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D.Lgs. 446/1997

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873 provvedimenti

Somministrazione irregolare di manodopera: ko l’appalto fittizio
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società in liquidazione, contestando la fittizietà di un contratto di appalto di servizi. L'amministrazione ha riqualificato il rapporto in somministrazione irregolare di manodopera, negando la detraibilità dell'IVA e la deducibilità dell'IRAP sulle somme pagate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità dell'accertamento. I giudici hanno evidenziato che la società committente selezionava direttamente il personale e ne gestiva gli orari, mentre l'appaltatore non esercitava alcun potere direttivo né assumeva rischi d'impresa. Di conseguenza, mancando una reale prestazione di servizi da parte dell'appaltatore, l'IVA indicata in fattura non è detraibile e i costi non sono deducibili ai fini IRAP, a nulla rilevando che le imposte fossero state teoricamente versate dal soggetto interposto.
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Simulazione della cessione di quote: Fisco battuto sulla coerenza
L'Agenzia delle Entrate ha emesso accertamenti fiscali ipotizzando la simulazione della cessione di quote di una società di persone. Secondo il Fisco, la vendita delle quote era fittizia, ma ha comunque richiesto il pagamento dell'IRAP a una delle acquirenti fittizie in qualità di socia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che l'Amministrazione finanziaria non può contraddirsi: se sostiene la simulazione della cessione di quote (ritenendola quindi nulla), non può poi considerare l'acquirente come socia effettiva per chiederle le tasse della società. Anche il ricorso dei venditori è stato respinto, poiché la sanatoria fiscale di un'annualità precedente non costituisce un precedente vincolante. Entrambe le parti escono sconfitte e le spese di giudizio sono compensate.
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Rimborso IRAP professionisti: socio di minoranza batte il Fisco
Un professionista, socio di minoranza di una grande società di consulenza, ha richiesto il Rimborso IRAP professionisti per gli anni 2016 e 2017, sostenendo di non avere un'autonoma organizzazione poiché operava all'interno di una struttura altrui. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva respinto la richiesta, valorizzando la sua partecipazione societaria e i rilevanti costi di produzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che l'attività svolta esclusivamente dentro una struttura organizzata da terzi non fa scattare automaticamente l'imposta, anche se il professionista ne è socio. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Aliquota IRAP Confidi: no alla tassa delle banche
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento richiedendo a un Consorzio di garanzia collettiva fidi il pagamento di una maggiore imposta per l'anno 2013. L'ufficio pretendeva di applicare l'aliquota maggiorata prevista dalla Regione Toscana per gli intermediari finanziari. Il Consorzio ha impugnato l'atto, sostenendo di non essere equiparabile alle banche e di dover beneficiare dell'aliquota ordinaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che ai consorzi fidi si applica l'Aliquota IRAP Confidi ordinaria del 4,25% e non l'incremento dello 0,85% riservato ad altri enti finanziari. La decisione si basa sulla natura mutualistica dei confidi e sul loro speciale regime di calcolo della base imponibile. Vince il Consorzio.
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Rimborso IRAP professionista: studio associato contro fisco
Il caso riguarda la richiesta di rimborso IRAP professionista presentata da un lavoratore autonomo che partecipava anche a uno studio associato. La Corte di Giustizia Tributaria aveva accolto la domanda, ritenendo che i beni strumentali del professionista fossero minimi e che la sua partecipazione all'associazione fosse irrilevante. L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo che chi fa parte di uno studio associato deve dimostrare non solo di poter scorporare i propri redditi personali, ma anche di non aver usufruito dei vantaggi organizzativi dell'associazione per la propria attività individuale. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Deducibilità dell’IVA: la Cassazione dà ragione alle imprese
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una Società Contribuente che ha impugnato un avviso di accertamento per l'anno 2010. I giudici hanno stabilito che la deducibilità dell'IVA versata a seguito di accertamenti definitivi prima del 2012 è legittima ai fini Ires e Irap, poiché all'epoca non era consentita la rivalsa sui clienti. Inoltre, la Corte ha confermato la deducibilità degli accantonamenti per svalutazione crediti anche in caso di cessione pro solvendo, qualora permanga il rischio di insolvenza in capo al cedente. Infine, è stata riconosciuta l'agevolazione IRAP sul costo del lavoro (cuneo fiscale) per le imprese che operano tramite contratti di appalto pubblico e non in regime di concessione traslativa a tariffa, poiché in questo caso l'operatore non assume il rischio di gestione del servizio. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Deduzione cuneo fiscale IRAP: l’appalto batte la concessione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di gestione rifiuti la deduzione cuneo fiscale IRAP per il costo dei dipendenti. Secondo il fisco, l'attività avveniva in regime di concessione e a tariffa, escludendo il beneficio. La Corte di Cassazione ha invece dato ragione alla società. I giudici hanno chiarito che il rapporto con i Comuni era un appalto di servizi e non una concessione. L'azienda riceveva infatti un compenso fisso dai Comuni e non riscuoteva le tariffe direttamente dagli utenti, non assumendosi il rischio d'impresa. Di conseguenza, spetta la deduzione cuneo fiscale IRAP. La Corte ha anche confermato la deducibilità degli accantonamenti per crediti ceduti pro solvendo e dell'IVA versata a seguito di accertamento per anni precedenti.
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Deduzione IRAP costo del lavoro: vince l’appalto sul fisco
L'Agenzia delle Entrate ha negato a un'azienda di trasporto pubblico locale la deduzione IRAP costo del lavoro (cuneo fiscale), sostenendo che operasse in regime di concessione e a tariffa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che il rapporto tra l'azienda e il Comune era un appalto di servizi e non una concessione. L'azienda riceveva infatti un rimborso chilometrico fisso dall'amministrazione, mentre gli incassi dei biglietti rimanevano al Comune. Mancando il trasferimento del rischio operativo e una tariffa versata direttamente dagli utenti all'operatore, non si applica l'esclusione dall'agevolazione. Di conseguenza, l'azienda ha pieno diritto alla deduzione fiscale.
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Occupazione senza titolo: stop alla riscossione senza giudice
Un'impresa pubblicitaria ha impugnato due cartelle di pagamento emesse dal Comune per l'indennità di occupazione abusiva di suolo pubblico, dovuta all'installazione di impianti senza concessione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'impresa, stabilendo che l'indennità per occupazione senza titolo ha natura privatistica e risarcitoria. Di conseguenza, l'amministrazione comunale non può procedere direttamente alla riscossione coattiva tramite iscrizione a ruolo senza essersi prima munita di un regolare titolo esecutivo, ottenuto secondo le ordinarie procedure civili tra privati. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Deduzione IRAP cuneo fiscale: tra appalto e falsa concessione
L'Agenzia delle Entrate ha negato a un'azienda di trasporti la deduzione IRAP cuneo fiscale, ritenendo che operasse in regime di concessione e a tariffa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco per i servizi di trasporto urbano, confermando che si trattava di un appalto di servizi: l'azienda riceveva un compenso fisso a chilometro e non tratteneva i ricavi dei biglietti, escludendo il rischio d'impresa. Al contempo, la Corte ha accolto il ricorso dell'azienda per le linee interregionali, stabilendo che il giudice d'appello non può definire un rapporto come concessione solo basandosi sul nome usato nel contratto. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame di questi ultimi contratti. Vince l'azienda di trasporti, che vede confermata l'agevolazione per la rete urbana e ottiene un nuovo giudizio per quella regionale.
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Deducibilità costi infragruppo: l’azienda perde ma evita sanzioni
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento IRAP relativo al 2005 con cui l'Agenzia delle Entrate contestava l'indebita deduzione di ammortamenti di terreni, costi per il distacco di personale e costi infragruppo. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recupero fiscale. Riguardo alla deducibilità costi infragruppo, la Corte ha ribadito che spetta al contribuente dimostrare l'effettività e l'inerenza dei servizi ricevuti, non bastando un contratto generico privo di data certa. Ha inoltre confermato l'indeducibilità IRAP delle spese per il personale distaccato. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Azienda limitatamente alle sanzioni, rilevando che il giudice d'appello ha commesso un'omessa pronuncia sulla richiesta di disapplicazione delle sanzioni per obiettiva incertezza normativa. La causa è stata rinviata per ridiscutere unicamente la questione delle sanzioni.
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Somministrazione irregolare di manodopera: no a deduzione IRAP
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'utilizzo di contratti di appalto fittizi che nascondevano una somministrazione irregolare di manodopera. Il fisco richiedeva il pagamento delle ritenute d'acconto non effettuate e contestava la deducibilità dei costi ai fini IRAP. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per quanto riguarda le ritenute, l'obbligo del committente sorge solo se i lavoratori chiedono in tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro. Al contrario, per l'IRAP, i costi derivanti dall'appalto nullo non sono mai deducibili, indipendentemente dall'azione dei lavoratori. La Corte ha quindi accolto parzialmente il ricorso del fisco, negando la deducibilità dei costi IRAP.
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Costi infragruppo: l’Azienda perde la sfida con il Fisco
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate recuperava a tassazione l'IRAP per l'anno 2006. I recuperi riguardavano l'indeducibilità di costi infragruppo e di spese per il distacco di personale da un'altra società del gruppo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno stabilito che, per dedurre i costi infragruppo, non basta esibire un contratto generico e privo di data certa o fatture imprecise. Grava infatti sul contribuente l'onere di provare l'effettiva utilità e l'inerenza dei servizi ricevuti. Inoltre, le spese per il distacco di personale non sono deducibili ai fini IRAP per la società che utilizza i lavoratori, come previsto dalla legge. L'Azienda perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Distacco di personale: l’IVA si detrae grazie alle regole UE
Un'azienda riceveva un accertamento fiscale che contestava la deduzione di costi infragruppo e la detrazione IVA sul distacco di personale da un'altra società del gruppo. La Cassazione conferma il recupero dei costi infragruppo perché l'azienda non ha provato l'effettiva utilità dei servizi con documenti precisi e contratti aventi data certa. Tuttavia, la Suprema Corte accoglie il ricorso sul distacco di personale. Applicando i principi della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, i giudici stabiliscono che la legge italiana che escludeva l'IVA sui rimborsi per distacco va disapplicata. Se c'è un legame di reciprocità tra il prestito del lavoratore e il pagamento, l'operazione è soggetta a IVA, consentendo così la detrazione dell'imposta. La causa torna alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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Cessazione della materia del contendere: fisco annulla il debito
L'Agenzia delle Entrate ha notificato quattro intimazioni di pagamento per IRAP a una Società di Trasporti, ritenuta coobbligata a seguito di una scissione societaria. Tali intimazioni derivavano da accertamenti emessi contro la società originaria. La Società di Trasporti ha impugnato gli atti. Nel corso del giudizio di legittimità, i giudici tributari hanno annullato in via definitiva gli accertamenti originari. Di conseguenza, l'amministrazione finanziaria ha disposto lo sgravio totale delle somme richieste. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato la cessazione della materia del contendere, disponendo l'estinzione del giudizio e compensando le spese tra le parti, poiché il debito fiscale presupposto è venuto meno.
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Aliquota IRAP Confidi: la Cassazione frena le pretese del Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha richiesto a un consorzio di garanzia collettiva fidi il pagamento di una maggiore imposta, applicando l'aliquota maggiorata prevista dalla Regione Toscana per banche e istituzioni finanziarie. Il consorzio ha contestato la cartella esattoriale, sostenendo di avere diritto all'applicazione dell'aliquota ordinaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che l'incremento dell'imposta non si applica a questi enti. I consorzi, pur svolgendo attività commerciale, mantengono una funzione mutualistica di sostegno alle piccole imprese e calcolano la base imponibile con regole speciali. Di conseguenza, l'aliquota IRAP Confidi deve rimanere quella ordinaria del quattro virgola venticinque per cento, escludendo la maggiorazione dello zero virgola ottantacinque per cento riservata agli istituti bancari ordinari.
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Aliquota IRAP Confidi: la Cassazione cancella la tassa del fisco
L'Agenzia delle Entrate ha richiesto a un consorzio di garanzia collettiva dei fidi il pagamento di oltre 90.000 euro. L'ufficio contestava il mancato versamento di una maggiorazione dell'imposta regionale per l'anno 2014. Secondo il fisco, l'ente doveva applicare l'aliquota maggiorata del 5,25% prevista dalla legge della Regione Toscana. Il consorzio ha impugnato la cartella esattoriale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che l'aliquota IRAP Confidi non subisce l'aumento dello 0,85% introdotto dalla legge regionale del 2006. Questa maggiorazione si applica solo alle banche e alle assicurazioni che già pagavano un'aliquota più alta. I consorzi mantengono quindi l'aliquota ordinaria senza aumenti, poiché svolgono una funzione mutualistica di sostegno alle piccole imprese.
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Deduzione IRAP costo del lavoro: scontro tra fisco e trasporti
L'Amministrazione Finanziaria ha negato a un'Impresa di Trasporti la deduzione IRAP costo del lavoro (cuneo fiscale) per l'anno 2011, sostenendo che operasse in regime di concessione e a tariffa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'impresa, stabilendo che per escludere l'agevolazione non basta la qualifica formale del contratto. È necessario verificare se vi sia stato un effettivo trasferimento del rischio d'impresa (tipico della concessione e assente nell'appalto) e se la tariffa applicata fosse concretamente remunerativa, cioè capace di generare utili e sensibile alle variazioni fiscali. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza d'appello sfavorevole all'impresa, rinviando la causa ai giudici di merito per un nuovo esame basato su questi principi.
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Autonoma organizzazione IRAP: il medico vince contro il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che riconosceva a un medico convenzionato con il servizio sanitario il rimborso dell'imposta regionale sulle attività produttive. Secondo il fisco, la presenza di personale infermieristico nello studio medico configurava il requisito dell'autonoma organizzazione IRAP. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno chiarito che l'impiego di collaboratori con mansioni meramente esecutive, come un infermiere o una segretaria, non accresce la capacità professionale del medico né crea una struttura autonoma penalizzante. Di conseguenza, il medico non deve pagare l'imposta e ha diritto al rimborso delle somme versate negli anni precedenti.
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Aree edificabili ai fini ICI: omessa notifica non evita la tassa
Il Comune ha contestato a un contribuente l'infedele dichiarazione per alcune aree edificabili ai fini ICI, richiedendo maggiori imposte, sanzioni e interessi sulla base di una delibera comunale che ne stimava il valore di mercato. Il contribuente ha impugnato l'atto, lamentando tra l'altro la mancata comunicazione personale del cambio di destinazione urbanistica dei terreni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno chiarito che l'omessa comunicazione della natura edificabile del terreno non rende nullo l'accertamento, a meno che non si dimostri un concreto pregiudizio al diritto di difesa. Inoltre, il Piano Urbanistico Comunale è un atto pubblico liberamente conoscibile, il che giustifica l'applicazione di sanzioni e interessi per il mancato adeguamento dell'imposta.
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