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Legge 183/2010 — Anno 2025

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119 provvedimenti

Altri anni per Legge 183/2010

Contratto a progetto: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello che riqualificava due contratti a progetto in contratti di lavoro subordinato. La sentenza sottolinea che la natura del rapporto di lavoro si determina in base alle concrete modalità di svolgimento della prestazione e non alla qualificazione formale data dalle parti. La presenza di indici quali l'osservanza di un orario fisso, la supervisione costante e l'utilizzo di strumenti aziendali ha portato a riconoscere la sussistenza della subordinazione, con conseguente condanna delle società datrici di lavoro al pagamento delle differenze retributive e al ripristino dei rapporti.
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Licenziamento cambio appalto: quando scatta l’obbligo
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha stabilito che un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, intimato dalla società uscente poco prima di un cambio appalto, non impedisce l'applicazione della clausola di salvaguardia. La Corte ha chiarito che l'effetto estintivo del rapporto di lavoro si produce solo al termine del periodo di lavoro effettivo, non retroattivamente dall'inizio della procedura. Di conseguenza, se i dipendenti sono ancora in servizio al momento del subentro della nuova azienda, conservano il diritto a essere assunti da quest'ultima, rendendo il licenziamento pretestuoso e inefficace a eludere gli obblighi contrattuali.
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Successione di contratti: la Cassazione chiarisce
Una lavoratrice, dopo una lunga serie di contratti a termine e in somministrazione, ha impugnato solo l'ultimo rapporto di lavoro chiedendone la conversione a tempo indeterminato. Le corti di merito hanno rigettato la domanda per intervenuta decadenza rispetto ai contratti precedenti. La Corte di Cassazione ha cassato la decisione, stabilendo un importante principio sulla successione di contratti a termine: anche se i contratti passati non sono stati impugnati nei termini, il giudice deve valutarli come 'antecedente storico' per verificare se la reiterazione abbia superato i limiti di legge, rendendo illegittimo l'ultimo contratto.
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Proroga contratto acausale: quando è illegittima?
Una lavoratrice ottiene la conversione del suo contratto di somministrazione in un rapporto a tempo indeterminato a causa di proroghe illegittime. La Corte di Cassazione conferma la decisione, chiarendo che, in base alla normativa vigente nel 2012, la proroga contratto acausale era assolutamente vietata. La sentenza sottolinea che le modifiche legislative successive che hanno ammesso le proroghe entro i 12 mesi non hanno efficacia retroattiva, consolidando un importante principio sull'applicazione della legge nel tempo.
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Contratti a termine pubblico impiego: no conversione
Una lavoratrice pubblica, dopo aver superato il limite di 36 mesi con contratti a tempo determinato, ha chiesto la trasformazione del suo rapporto in uno a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha rigettato la sua richiesta, confermando un principio consolidato: per i contratti a termine nel pubblico impiego, l'unica sanzione per la reiterazione abusiva è il risarcimento del danno, non la conversione del contratto, per salvaguardare la regola costituzionale dell'accesso tramite pubblico concorso.
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Eccezione di decadenza: come impugnarla in appello
Una lavoratrice, licenziata dopo una cessione di ramo d'azienda, impugnava sia il licenziamento sia la cessione stessa. La società cedente sollevava un'eccezione di decadenza per tardiva impugnazione della cessione. La Corte di Cassazione ha chiarito che, se il giudice di primo grado rigetta implicitamente tale eccezione decidendo nel merito, la parte soccombente su quel punto deve proporre appello incidentale, non potendosi limitare a riproporre la questione in appello. La sentenza di secondo grado è stata quindi cassata.
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Licenziamento sproporzionato per rimborso spese errato
Una lavoratrice è stata licenziata per aver richiesto un rimborso spese parzialmente non dovuto di circa 266 euro tramite un portale aziendale. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'Appello, definendolo un licenziamento sproporzionato. La Suprema Corte ha stabilito che una richiesta irregolare, processata attraverso un sistema aziendale che prevede controlli, non può essere assimilata al furto e la sanzione deve essere proporzionata alla reale gravità del fatto.
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Rapporto di lavoro subordinato: ricorso inammissibile
Una lavoratrice ottiene il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato dopo anni di contratti di collaborazione con un'azienda ospedaliera pubblica. L'azienda ricorre in Cassazione, ma il suo appello viene dichiarato inammissibile. La Corte Suprema ha stabilito che i motivi del ricorso non erano validi, in quanto si limitavano a contestare la valutazione dei fatti e delle prove operata dalla Corte d'Appello, senza sollevare questioni di legittimità.
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Danno da precariato: la stabilizzazione non basta
La Corte di Cassazione ha stabilito che la stabilizzazione di un lavoratore non esclude automaticamente il diritto al risarcimento per il danno da precariato derivante dall'abuso di contratti a termine. È necessario che il giudice di merito verifichi l'esistenza di un nesso di causa-effetto diretto tra l'abuso subito e l'assunzione a tempo indeterminato. Se l'assunzione avviene tramite un concorso che offre solo una mera 'chance', la funzione risarcitoria non può considerarsi soddisfatta. La Corte ha quindi cassato la sentenza d'appello che aveva negato il risarcimento, rinviando per una nuova valutazione.
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Omessa pronuncia: Cassazione sul compenso non pagato
Un professionista ha contestato la natura del suo rapporto di lavoro con un fondo pensioni, chiedendone la conversione in subordinato e impugnando la revoca dell'incarico. I tribunali di merito hanno respinto le sue domande. La Corte di Cassazione, pur confermando il rigetto sulla qualificazione del rapporto, ha cassato la sentenza per omessa pronuncia, in quanto i giudici non avevano deciso sulla domanda autonoma relativa al pagamento di compensi non corrisposti, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione su quel punto specifico.
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Danno comunitario: risarcimento per abuso contratti
La Corte di Cassazione ha riconosciuto il diritto al risarcimento per danno comunitario a una lavoratrice del settore sanitario per l'illegittima reiterazione di contratti a termine oltre il limite di 36 mesi. La Corte ha stabilito che la successiva assunzione a tempo indeterminato, avvenuta per scorrimento di una graduatoria concorsuale e non tramite una specifica procedura di stabilizzazione, non costituisce una misura riparatoria idonea a escludere il diritto al risarcimento del danno subito a causa dell'abuso.
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Somministrazione abusiva: stop alla reiterazione
Una lavoratrice ha contestato una lunga serie di contratti di somministrazione e a termine, ritenendoli una forma di somministrazione abusiva. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per valutare l'abuso, si deve considerare la durata complessiva del rapporto di lavoro presso l'azienda utilizzatrice, anche in presenza di interruzioni tra un contratto e l'altro. La discontinuità non è sufficiente a escludere la violazione del principio di temporaneità imposto dalla normativa europea. La sentenza del giudice di merito è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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Licenziamento giusta causa: illecito del dipendente
Un lavoratore di una società cooperativa operante nel settore dei servizi ambientali è stato licenziato per giusta causa dopo aver utilizzato un veicolo aziendale per effettuare uno scarico abusivo di rifiuti personali. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, respingendo il ricorso del dipendente. La Corte ha stabilito che la condotta, oltre a costituire un illecito amministrativo, ha leso gravemente l'immagine dell'azienda, giustificando il recesso immediato. La decisione sottolinea che le previsioni dei contratti collettivi in materia di sanzioni disciplinari hanno valore esemplificativo e non vincolano il giudice, che deve valutare autonomamente la gravità del fatto.
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Responsabilità comune capofila: chi paga i danni?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12141/2025, ha rigettato il ricorso di un Comune, confermando la sua responsabilità diretta per le obbligazioni derivanti da un rapporto di lavoro instaurato nell'ambito dei servizi sociali associati (Ambito territoriale). Una lavoratrice aveva ottenuto in appello il riconoscimento dell'illegittimità della reiterazione di contratti a termine e il conseguente risarcimento del danno. La Suprema Corte ha stabilito che, in assenza di una distinta personalità giuridica dell'Ambito territoriale, la responsabilità comune capofila è diretta e non meramente rappresentativa. È stato inoltre confermato il diritto della lavoratrice al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva successione di contratti a termine.
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Decadenza contratti a termine: la Cassazione chiarisce
Un lavoratore, dopo anni di contratti a termine reiterati, ha agito in giudizio per ottenere un risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di inammissibilità della domanda, chiarendo un punto fondamentale sulla decadenza dei contratti a termine: per contestare l'abuso derivante dalla successione di più contratti, è necessario impugnare l'ultimo rapporto di lavoro entro i brevi termini di decadenza previsti dalla legge. L'omessa impugnazione dell'ultimo contratto preclude la possibilità di far valere l'illegittimità dell'intera sequenza contrattuale.
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Licenziamento giusta causa per assenza e insubordinazione
La Corte di Cassazione conferma il licenziamento per giusta causa di un dipendente che, durante l'orario di lavoro, si era trattenuto per un'ora e mezza in due bar e aveva risposto in modo inappropriato a un superiore. La Corte ha ritenuto che la condotta complessiva, valutata anche alla luce di precedenti disciplinari, costituisse una violazione talmente grave del vincolo fiduciario da giustificare la massima sanzione espulsiva, a prescindere dalle specifiche previsioni della contrattazione collettiva.
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Appello incidentale: quando è necessario?
La Corte di Cassazione chiarisce che una parte, la cui eccezione preliminare (es. decadenza) sia stata implicitamente respinta dal giudice di primo grado, deve proporre un appello incidentale per farla riesaminare. Il rigetto è implicito quando il giudice decide nel merito della causa, presupponendo il superamento dell'eccezione. La semplice riproposizione dell'eccezione in appello non è sufficiente, pena la formazione del giudicato interno sulla questione.
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Abuso contratto a termine: la condanna del Comune
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un ente comunale al risarcimento dei danni a favore di alcuni lavoratori, impiegati formalmente come Lavoratori Socialmente Utili (LSU) ma di fatto utilizzati per mansioni stabili e subordinate. La Corte ha ritenuto inammissibile il ricorso del Comune, sottolineando che l'abuso contratto a termine è provato dalla natura delle mansioni svolte e non dalla mera esistenza formale di un progetto di utilità collettiva. Anche se nel pubblico impiego non è permessa la conversione in un rapporto a tempo indeterminato, l'abuso deve essere risarcito.
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Licenziamento illegittimo: si applica l’art. 18
La Corte di Cassazione ha stabilito che se la comunicazione di fine rapporto di un contratto a progetto, poi convertito in tempo indeterminato, viene qualificata come un vero e proprio atto di recesso, si configura un licenziamento illegittimo. In questo caso, al lavoratore spetta la tutela reale della reintegrazione nel posto di lavoro prevista dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e non la mera indennità economica prevista per la conversione dei contratti a termine. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che, pur riconoscendo la natura di licenziamento dell'atto, aveva erroneamente applicato la sanzione meno favorevole per il dipendente.
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Abuso contratti a termine: condanna per il Comune
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Comune per l'abuso di contratti a termine e di somministrazione. L'ente aveva impiegato per anni diversi lavoratori per soddisfare esigenze stabili e durevoli, mascherandole da necessità temporanee. La Corte ha ritenuto illegittima tale pratica, confermando il diritto dei lavoratori a un risarcimento del danno, stabilito in dieci mensilità dell'ultima retribuzione. La sentenza chiarisce che l'uso reiterato di contratti precari per coprire fabbisogni strutturali della Pubblica Amministrazione costituisce un illecito.
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