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Responsabilità solidale: cedente e cessionario obbligati

Un gruppo di lavoratori, trasferiti a seguito di affitto di ramo d’azienda, non ha ricevuto l’integrazione salariale (FIS) a causa del rigetto della domanda da parte dell’INPS. La Cassazione ha confermato la responsabilità solidale dell’azienda cedente e di quella cessionaria per il pagamento di una somma corrispondente all’integrazione mancata, rigettando le eccezioni di ultrapetizione e la limitazione della responsabilità.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 19863 Anno 2024
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Responsabilità Solidale tra Cedente e Cessionario: L’Analisi della Cassazione

L’ordinanza in esame affronta un tema cruciale nel diritto del lavoro: la responsabilità solidale tra l’azienda cedente e quella cessionaria in caso di trasferimento di un ramo d’azienda. La vicenda, complessa, ruota attorno al mancato pagamento dell’integrazione salariale da parte dell’INPS e alla conseguente richiesta dei lavoratori di ottenere le somme dovute. La Corte di Cassazione fornisce chiarimenti fondamentali sulla portata dell’art. 2112 c.c. e sui poteri del giudice nel qualificare la domanda.

I Fatti del Caso: Trasferimento d’Azienda e Mancata Integrazione Salariale

Un gruppo di lavoratori era inizialmente dipendente di una prima società (la cedente). A seguito di un contratto di affitto di ramo d’azienda, i dipendenti sono transitati alle dipendenze di una seconda società (la cessionaria). Quest’ultima, a fronte di difficoltà operative, ha stipulato con i sindacati un accordo per la riduzione dell’orario di lavoro, facendo ricorso al Fondo di Integrazione Salariale (FIS) per compensare la perdita di retribuzione dei lavoratori.

Tuttavia, l’INPS ha rigettato la domanda di integrazione salariale. Di conseguenza, per un periodo di 12 mesi, i lavoratori hanno percepito una retribuzione ridotta senza ricevere l’integrazione dall’ente previdenziale. Successivamente, a causa dell’inadempimento della società cessionaria, il contratto di affitto è stato risolto e i lavoratori sono rientrati alle dipendenze della società cedente originaria. A questo punto, i dipendenti hanno agito in giudizio contro entrambe le società per ottenere il pagamento delle differenze retributive non percepite.

La Decisione dei Giudici di Merito

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno riconosciuto le ragioni dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che, in base alla normativa vigente (art. 15, D.Lgs. 148/2015), qualora l’integrazione salariale non venga erogata per un fatto imputabile al datore di lavoro, quest’ultimo è tenuto a corrispondere ai lavoratori una somma di importo equivalente. Inoltre, entrambi i gradi di giudizio hanno affermato la responsabilità solidale sia della società cedente che di quella cessionaria, condannandole in solido al pagamento delle somme.

La Parola alla Corte di Cassazione e la Conferma della Responsabilità Solidale

La società cedente ha impugnato la decisione della Corte d’Appello dinanzi alla Cassazione, basando il ricorso su due motivi principali. In primo luogo, ha lamentato il vizio di “ultrapetizione”, sostenendo che i giudici avessero concesso un risarcimento del danno mentre i lavoratori avevano richiesto solo differenze retributive. In secondo luogo, ha contestato l’estensione della responsabilità solidale a un credito di natura, a suo dire, risarcitoria e non retributiva.

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la decisione impugnata.

Le Motivazioni

La Suprema Corte ha chiarito in modo definitivo due principi fondamentali.

Primo, non sussiste alcun vizio di ultrapetizione. Il giudice ha il potere di qualificare giuridicamente la domanda delle parti. Anche se i lavoratori hanno parlato di “differenze retributive”, i fatti posti a fondamento della loro richiesta erano chiari: la mancata percezione di una parte della retribuzione a causa del rigetto della domanda di FIS. Il Tribunale si è limitato a inquadrare correttamente la pretesa, riconoscendo un importo corrispondente all’integrazione salariale perduta, come previsto dalla legge. I fatti costitutivi della pretesa non sono stati alterati, ma solo correttamente interpretati dal punto di vista giuridico.

Secondo, la responsabilità solidale prevista dall’art. 2112 del codice civile ha una portata molto ampia. Essa riguarda “tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento”. La norma non fa alcuna distinzione tra crediti di natura retributiva e crediti di natura risarcitoria. Pertanto, anche l’obbligazione di pagare una somma equivalente all’integrazione salariale non percepita rientra a pieno titolo nell’ambito di applicazione della solidarietà passiva tra cedente e cessionario. La motivazione della Corte d’Appello è stata ritenuta logica, coerente e sufficiente a giustificare la decisione.

Le Conclusioni

Questa ordinanza rafforza in modo significativo la tutela dei lavoratori nelle operazioni di trasferimento d’azienda. Viene sancito che la garanzia della responsabilità solidale è estesa e non può essere limitata in base alla natura (retributiva o risarcitoria) del credito vantato dal dipendente. Per le imprese, ciò implica una maggiore attenzione nella gestione di tali operazioni: l’azienda cedente rimane corresponsabile per i debiti esistenti al momento della cessione, compresi quelli derivanti da inadempienze del cessionario legate a procedure di ammortizzatori sociali. La decisione sottolinea come la protezione del lavoratore sia un principio cardine dell’ordinamento, prevalendo su interpretazioni restrittive delle norme a tutela del credito da lavoro.

In caso di mancato pagamento dell’integrazione salariale (FIS) da parte dell’INPS, chi è tenuto a pagare il lavoratore?
Secondo la decisione, quando la mancata erogazione è addebitabile al datore di lavoro, quest’ultimo è obbligato a versare al lavoratore una somma di importo corrispondente all’integrazione non percepita, come previsto dall’art. 15 del d.lgs. n. 148/2015.

La responsabilità solidale tra l’azienda che cede un ramo d’azienda e quella che lo acquista si applica anche ai crediti risarcitori?
Sì, la Corte ha confermato che la responsabilità solidale prevista dall’art. 2112 c.c. si estende a tutti i crediti che il lavoratore aveva al momento del trasferimento, senza distinguere tra natura retributiva o risarcitoria.

Un giudice può condannare al risarcimento del danno se il lavoratore aveva richiesto solo differenze retributive?
Sì, il giudice ha il potere di qualificare giuridicamente la domanda. Se i fatti posti a base della richiesta sono gli stessi, può riconoscere una somma a titolo di risarcimento (pari all’integrazione salariale persa) anche se la domanda era formulata come richiesta di differenze retributive, senza che ciò costituisca un vizio di ultrapetizione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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