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D.P.R. 917/1986 — Sezione Sesta Civile

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319 provvedimenti

Altri anni per D.P.R. 917/1986

Contributi previdenziali su utili societari: no se non si lavora
L'INPS ha richiesto a un socio e amministratore unico di una società a responsabilità limitata il pagamento di contributi previdenziali calcolati anche sui redditi derivanti dalla sua partecipazione societaria. La Corte d'Appello ha annullato la richiesta poiché l'uomo non svolgeva alcuna attività lavorativa concreta all'interno dell'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che i contributi previdenziali su utili societari non sono dovuti se il socio non presta lavoro nell'impresa. I proventi derivanti dalla sola partecipazione al capitale sociale costituiscono infatti redditi di capitale e non redditi d'impresa, rimanendo esclusi dalla base imponibile previdenziale. Di conseguenza, l'INPS perde la causa e deve rimborsare le spese legali.
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Base imponibile contributiva: INPS perde sui dividendi dei soci
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un Socio di una società a responsabilità limitata il pagamento di contributi previdenziali aggiuntivi alla Gestione Commercianti. La richiesta si basava sui redditi derivanti dalla sua quota di partecipazione societaria. Il Socio ha contestato la pretesa, evidenziando di non svolgere alcuna attività lavorativa all'interno della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno stabilito che i proventi da mera partecipazione in società di capitali costituiscono redditi di capitale e non di impresa. Di conseguenza, tali somme non rientrano nella base imponibile contributiva per il calcolo dei contributi previdenziali obbligatori.
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Contributi previdenziali su utili societari: quando l’INPS perde
L'INPS ha richiesto a un lavoratore autonomo, iscritto alla Gestione commercianti, il pagamento di contributi previdenziali aggiuntivi calcolati anche sui redditi derivanti dalla sua semplice partecipazione in una società a responsabilità limitata (S.r.l.), nella quale però non svolgeva alcuna attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che i dividendi derivanti da una mera partecipazione azionaria o societaria costituiscono redditi di capitale e non redditi d'impresa. Pertanto, tali somme non concorrono a formare la base imponibile per il calcolo dei contributi. Di conseguenza, non è dovuto alcun pagamento all'INPS per questi utili. Questa importante decisione chiarisce definitivamente i limiti dell'obbligo di versamento dei contributi previdenziali su utili societari per i soci non operativi.
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Tassazione risarcimento perdita di chance: il fisco perde
L'Amministrazione Finanziaria ha impugnato la decisione che escludeva dalla tassazione le somme ricevute da una lavoratrice a titolo di risarcimento per la perdita di opportunità di carriera. La controversia originaria derivava da un accordo transattivo con il datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che la tassazione risarcimento perdita di chance non si applica. Questo perché tale indennizzo non sostituisce un reddito non percepito, ma ristora la perdita di una possibilità di sviluppo professionale, qualificandosi come danno emergente non imponibile. Di conseguenza, la lavoratrice non deve pagare le imposte su tale somma e l'ente impositore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Detrazioni fiscali ristrutturazioni: il genero batte il fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha negato a un contribuente le detrazioni fiscali ristrutturazioni per lavori di risparmio energetico eseguiti sulla casa della suocera. Secondo l'ufficio, mancava un contratto registrato di locazione o comodato. La Corte di Cassazione ha invece confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso del fisco. I giudici hanno accertato che il contribuente conviveva stabilmente nell'immobile con la proprietaria prima dell'inizio dei lavori. La Suprema Corte ha stabilito che lo status di familiare convivente, che include i generi, è sufficiente per beneficiare dell'agevolazione fiscale. Non serve quindi registrare un contratto scritto di comodato o locazione per dimostrare il possesso dell'immobile, poiché basta la convivenza di fatto al momento dell'avvio degli interventi edilizi. Il contribuente vince definitivamente la causa.
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Base imponibile contributiva: affitto d’azienda contro INPS
L'Ente Previdenziale ha richiesto a una contribuente il pagamento di contributi previdenziali omessi. La contribuente, già iscritta alla gestione artigiani per la sua attività in una s.r.l., sosteneva che i redditi derivanti dalla sua partecipazione in una s.n.c. inattiva (la quale si limitava a incassare i canoni di affitto d'azienda) non dovessero essere conteggiati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, stabilendo che anche i canoni di affitto d'azienda percepiti da una società commerciale concorrono a formare il reddito d'impresa. Di conseguenza, tali somme rientrano a pieno titolo nella base imponibile contributiva per il calcolo dei contributi previdenziali dovuti, indipendentemente dall'effettivo svolgimento di un'attività commerciale diretta da parte della società concedente.
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Spese di sponsorizzazione: la Cassazione dà torto al Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'Azienda la deducibilità dei costi sostenuti per sponsorizzare un'associazione sportiva dilettantistica, ritenendo che mancasse la prova dell'inerenza all'attività d'impresa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che le spese di sponsorizzazione sotto i 200.000 euro annui godono di una presunzione legale assoluta di inerenza e deducibilità come spese di pubblicità. Per beneficiare di questa agevolazione, è sufficiente che il soggetto sponsorizzato sia un'associazione sportiva dilettantistica, che la spesa non superi il limite di legge, che promuova l'immagine dello sponsor e che l'attività promozionale sia stata effettivamente svolta. Di conseguenza, l'Azienda vince definitivamente la causa e il Fisco deve rimborsare le spese legali.
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Rivalutazione dei terreni: nessun rimborso per l’inedificabilità
La Contribuente ha chiesto la revocazione di una sentenza di Cassazione che le negava il rimborso dell'imposta sostitutiva versata per la rivalutazione dei terreni. La donna sosteneva che il giudice avesse ignorato l'inedificabilità del terreno ricevuto in eredità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non vi è stato alcun errore di fatto: la scelta di rivalutare il terreno tramite l'imposta sostitutiva costituisce una scelta volontaria e irrevocabile del contribuente. Di conseguenza, anche se il terreno si rivela non edificabile e la vendita non genera plusvalenze tassabili, le somme versate spontaneamente all'erario non possono essere rimborsate. La Contribuente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Società a ristretta base sociale: costi fittizi tassati ai soci
L'Agenzia delle Entrate ha accertato un maggior reddito IRPEF in capo al socio di una società a ristretta base sociale, presumendo la distribuzione di utili extracontabili derivanti dall'indicazione in bilancio di costi fittizi. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto, ritenendo che la presunzione di distribuzione valesse solo per i ricavi in nero e non per i costi indeducibili. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che anche la dichiarazione di costi inesistenti altera la base imponibile e fa presumere la distribuzione di maggiori utili ai soci. Inoltre, il giudice tributario non poteva pronunciarsi sulla validità dell'accertamento societario, oggetto di un giudizio autonomo e pregiudiziale. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Tassazione pensione integrativa: sfuma il rimborso per i vecchi iscritti
Un contribuente, iscritto a un fondo pensione prima del 1999, ha chiesto un rimborso fiscale, pretendendo l'applicazione di un'aliquota agevolata del 9% introdotta nel 2007. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente, stabilendo un principio chiave sulla tassazione pensione integrativa: le nuove norme fiscali più favorevoli non sono retroattive. Per i cosiddetti 'vecchi iscritti' a 'vecchi fondi', continua ad applicarsi il regime tributario in vigore al momento della maturazione dei versamenti, che nel caso specifico era meno vantaggioso. Di conseguenza, il contribuente ha perso la causa e non ha ottenuto il rimborso sperato.
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Deducibilità TFM Amministratori: senza limiti o come il TFR?
Un'azienda ha dedotto fiscalmente gli importi accantonati per il Trattamento di Fine Mandato (TFM) dei suoi amministratori. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, sostenendo che la deducibilità del TFM dovesse rispettare gli stessi limiti quantitativi previsti per il TFR dei dipendenti. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione all'azienda, affermando che non esiste una norma che equipari i due trattamenti. La Corte di Cassazione, con un'ordinanza non definitiva, ha ritenuto la questione meritevole di approfondimento e ha rinviato la causa a una nuova udienza. Il principio sulla corretta deducibilità TFM amministratori non è stato ancora stabilito in via definitiva.
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Scorporo valore aree: lite su leasing e IRAP chiusa con condono
L'Agenzia delle Entrate contestava a un'azienda la deducibilità integrale dei canoni di leasing per un immobile ai fini IRAP. Secondo il Fisco, era necessario effettuare lo scorporo del valore delle aree dei fabbricati, escludendo dalla deduzione la quota del canone relativa al terreno, in quanto non ammortizzabile. L'azienda sosteneva che una nuova legge avesse eliminato tale obbligo. Tuttavia, la controversia non è stata decisa nel merito. Le parti hanno aderito a una definizione agevolata (condono), pagando una somma ridotta per chiudere la lite. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere.
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Scorporo Valore Aree di Sedime: Lite Fiscale Chiusa con Condono
L'Agenzia delle Entrate contesta a un'azienda la piena deducibilità dei canoni di leasing ai fini IRAP, sostenendo la necessità dello scorporo del valore delle aree di sedime. Secondo il Fisco, il costo del terreno, bene non ammortizzabile, non poteva essere dedotto. La società si oppone, ritenendo superata questa regola da una nuova normativa. La controversia, giunta in Cassazione, non arriva a una decisione sul merito. Le parti, infatti, aderiscono a una definizione agevolata (condono fiscale), pagando una somma ridotta per chiudere la lite. Di conseguenza, la Corte dichiara l'estinzione del processo per cessata materia del contendere, senza stabilire chi avesse ragione.
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Scorporo Valore Terreno: Deducibilità Negata, l’Azienda Paga Più IRAP
La Corte di Cassazione ha chiarito che, ai fini IRAP, è obbligatorio effettuare lo scorporo valore terreno anche per gli immobili strumentali acquisiti in leasing. Un'azienda aveva dedotto l'intero canone di locazione finanziaria, ma l'Agenzia delle Entrate ha contestato la deducibilità della quota relativa al terreno. I giudici hanno dato ragione al Fisco, affermando un principio fondamentale: il terreno non si usura e ha una durata illimitata, quindi il suo costo non può essere ammortizzato. Di conseguenza, la parte del canone di leasing riferibile al valore del suolo non è deducibile. L'azienda ha perso la causa e dovrà ricalcolare l'imposta dovuta.
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Scorporo Valore Terreno e IRAP: Lite chiusa grazie al condono
Un'azienda aveva dedotto interamente i canoni di leasing di un immobile ai fini IRAP. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, sostenendo la necessità dello scorporo valore terreno, poiché il costo del suolo non è ammortizzabile. Secondo il Fisco, la quota del canone relativa al terreno non era deducibile. Durante il processo in Cassazione, l'azienda ha aderito a una definizione agevolata (condono), pagando una somma ridotta per chiudere la controversia. La Corte ha quindi dichiarato estinto il giudizio per cessazione della materia del contendere, senza decidere nel merito della questione. La lite si è conclusa con un accordo e non con una sentenza sulla legittimità della deduzione.
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Residenza fiscale fittizia a Monaco: non basta, vince il Fisco
La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sulla residenza fiscale fittizia. Un contribuente, cittadino italiano iscritto all'AIRE e formalmente residente nel Principato di Monaco, è stato oggetto di un accertamento fiscale. La Corte ha stabilito che la legge presume la residenza in Italia per chi si trasferisce in un Paese a fiscalità privilegiata. Di conseguenza, spetta al contribuente, e non al Fisco, fornire la prova concreta e inequivocabile che la residenza all'estero sia effettiva e non una semplice formalità. La sola iscrizione anagrafica o un contratto di affitto non sono sufficienti. La Corte ha quindi dato ragione all'Agenzia delle Entrate, annullando la decisione precedente.
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Deducibilità canoni leasing IRAP: Fisco vs Azienda, vince il condono
Un'azienda aveva dedotto integralmente i canoni di leasing di un immobile ai fini IRAP. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, sostenendo che la quota relativa al terreno (area di sedime) non fosse deducibile. La questione sulla corretta deducibilità canoni leasing IRAP è arrivata fino in Cassazione. Tuttavia, la Corte non ha deciso nel merito. L'azienda ha aderito a una definizione agevolata (condono), pagando una somma ridotta e chiudendo la lite. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato il processo estinto per cessazione della materia del contendere, senza stabilire chi avesse ragione.
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Presunzione distribuzione utili: socio salvo se versa in c/c
Un socio di maggioranza di una S.r.l. a ristretta base societaria ha ricevuto un avviso di accertamento IRPEF. L'Agenzia delle Entrate contestava versamenti in contanti da lui effettuati sul conto della società, applicando la presunzione di distribuzione utili non contabilizzati. La Commissione Tributaria ha dato ragione al contribuente, stabilendo che tali versamenti non provano una distribuzione di profitti, ma al contrario dimostrano il reimpiego dei fondi nell'azienda, ad esempio per ripianare perdite. Il socio ha quindi superato la presunzione fiscale, dimostrando che le somme non erano reddito personale ma un finanziamento alla società. La Cassazione ha poi sospeso il giudizio per una richiesta di definizione agevolata.
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Accertamento Socio Studio Associato: Vittoria Sospesa in Cassazione
Un professionista, socio al 50% di uno studio associato, si vede notificare un avviso di accertamento per maggiori imposte IRPEF. La pretesa del Fisco deriva da un precedente accertamento che aveva attribuito un reddito superiore allo studio stesso. Il contribuente impugna l'atto e vince nei primi due gradi di giudizio. L'Agenzia delle Entrate ricorre in Cassazione. La Suprema Corte, tuttavia, non si pronuncia sul merito della questione. Con un'ordinanza interlocutoria, rinvia la causa a un'altra sezione per una trattazione congiunta con un caso connesso. La validità dell'accertamento socio studio associato resta quindi una questione aperta, in attesa della decisione finale.
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Obbligo Contributivo Gestione Separata: Reddito Basso non Esclude
Una libera professionista, con un reddito annuo di soli 209 euro, si opponeva alla richiesta di contributi dell'Ente Previdenziale. I giudici di merito le avevano dato ragione, equiparando il reddito basso al lavoro occasionale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: per l'obbligo contributivo Gestione Separata di un professionista iscritto a un albo, non conta l'importo del reddito, ma l'abitualità dell'esercizio. Un reddito irrisorio non trasforma automaticamente un'attività professionale in occasionale. L'Ente Previdenziale vince e il caso torna in Appello per una nuova valutazione basata su questo criterio.
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