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D.Lgs. 267/2000 — Anno 2022

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76 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 267/2000

Diffamazione a mezzo stampa: critica politica o attacco personale?
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di **diffamazione a mezzo stampa** e in sede pubblica. Una Funzionaria aveva denunciato un Giornalista e una Consigliera Comunale. La Corte d'Appello aveva assolto la Consigliera, ritenendo che le sue affermazioni in Consiglio Comunale non fossero diffamatorie. Aveva invece confermato la condanna del Giornalista per un articolo online che travisava le dichiarazioni del Sindaco, attribuendo inefficienze all'ufficio della Funzionaria. Entrambi hanno presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. Ha ribadito che il diritto di critica politica non giustifica attacchi personali basati su fatti non veri o strumentalizzati. Il Giornalista è stato condannato a pagare le spese legali alla Funzionaria e una somma alla Cassa delle ammende, così come la Funzionaria per il suo ricorso inammissibile.
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Turbata libertà degli incanti: quando non c’è gara
La Corte di Cassazione ha confermato l'assenza del reato di turbata libertà degli incanti in una procedura di selezione di un dirigente pubblico. Un Presidente della Provincia e un Dirigente Tecnico erano accusati di aver manipolato selezioni e appalti provinciali. La Corte ha stabilito che la turbata libertà degli incanti si configura soltanto in presenza di una vera gara con regole e criteri di selezione predeterminati. Quando la Pubblica Amministrazione sceglie un candidato in modo fiduciario o tramite affidamento diretto, lasciando totale discrezionalità all'ente senza punteggi o graduatorie previste, non si può parlare di gara pubblica. Di conseguenza, le presunte irregolarità nelle selezioni fiduciarie non costituiscono reato penale. Il ricorso del Pubblico Ministero è stato integralmente rigettato.
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Peculato e retribuzione dirigenziale: assolto il segretario
Il Segretario Generale e il Responsabile di Ragioneria di un ente pubblico sono stati accusati di peculato e abuso d'ufficio per l'erogazione di indennità integrative derivanti dalla copertura di posizioni dirigenziali vacanti. Le parti civili contestavano l'illegittima attribuzione di tali somme in violazione del principio di onnicomprensività retributiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle parti civili, confermando l'assoluzione degli imputati. I giudici hanno stabilito l'insussistenza del reato di peculato e retribuzione dirigenziale poiché l'assegnazione dei fondi dipendeva da deliberazioni formali dell'organo di governo dell'ente, approvate sotto il controllo dell'organo di revisione contabile. Mancavano sia l'appropriazione autonoma delle somme sia il dolo, considerata anche la presenza di complessi dubbi interpretativi sulla normativa di settore.
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Abuso d’ufficio: no alla discrezionalità sull’abusivismo
Un Dirigente Comunale è finito sotto inchiesta per il reato di abuso d'ufficio per non aver bloccato né demolito opere edilizie abusive usate da una Società di gestione rifiuti. Il Pubblico Ministero ha disposto il sequestro probatorio di documenti informatici e faldoni tecnici. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'obbligo di intervento richiedesse un formale accertamento di polizia e che la scelta di non demolire rientrasse nella propria discrezionalità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il dirigente ha l'obbligo vincolato di reprimere gli abusi edilizi noti. Non sussiste alcuna discrezionalità di fronte a violazioni di legge accertate, confermando la piena validità delle misure probatorie eseguite.
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Corruzione propria: Condanna confermata per l’Amministratore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per corruzione propria a carico di un Amministratore di Fatto di un'Azienda. L'Amministratore aveva corrotto il Sindaco di un Comune per ottenere favori illeciti, come il cambio di destinazione d'uso di un capannone e autorizzazioni illegittime. In cambio, aveva assunto persone segnalate dal Sindaco e versato fondi per un evento locale. Il ricorso dell'Amministratore è stato dichiarato inammissibile, poiché le sue argomentazioni miravano a una diversa valutazione dei fatti già esaminati e non evidenziavano vizi logici o violazioni di legge nella sentenza di appello.
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Compensi professionali dalla PA: le determine non creano debiti
Un professionista ha richiesto tramite ingiunzione il pagamento del saldo per compensi professionali direttamente a un'amministrazione comunale per lavori di adeguamento di un impianto. Il Comune ha contestato la propria legittimazione passiva. L'accordo iniziale prevedeva infatti che i compensi fossero erogati da una società terza incaricata della progettazione, mentre l'ente pubblico finanziava l'opera. Nonostante il Comune avesse adottato determine dirigenziali di liquidazione del compenso, la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda del tecnico. I giudici hanno chiarito che le determine contabili non modificano l'accordo scritto originario e non creano un vincolo debitorio diretto tra ente pubblico e lavoratore autonomo.
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Contratti della Pubblica Amministrazione e vendita di case popolari
Un Ente Locale proponeva a un'assegnataria l'acquisto dell'alloggio popolare occupato. La donna accettava e versava l'acconto, ma l'ente sospendeva la vendita per problemi catastali e restituiva il denaro. Alla morte dell'inquilina, le eredi e la nipote convivente citavano l'ente per ottenere il trasferimento coattivo del bene. I giudici di merito respingevano la domanda: i contratti della Pubblica Amministrazione richiedono la firma simultanea su un unico documento e non si perfezionano con semplici lettere. La Corte di Cassazione ha confermato che lo scambio epistolare non vincola l'ente al trasferimento, ma ha riaperto il giudizio sulla nipote convivente. La richiesta della nipote di subentrare nell'acquisto come convivente non era una domanda nuova e andava esaminata.
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Società in house e lavoro subordinato: i limiti alle assunzioni
Un lavoratore ha impugnato un contratto a progetto stipulato con un'azienda a partecipazione pubblica, lamentando lo svolgimento di mansioni ordinarie senza alcuna reale autonomia operativa. L'uomo ha domandato la nullità del contratto, la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato e le differenze retributive non corrisposte. La società ha eccepito la propria natura pubblica, preclusiva dell'assunzione automatica senza concorso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, qualificando l'azienda come organismo pubblico con totale controllo analogo degli enti soci. Nel contenzioso tra società in house e lavoro subordinato, la Suprema Corte ha stabilito che la piena presenza dei requisiti pubblicistici impedisce la conversione automatica del contratto nullo, condannando il ricorrente alle spese di lite.
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Ammissione al passivo con riserva per i tributi degli enti locali
Un Ente pubblico ha richiesto l'inclusione dei propri crediti tributari nel fallimento della società privata affidataria della riscossione. Il Tribunale ha respinto la richiesta per difetto di prova dei riversamenti effettivi e per la mancanza di una formale convenzione scritta. L'Ente ha promosso ricorso per Cassazione, sostenendo che l'ammissione al passivo con riserva fosse obbligatoria a causa della competenza esclusiva del giudice contabile sull'esame dei conti. La Suprema Corte ha rimesso la questione alla pubblica udienza per la rilevanza del tema.
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Esenzione TARSU rifiuti speciali: senza denuncia si paga tutto
Un'azienda industriale ha impugnato un avviso di accertamento per la tassa sui rifiuti, sostenendo il diritto all'esenzione TARSU rifiuti speciali poiché smaltiva direttamente gli scarti di lavorazione a proprie spese. La società eccepiva inoltre la nullità dell'atto poiché firmato dal Sindaco anziché dal funzionario responsabile. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'impresa. I giudici hanno chiarito che l'esclusione della superficie tassabile non scatta automaticamente: l'interessato deve presentare una preventiva denuncia formale all'amministrazione comunale indicando le superfici esenti. Senza questa tempestiva comunicazione, l'omissione non è sanabile in sede di giudizio e il tributo resta integralmente dovuto. Inoltre, la Corte ha confermato la piena validità della sottoscrizione dell'atto da parte del Sindaco in assenza di nomina dirigenziale.
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Contratto di patrocinio con la PA: la procura vale come accordo
Un avvocato ha difeso un Comune in giudizio e ha successivamente richiesto il pagamento delle proprie competenze professionali. La Corte di Appello ha respinto la richiesta, dichiarando nullo l'incarico per assenza di un autonomo contratto scritto e per mancanza dell'attestazione di copertura finanziaria. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione accogliendo il ricorso del professionista. I giudici hanno chiarito che il contratto di patrocinio con la PA rispetta il vincolo della forma scritta mediante il rilascio della procura alle liti sottoscritta dall'organo dell'ente e recepita nell'atto difensivo. Inoltre, l'incarico difensivo per l'ente pubblico non richiede una preventiva quantificazione analitica della spesa né specifica attestazione contabile, poiché i costi di lite sono per loro natura incerti e coperti da appositi capitoli generali di bilancio.
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Licenziamento disciplinare: la competenza tra Comune e Unione
Un ente locale ha intimato un licenziamento disciplinare senza preavviso a un proprio dipendente, assegnato temporaneamente in comando presso un'unione di comuni. Il provvedimento puniva false attestazioni commesse al momento dell'assunzione originaria. Il lavoratore ha impugnato la sanzione, sostenendo che solo l'ente di destinazione possedesse il potere sanzionatorio durante il comando. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente, stabilendo che l'amministrazione originaria conserva la piena titolarità del rapporto contrattuale e la competenza a recedere per illeciti genetici o di particolare gravità.
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Falsità ideologica: condanna definitiva per il falso innocuo
Il Segretario Generale di un Comune e un Assessore sono stati condannati per il reato di falsità ideologica in atto pubblico. Il Segretario aveva falsamente attestato nel verbale di una seduta di Giunta che l'Assessore si era allontanato, mentre quest'ultimo aveva partecipato e votato a favore. La difesa ha sostenuto la tesi del falso innocuo, poiché la delibera sarebbe stata comunque valida anche senza il voto dell'Assessore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il verbale di Giunta possiede un'autonoma funzione probatoria. Di conseguenza, l'alterazione della verità storica lede direttamente la fede pubblica e l'affidamento dei terzi, escludendo l'innocuità del falso. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Canone occupazione spazi pubblici: abusività contro sanzioni
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società pubblicitaria contro l'avviso di accertamento emesso per il pagamento del Canone occupazione spazi pubblici (COSAP) e delle relative sanzioni. La società aveva installato impianti pubblicitari senza una valida concessione comunale, configurando un'occupazione abusiva. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare l'esatta superficie occupata non grava sull'ente creditore se la contestazione viene sollevata tardivamente solo in appello. Inoltre, la sanzione per occupazione abusiva è pienamente legittima in mancanza di un titolo autorizzativo valido. La società è stata quindi condannata al pagamento del canone, delle sanzioni e delle spese di giudizio.
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Abuso d’ufficio: assolto il Sindaco, ko la dipendente esclusa
Un Sindaco e un Consulente esterno vengono accusati di abuso d'ufficio per aver nominato la moglie del Consulente in una posizione organizzativa comunale, escludendo una dipendente con qualifiche superiori. La Corte d'Appello assolve gli imputati perché la riforma del 2020 ha depenalizzato la violazione di norme generali e l'uso di poteri discrezionali. La Corte di Cassazione conferma l'assoluzione. Il ricorso del Procuratore Generale è dichiarato inammissibile per intervenuta prescrizione del reato, mentre il ricorso della dipendente esclusa viene rigettato. La Cassazione ribadisce che l'abuso d'ufficio non è configurabile per la violazione di principi generali come l'imparzialità amministrativa o in presenza di discrezionalità decisionale.
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Demansionamento nel pubblico impiego: comandante perde il ruolo
Un dipendente comunale, per trent'anni comandante della polizia municipale, è stato assegnato al ruolo di responsabile della Protezione Civile. Il lavoratore ha fatto causa lamentando un demansionamento nel pubblico impiego e chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno chiarito che nel settore pubblico vige il principio dell'equivalenza formale delle mansioni, regolato dall'articolo 52 del decreto legislativo 165/2001. Poiché il nuovo incarico rientrava nella stessa categoria contrattuale (Categoria D) del precedente, non si configura alcuna dequalificazione professionale. La Corte ha inoltre escluso lo svuotamento delle mansioni, in quanto il lavoratore ha continuato a svolgere compiti effettivi, e ha condannato il dipendente al pagamento delle spese di giudizio.
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Abuso d’ufficio: la consulenza è vietata ma il fatto non sussiste
Un Consigliere Comunale assumeva un incarico di consulenza privata per una Società Municipalizzata controllata dal Comune, in violazione delle norme sul conflitto di interessi. L'Amministratore di Fatto della società di consulenza veniva condannato in appello per concorso in tentato abuso d'ufficio. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che il reato di abuso d'ufficio richiede necessariamente che la condotta illecita sia compiuta nell'esercizio delle funzioni pubbliche o del servizio. Nel caso specifico, il Consigliere Comunale ha agito come privato cittadino al di fuori delle sue funzioni istituzionali. La violazione delle regole sul conflitto di interessi può comportare l'invalidità del contratto di consulenza, ma non costituisce reato.
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Mansioni dirigenziali nel pubblico impiego: niente stipendio
Un dipendente comunale ha chiesto il pagamento delle differenze retributive per aver svolto mansioni dirigenziali nel pubblico impiego. Il Comune aveva riorganizzato i propri uffici escludendo i posti dirigenziali e affidando le relative funzioni ai responsabili dei servizi, come consentito dalla legge per i piccoli enti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che un ufficio è dirigenziale solo se previsto dagli atti organizzativi dell'ente. Nei Comuni privi di personale con qualifica dirigenziale, le funzioni apicali vengono assegnate tramite posizioni organizzative regolate dai contratti collettivi. Pertanto, lo svolgimento di tali compiti non dà diritto allo stipendio da dirigente, ma solo alle indennità previste dal contratto collettivo per la specifica posizione di responsabilità.
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Ingiustificato arricchimento: il Comune deve rimborsare il sindaco
Un avvocato ha chiesto il pagamento delle sue spettanze professionali ad alcuni ex amministratori comunali per un'attività svolta a favore del Comune, ma senza un regolare contratto scritto. Gli amministratori, condannati a pagare di tasca propria, hanno chiesto di essere rimborsati dal Comune tramite l'azione di ingiustificato arricchimento. Il Tribunale ha rigettato la domanda ritenendo che la condanna degli amministratori escludesse l'ingiustizia del loro impoverimento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso degli amministratori, stabilendo che l'amministratore locale condannato a pagare un professionista può rivalersi sul Comune. L'ente pubblico ha infatti beneficiato della prestazione senza versare un corrispettivo, configurando così un ingiustificato arricchimento ai danni dell'amministratore stesso.
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Anticipazioni di tesoreria: banca perde contro il Comune
Il Comune ha risolto il contratto con il Tesoriere a causa del rifiuto di quest'ultimo di concedere le richieste anticipazioni di tesoreria. Il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità della risoluzione, rilevando che il Tesoriere non ha un potere di controllo sulle scelte contabili dell'ente pubblico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Tesoriere. I giudici di legittimità hanno chiarito che chi promuove una causa davanti a un giudice non può poi contestarne la giurisdizione se perde nel merito. Inoltre, l'interpretazione delle norme da parte del Consiglio di Stato non costituisce un eccesso di potere giurisdizionale, ma rientra nei normali compiti interpretativi del giudice amministrativo. Il Tesoriere perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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