licenziamento giusta causa: firma falsa e doveri
Un bancario è stato licenziato per giusta causa dopo aver eseguito operazioni finanziarie basate su documenti con una firma del cliente risultata falsa. La Cassazione ha confermato il licenziamento, ritenendo decisiva la violazione del dovere di verifica sull'autenticità della firma, che ha irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia, a prescindere da chi avesse materialmente apposto la firma falsa.
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Contratto a progetto: è nullo senza progetto specifico
Una società di call center aveva utilizzato una serie di contratti a progetto, ritenuti illegittimi dai giudici di merito per la mancanza di un progetto specifico. La società ha sostenuto in Cassazione che, per le attività di call center, la legge non richiedesse più un progetto specifico se il compenso era definito da un accordo collettivo. La Suprema Corte ha respinto questa tesi, confermando che il requisito del progetto specifico è sempre stato essenziale per la validità del contratto a progetto. Tuttavia, ha annullato la sentenza d'appello per un errore procedurale, rinviando il caso a un nuovo giudice per valutare nel merito la specificità dei progetti, questione che la corte precedente aveva erroneamente considerato già decisa in via definitiva.
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Contratti a progetto call center: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione conferma la nullità dei contratti a progetto per una lavoratrice di un call center outbound addetta al recupero crediti. La sentenza stabilisce che, anche in questo settore, è indispensabile la presenza di un progetto specifico e non un mero mansionario. La deroga normativa per i contratti a progetto call center riguardava solo la definizione del compenso tramite contrattazione collettiva, non l'obbligo di un progetto definito, portando alla conversione del rapporto in lavoro subordinato a tempo indeterminato.
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Compenso amministratore: onere della prova decisivo
Un amministratore, che ricopriva anche il ruolo di dirigente, ha citato in giudizio la società per ottenere il compenso relativo alla sua carica per l'anno 2013 e il risarcimento per la revoca ingiustificata. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha rigettato le sue richieste. Il punto focale della decisione è l'onere della prova: l'amministratore non ha fornito elementi specifici sulla natura, quantità e qualità dell'attività svolta distintamente da quella di dirigente. Pertanto, anche se il ruolo di amministratore si presume oneroso, senza una prova concreta dell'attività non è possibile liquidare alcun compenso amministratore, né un risarcimento del danno, che deve essere ugualmente provato nei suoi elementi costitutivi.
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Qualificazione lavoro subordinato: onere della prova
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un amministratore che richiedeva il riconoscimento di crediti da lavoro dipendente nei confronti della società fallita. La Corte ha confermato la decisione di merito, sottolineando che non era stata fornita una prova chiara della distinzione tra le mansioni di amministratore e quelle di lavoratore subordinato, soprattutto a causa della sovrapposizione di ruoli con la società controllante. La sentenza ribadisce i limiti del sindacato di legittimità sulla valutazione dei fatti e l'importanza dell'onere della prova nella qualificazione lavoro subordinato.
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Titolo esecutivo: i limiti di interpretazione
Una lavoratrice ha intimato il pagamento di differenze retributive calcolate su un orario full-time, basandosi su una sentenza che le riconosceva mansioni superiori. L'azienda si è opposta, sostenendo che il contratto fosse part-time e che la sentenza non si fosse pronunciata sull'orario. La Corte di Cassazione ha confermato che il giudice dell'esecuzione non può estendere l'efficacia del titolo esecutivo oltre quanto esplicitamente deciso, annullando la pretesa per la parte non coperta dalla decisione originale.
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Risarcimento danni demansionamento: la Cassazione conferma
Una pubblica agenzia ricorre in Cassazione contro una condanna per risarcimento danni demansionamento a favore di un proprio dipendente. Questi non era stato reintegrato nel suo ruolo di capo team, nonostante una precedente sentenza definitiva lo imponesse. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, confermando la condanna al risarcimento per i danni biologici, morali e patrimoniali derivanti dall'illegittimo demansionamento e dalla violazione del precedente giudicato.
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Inquadramento dirigente: la prova del lavoro subordinato
Un ex amministratore delegato ha richiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato con inquadramento dirigente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 27225/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove spetta al giudice di merito e che il ricorso per legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio sui fatti. La decisione sottolinea l'onere della prova a carico di chi afferma la coesistenza dei due ruoli e la discrezionalità del giudice nell'ammettere le istanze istruttorie.
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