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Legge 223/1991

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386 provvedimenti

Comunicazione licenziamento collettivo: profili e validità
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo indicando solo i livelli contrattuali del personale in esubero. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità dei licenziamenti, stabilendo che la comunicazione di licenziamento collettivo deve obbligatoriamente specificare i 'profili professionali' dettagliati. Questa specificità è essenziale per garantire la trasparenza e permettere un controllo effettivo da parte dei sindacati, rendendo la procedura altrimenti viziata.
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Criteri di scelta licenziamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 10177/2024, ha confermato l'annullamento di un licenziamento collettivo a causa dell'illegittimità dei criteri di scelta adottati dall'azienda. La Suprema Corte ha ribadito che i criteri di scelta licenziamento devono essere oggettivi, verificabili e trasparenti, non potendo basarsi su descrizioni generiche di competenze o valutazioni discrezionali. È stato sottolineato che la comparazione dei lavoratori deve avvenire su base ampia, considerando la fungibilità delle mansioni nell'intero complesso aziendale.
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Criteri licenziamento collettivo: Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di un licenziamento collettivo, giudicando illegittimi i criteri di scelta adottati da un'azienda perché generici e discrezionali. La sentenza sottolinea che i criteri di licenziamento collettivo devono essere oggettivi, trasparenti e verificabili, non potendo basarsi su vaghe descrizioni di competenze o macchinari, per garantire un controllo effettivo e tutelare i lavoratori. L'onere di dimostrare la corretta applicazione di tali criteri spetta interamente al datore di lavoro.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se limitato
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento collettivo in cui l'azienda aveva limitato la selezione dei lavoratori da licenziare ai soli dipendenti di una sede in chiusura. Secondo la Corte, in assenza di comprovate ragioni tecniche e organizzative, la platea di comparazione deve estendersi all'intero complesso aziendale, includendo tutti i lavoratori con professionalità fungibili. La violazione di questo principio comporta l'applicazione della tutela reintegratoria.
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Licenziamento collettivo: obblighi in caso di fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 10606/2024, ha stabilito che nel licenziamento collettivo per cessazione di attività in ambito fallimentare, la comunicazione finale alle organizzazioni sindacali contenente l'elenco dei lavoratori licenziati è un adempimento formale inderogabile. La sua omissione rende illegittimo il licenziamento, anche quando riguarda l'intera forza lavoro e non sono stati applicati criteri di scelta. La Corte ha chiarito che tale comunicazione è essenziale per garantire il controllo sindacale sulla procedura, e la sua mancanza integra un vizio che giustifica di per sé l'impugnazione da parte del lavoratore e il diritto a un'indennità.
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Impugnazione conciliazione: quando il dolo non sussiste
Una lavoratrice ha tentato l'impugnazione della conciliazione firmata in sede sindacale, sostenendo un dolo da parte dell'azienda. La Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito che hanno escluso l'inganno, valorizzando la complessità della procedura e l'assenza di prove concrete della volontà di raggirare la dipendente.
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Cessione ramo d’azienda: il lavoratore può opporsi?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11816/2024, ha affrontato il caso di un direttore di supermercato che contestava la validità del suo trasferimento in seguito a una cessione di ramo d'azienda. Il lavoratore lamentava la violazione delle procedure di informazione sindacale e la mancanza di autonomia funzionale del punto vendita ceduto. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo due principi chiave: primo, il diritto all'informazione e consultazione è una prerogativa delle organizzazioni sindacali, non del singolo lavoratore, la cui violazione non invalida l'atto di cessione. Secondo, l'autonomia del ramo ceduto sussiste anche se alcune funzioni, come la contabilità o la gestione del personale, erano centralizzate, purché il complesso dei beni trasferiti sia idoneo a proseguire l'attività economica.
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Sgravi contributivi: no ai benefici per finte assunzioni
Una grande azienda in amministrazione straordinaria si è vista negare gli sgravi contributivi per l'assunzione di lavoratori provenienti da proprie aziende appaltatrici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il beneficio non spetta se l'operazione non crea un reale incremento occupazionale ma è finalizzata solo a ottenere il vantaggio fiscale, sfruttando un preesistente rapporto di controllo di fatto tra le imprese coinvolte. La finalità della norma è prevenire condotte elusive.
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Procedura CIGS: illegittima senza comunicazione e criteri
La Corte di Cassazione ha stabilito che la procedura CIGS in deroga è illegittima se manca la comunicazione di avvio e la specificazione dei criteri di scelta dei lavoratori da sospendere. La Suprema Corte ha annullato la decisione della Corte d'Appello che aveva ritenuto sanabile il vizio procedurale da un successivo comportamento unilaterale del datore di lavoro. Secondo i giudici, tali requisiti formali sono indispensabili per garantire il corretto confronto sindacale e la trasparenza delle decisioni aziendali, e la loro assenza non può essere sanata retroattivamente.
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Dimissioni incentivate: quando sono nulle per dolo?
Un lavoratore accetta delle dimissioni incentivate e, pochi mesi dopo, l'azienda avvia una procedura di licenziamento collettivo. Il dipendente impugna le dimissioni per dolo, ma la Corte di Cassazione rigetta il ricorso. Secondo la Corte, il lasso di tempo intercorso tra le dimissioni e l'avvio della procedura è un elemento chiave per escludere l'intento fraudolento del datore di lavoro, la cui prova spetta al lavoratore. La sentenza affronta anche la validità delle udienze svoltesi in forma scritta durante l'emergenza pandemica.
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Impugnazione licenziamento e cessione d’azienda
La Corte di Cassazione ha stabilito che i lavoratori licenziati da un'azienda prima che la cessione di quest'ultima diventi efficace non possono rivendicare la continuità del rapporto con l'acquirente se non hanno provveduto all'impugnazione del licenziamento entro il termine di decadenza di 60 giorni. La mancata impugnazione consolida l'effetto estintivo del rapporto, rendendo impossibile il suo trasferimento al nuovo datore di lavoro ai sensi dell'art. 2112 c.c.
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Accordo sindacale: mancato colloquio e assunzione
Un lavoratore non è stato assunto dalla nuova azienda dopo un trasferimento d'impresa, nonostante un accordo sindacale prevedesse colloqui di selezione. La Cassazione ha stabilito che omettere il colloquio non garantisce un diritto automatico all'assunzione, ma configura una 'perdita di chance'. Il diritto al risarcimento dipende dal quadro giuridico che regola il trasferimento (crisi o liquidazione). Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione.
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Licenziamento giustificato motivo oggettivo: i criteri
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, specificando i criteri di scelta del lavoratore e la portata dell'obbligo di repêchage. La sentenza chiarisce che, a fronte della soppressione di una postazione, la scelta del dipendente da licenziare deve basarsi su criteri oggettivi come l'anzianità di servizio, e non sulla mera assegnazione al posto soppresso. Inoltre, l'azienda adempie al proprio obbligo di ricollocazione proponendo al lavoratore concrete soluzioni alternative, anche se meno convenienti; il rifiuto ingiustificato di tali proposte rende legittimo il recesso.
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Codatorialità: la guida al calcolo dei dipendenti
Una lavoratrice, dipendente di fatto di tre società collegate (una formale, due sostanziali), viene licenziata. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, chiarisce due principi fondamentali in materia di codatorialità: 1) la comunicazione di licenziamento da parte di uno solo dei co-datori è valida per tutti; 2) ai fini della reintegrazione, il requisito dimensionale si calcola sommando i dipendenti di tutte le società coinvolte, superando la loro formale distinzione giuridica.
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Compensazione spese legali: quando è legittima?
Una lavoratrice ottiene l'annullamento del licenziamento ma il giudice dispone la compensazione spese legali. La Cassazione conferma la decisione, sottolineando il potere discrezionale del giudice di merito quando non tutte le domande vengono accolte o in presenza di questioni giuridiche complesse. Il ricorso della lavoratrice è stato dichiarato inammissibile anche perché non aveva impugnato correttamente l'assorbimento di una delle sue domande in appello.
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Retribuzione globale di fatto: esclusi i rimborsi
In un caso di licenziamento illegittimo di un'assistente di volo, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sul calcolo dell'indennità risarcitoria. La Corte ha chiarito che la nozione di "ultima retribuzione globale di fatto" non include le somme erogate a titolo di rimborso spese, come la diaria per le trasferte. Di conseguenza, queste voci devono essere escluse dal calcolo del risarcimento dovuto al lavoratore reintegrato, poiché non hanno natura retributiva ma meramente indennitaria.
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Retribuzione pensionabile mobilità: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale contro una sentenza della Corte d'Appello che aveva ricalcolato la pensione di un lavoratore in mobilità. La Cassazione ha stabilito che le norme speciali sulla neutralizzazione della retribuzione pensionabile mobilità, applicate dalla corte territoriale, erano errate in quanto destinate a specifiche categorie di lavoratori non corrispondenti a quella del caso in esame. La Corte ha chiarito che, in assenza di presupposti specifici, si applicano le regole generali, basando il calcolo sulla retribuzione figurativa parametrata all'integrazione salariale. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova decisione.
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Licenziamento collettivo e subappalto: i limiti
Un'azienda di ristorazione esternalizza un servizio tramite subappalto, procedendo a un licenziamento collettivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, chiarendo che le deroghe previste per il "cambio appalto" non si estendono al "subappalto", che rappresenta una libera scelta imprenditoriale e non una successione nel contratto principale. Di conseguenza, l'azienda avrebbe dovuto seguire l'intera procedura prevista dalla legge per il licenziamento collettivo.
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Licenziamento collettivo fondazioni: quando è valido
Un primo ballerino impugnava il suo licenziamento, parte di un licenziamento collettivo fondazioni a seguito della soppressione del corpo di ballo di un ente lirico-sinfonico. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso, chiarendo che la scelta di sopprimere un intero settore, basata su ragioni tecnico-organizzative, è insindacabile nel merito e non viola le norme sui piani di risanamento. La sentenza ha inoltre validato la procedura seguita, inclusa la deroga al patrocinio dell'Avvocatura dello Stato.
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Licenziamento collettivo: legittima soppressione del ballo
Un primo ballerino ha impugnato il proprio licenziamento, parte di una procedura di licenziamento collettivo avviata da una fondazione lirico-sinfonica a seguito della soppressione dell'intero corpo di ballo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la soppressione di un settore aziendale, motivata da ragioni economiche e produttive, costituisce una legittima scelta imprenditoriale. La Corte ha inoltre stabilito che, data la specificità e l'infungibilità delle mansioni dei ballerini, era corretto limitare i criteri di scelta del personale da licenziare al solo corpo di ballo, senza estenderli all'intera azienda.
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