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Legge 183/2010 — Anno 2024

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151 provvedimenti

Altri anni per Legge 183/2010

Risarcimento pubblico impiego: quando spetta?
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di una lavoratrice al risarcimento del danno per l'illegittimo utilizzo di contratti a termine da parte di una Pubblica Amministrazione. La Corte ha rigettato la tesi dell'Amministrazione secondo cui la sola prospettiva di una futura stabilizzazione potesse cancellare l'illecito. È stato chiarito che solo l'effettiva trasformazione del rapporto di lavoro in uno a tempo indeterminato costituisce una misura riparatoria idonea a escludere il risarcimento del danno nel pubblico impiego.
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Risarcimento pubblico impiego e stabilizzazione tardiva
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno per un dipendente pubblico a causa dell'illegittimità di contratti a termine. L'amministrazione aveva sostenuto che la successiva stabilizzazione del lavoratore dovesse annullare tale diritto. La Corte ha respinto questa tesi, qualificando la stabilizzazione come un 'fatto sopravvenuto' non deducibile in sede di legittimità, poiché avvenuta dopo la sentenza d'appello. Viene così consolidato il principio che il risarcimento danno pubblico impiego per abuso di precariato non è automaticamente eliminato da un'assunzione a tempo indeterminato successiva e processualmente tardiva.
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Risarcimento contratti a termine: stabilizzazione ok?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13686/2024, chiarisce che l'assunzione a tempo indeterminato di un dipendente pubblico non esclude automaticamente il diritto al risarcimento del danno per l'abusiva reiterazione di contratti a termine. Il risarcimento è dovuto a meno che l'assunzione non sia l'esito di una specifica procedura di stabilizzazione, mirata a superare il precariato e con una ragionevole certezza di successo ex ante. La Corte d'appello aveva erroneamente negato il risarcimento senza verificare queste condizioni, motivo per cui la sentenza è stata cassata con rinvio.
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Somministrazione a termine: regole e risarcimento danni
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un ente previdenziale pubblico, confermando che i contratti di somministrazione a termine devono rispettare le stesse rigide regole sulla giustificazione (causale) previste per i contratti a tempo determinato diretti. In caso di illegittimità nel pubblico impiego, pur non essendo possibile la conversione in un rapporto a tempo indeterminato, al lavoratore spetta un'indennità risarcitoria, che la Corte ha quantificato in dodici mensilità applicando la normativa di riferimento.
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Abuso contratti a termine: quando impugnare?
Un gruppo di lavoratori del settore pubblico ha contestato l'abuso di una serie di contratti a termine stipulati con un Ente Locale. Le corti di merito avevano respinto la domanda, ritenendo i lavoratori decaduti dal diritto di impugnazione per non aver contestato il primo contratto della serie. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: in caso di successione di contratti, il termine per l'impugnazione decorre dalla scadenza dell'ultimo contratto, poiché è solo in quel momento che si concretizza e si può valutare l'abuso dell'intera sequenza. La sentenza chiarisce quindi il corretto momento per agire legalmente contro l'abuso contratti a termine.
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Notifica della sentenza: quando inizia il termine breve?
Un'azienda sanitaria ha impugnato la decisione di aumentare il risarcimento a un ex dipendente per contratto a termine illegittimo, sostenendo che l'appello fosse tardivo. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la notifica della sentenza presso la sede legale dell'ente, senza riferimento al suo avvocato, non è idonea a far decorrere il termine breve per l'impugnazione, confermando la discrezionalità del giudice nel quantificare il danno.
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Notifica sentenza e termine breve per l’appello
Un lavoratore ottiene in appello un aumento del risarcimento per illegittima apposizione del termine. L'ente pubblico ricorre in Cassazione eccependo la tardività dell'appello, sostenendo che la notifica sentenza avviata dal lavoratore stesso facesse decorrere il termine breve anche per lui. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, confermando che la notifica al solo ente, e non al procuratore, è inidonea a far decorrere il termine.
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Contratti a termine: quando sono legittimi? Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di tre lavoratori che contestavano la legittimità dei loro contratti a termine per ragioni stagionali e sostitutive con una società di gestione alberghiera. La Corte ha confermato la decisione d'appello, ritenendo le causali valide e ben documentate, e ha giudicato inammissibili i motivi di ricorso basati su una presunta errata valutazione dei fatti, ribadendo i rigidi limiti del sindacato di legittimità.
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Lavoro pubblico contrattualizzato: ricorso inammissibile
Un lavoratore ha richiesto la conversione del suo rapporto di lavoro a tempo indeterminato con un consorzio pubblico dopo una serie di contratti di somministrazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, non per il merito della questione, ma per vizi formali nella sua presentazione. L'ordinanza sottolinea che nel lavoro pubblico contrattualizzato, la contestazione di una sentenza richiede argomentazioni specifiche e non generiche, pena l'inammissibilità dell'appello. Di conseguenza, anche il ricorso incidentale dell'ente è stato dichiarato inefficace.
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Successione contratti a termine: risarcimento e abusi
La Cassazione conferma il risarcimento per una lavoratrice a seguito di una successione contratti a termine ritenuta abusiva. L'ente datore di lavoro è stato condannato nonostante i lunghi intervalli tra i contratti, affermando il principio del danno comunitario presunto senza necessità di prova specifica da parte del dipendente.
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Contratto a progetto: conversione e indennità confermate
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello che trasformava un contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a causa della mancanza di uno 'specifico progetto'. La Suprema Corte ha rigettato sia il ricorso dell'azienda, che contestava la decadenza e la valutazione del progetto, sia quello della lavoratrice, che richiedeva la retribuzione integrale anziché l'indennità forfettaria. La sentenza stabilisce che l'indennità prevista dall'art. 32 della Legge n. 183/2010 si applica anche in questi casi di conversione.
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Contratti a termine agricoltura: i limiti stagionali
Un lavoratore ha citato in giudizio un ente pubblico agricolo per l'uso abusivo di contratti a tempo determinato. La Corte di Cassazione ha stabilito che un ente pubblico non è un "imprenditore agricolo" e che le deroghe ai limiti di durata dei contratti a termine in agricoltura si applicano solo ad attività strettamente stagionali, escludendo mansioni continuative come la manutenzione di macchinari. La Corte ha cassato la sentenza d'appello e rinviato il caso per una nuova valutazione.
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Impugnazione licenziamento e cessione d’azienda
La Corte di Cassazione ha stabilito che i lavoratori licenziati da un'azienda prima che la cessione di quest'ultima diventi efficace non possono rivendicare la continuità del rapporto con l'acquirente se non hanno provveduto all'impugnazione del licenziamento entro il termine di decadenza di 60 giorni. La mancata impugnazione consolida l'effetto estintivo del rapporto, rendendo impossibile il suo trasferimento al nuovo datore di lavoro ai sensi dell'art. 2112 c.c.
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Accordo sindacale: mancato colloquio e assunzione
Un lavoratore non è stato assunto dalla nuova azienda dopo un trasferimento d'impresa, nonostante un accordo sindacale prevedesse colloqui di selezione. La Cassazione ha stabilito che omettere il colloquio non garantisce un diritto automatico all'assunzione, ma configura una 'perdita di chance'. Il diritto al risarcimento dipende dal quadro giuridico che regola il trasferimento (crisi o liquidazione). Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione.
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Indennità risarcitoria: limiti e giudicato nel lavoro
La Corte di Cassazione ha stabilito che se una sentenza passata in giudicato definisce una indennità risarcitoria come onnicomprensiva per il danno subito dal lavoratore fino a una certa data, quest'ultimo non può successivamente richiedere ulteriori differenze retributive per lo stesso periodo. Il principio del giudicato preclude la riapertura della questione, anche se il lavoratore era stato riammesso in servizio e aveva effettivamente lavorato nel periodo coperto dall'indennità.
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Licenziamento oggettivo: onere della prova del datore
Una lavoratrice, licenziata per giustificato motivo oggettivo basato su una presunta riduzione dei pazienti, ha impugnato il recesso. I giudici hanno dichiarato illegittimo il licenziamento, poiché la società non è riuscita a dimostrare la veridicità delle ragioni addotte. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ribadendo che l'onere della prova nel licenziamento oggettivo grava interamente sul datore di lavoro, la cui mancanza comporta l'illegittimità del recesso con conseguente applicazione della tutela reintegratoria.
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Domanda restitutoria: quando si può riproporre?
La Corte di Cassazione chiarisce che il rigetto di una domanda restitutoria per motivi procedurali, come la genericità, non preclude la possibilità di riproporla in un giudizio separato. La decisione si fonda sulla distinzione cruciale tra giudicato processuale, che non impedisce una nuova azione, e giudicato sostanziale, che invece la vieta. Il caso riguardava un datore di lavoro che, dopo aver pagato una somma in base a una sentenza poi modificata in appello, si era visto respingere la prima istanza di restituzione come 'generica', ma ha ottenuto il diritto di avviare una nuova causa.
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Indennità conversione contratto: come si calcola?
Un collaboratore di una società di produzione televisiva ha ottenuto la conversione del suo contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato. La controversia è giunta in Cassazione per definire l'applicabilità e il calcolo della relativa indennità conversione contratto. La Corte ha confermato l'applicazione dell'indennità forfettaria anche per i contratti a progetto, rigettando la richiesta del lavoratore di un risarcimento pieno. Ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda sul metodo di calcolo, per non aver fornito dati sufficienti a sostenere la propria tesi.
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Decadenza agenzia: esclusa l’applicazione art. 32
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 23348/2024, ha stabilito un principio fondamentale in tema di decadenza agenzia. La Corte ha chiarito che il termine di decadenza previsto dall'art. 32 della legge n. 183/2010 per l'impugnazione del recesso non si applica ai contratti di agenzia. La controversia vedeva un agente opporsi a una società preponente dopo la risoluzione del rapporto. I giudici di merito avevano dichiarato la domanda improcedibile per tardività. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che la norma sulla decadenza riguarda esclusivamente i rapporti di collaborazione continuata e non i contratti di agenzia, data la loro specifica disciplina e natura. Di conseguenza, il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame nel merito.
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Lavoro in somministrazione: onere della prova e quote
La Corte di Cassazione conferma la trasformazione di un contratto di lavoro in somministrazione in un rapporto a tempo indeterminato. La società utilizzatrice non ha fornito la prova del rispetto dei limiti quantitativi (quote) imposti dal contratto collettivo nazionale, un onere che ricade interamente su di essa. La sentenza sottolinea che la data di stipula del contratto individuale è decisiva per determinare la normativa applicabile.
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