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Legge 223/1991

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386 provvedimenti

Licenziamento per giusta causa: la Cassazione rinvia
Tre dipendenti, a seguito di una riorganizzazione aziendale, vengono trasferiti in una sede distante. Rifiutandosi di prendere servizio, vengono licenziati per giusta causa a causa dell'assenza ingiustificata. I lavoratori impugnano il licenziamento, sostenendo che il trasferimento fosse illegittimo e che l'azienda avrebbe dovuto seguire le procedure per i licenziamenti collettivi. Dopo la conferma del licenziamento in primo e secondo grado, la Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, decide di rinviare la decisione. La Corte ha infatti rilevato che una questione simile, relativa all'interpretazione della normativa europea sui licenziamenti collettivi in casi di modifica sostanziale del contratto, è attualmente pendente dinanzi alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Pertanto, la Cassazione ha disposto un rinvio a nuovo ruolo in attesa di futuri sviluppi giurisprudenziali europei.
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Natura giuridica ente: quando si applica il diritto privato
La Corte di Cassazione ha stabilito che un consorzio, anche se partecipato da enti pubblici e svolgente attività di interesse pubblico, deve essere considerato un soggetto di diritto privato se non è stato istituito con una specifica legge statale o regionale. Di conseguenza, i rapporti di lavoro dei suoi dipendenti sono regolati dal diritto privato e non dalle norme sul pubblico impiego. La qualifica di 'organismo di diritto pubblico' ai fini delle normative europee sugli appalti non è sufficiente a modificare la natura giuridica dell'ente per quanto riguarda il diritto del lavoro.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione conferma il diritto di alcuni lavoratori, inizialmente esclusi, a passare alle dipendenze della società acquirente in una cessione ramo d'azienda. La sentenza stabilisce che il criterio decisivo è il nesso funzionale e inscindibile tra le mansioni svolte dal lavoratore e il ramo ceduto, a prescindere dalla loro inclusione formale nell'accordo di cessione. Viene respinto il ricorso dell'azienda, che non è riuscita a provare l'estraneità dei lavoratori al ramo trasferito.
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Incentivo all’esodo: email aziendale non è offerta
La Corte d'Appello di Torino ha stabilito che un'email inviata da un'azienda per illustrare un piano di incentivazione all'esodo non costituisce una proposta contrattuale irrevocabile. Un lavoratore, dopo aver ricevuto tale comunicazione e trovato un nuovo impiego, si è visto negare l'accesso al piano. Ha quindi rassegnato le dimissioni per giusta causa, ma la Corte ha respinto il suo appello. La decisione si fonda sul carattere meramente informativo della comunicazione e sulle clausole degli accordi sindacali, che subordinavano l'adesione alle esigenze tecniche e organizzative aziendali, escludendo un diritto automatico per il dipendente.
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Obbligo di repêchage: onere della prova del datore
Il Tribunale di Milano ha dichiarato illegittimo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo a causa della violazione dell'obbligo di repêchage. La sentenza ribadisce che spetta esclusivamente al datore di lavoro l'onere di provare, in modo specifico e non generico, l'impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni all'interno dell'azienda.
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Prescrizione cassa integrazione: quando decorre?
La Corte d'Appello di Genova ha stabilito che la prescrizione cassa integrazione, se il rapporto di lavoro è contestato, decorre non dall'accertamento ispettivo, ma dalla sentenza definitiva che riconosce tale rapporto. Un gruppo di lavoratori, il cui status di dipendenti di una cooperativa era stato negato, ha potuto così legittimamente richiedere l'indennità previdenziale anche a distanza di molti anni, poiché il loro diritto è sorto solo con la pronuncia giudiziale passata in giudicato.
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