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D.Lgs. 163/2006 — Anno 2023

90 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 163/2006

Risoluzione contratto appalto: ko l’impresa che rifiuta i lavori
L'Appaltatore ha chiesto la risoluzione contratto appalto contro due Comuni Committenti per la costruzione di loculi cimiteriali, lamentando il blocco dei lavori e la mancata approvazione di varianti. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, rilevando che l'inadempimento grave era dell'Appaltatore, il quale si era rifiutato di riprendere i lavori dopo l'approvazione della perizia di variante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Appaltatore. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può riesaminare i fatti già accertati nei gradi di merito e che l'appaltatore non può condizionare la ripresa dei lavori a ulteriori modifiche contrattuali non concordate. L'Appaltatore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese legali.
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Responsabilità dell’appaltante pubblico: quando paga l’impresa
La Società Alberghiera ha chiesto il risarcimento dei danni causati dal crollo di un muro di sostegno e dall'erosione della spiaggia a seguito di mareggiate, attribuendo la colpa all'Amministrazione Pubblica per aver rimosso le scogliere protettive prima di installare nuove barriere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'assenza di responsabilità dell'appaltante pubblico. I giudici hanno chiarito che l'appaltatore risponde in via esclusiva dei danni a terzi grazie alla sua autonomia organizzativa. L'ente pubblico committente non è responsabile se dimostra di aver vigilato con diligenza e se il danno deriva dall'imprudente esecuzione dei lavori da parte dell'impresa appaltatrice. Di conseguenza, la Società Alberghiera perde la causa e deve rimborsare le spese legali.
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Responsabilità solidale dei consorziati: lo schermo S.r.l. cede
Una società fornitrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una società consortile per lavori di costruzione. Successivamente, ha chiesto il pagamento alle singole imprese socie del consorzio. Una delle imprese socie si è opposta, sostenendo di essere receduta dalla società prima della formazione del titolo esecutivo e che, trattandosi di una società a responsabilità limitata, non dovesse rispondere con il proprio patrimonio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità solidale dei consorziati. Nei contratti di appalto pubblico, la normativa speciale prevale sulle regole ordinarie delle società di capitali. Pertanto, i soci del consorzio rispondono in solido verso i subappaltatori e i fornitori per le obbligazioni assunte, e il recesso non esclude il debito se questo è sorto prima del recesso stesso.
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Associazione temporanea di imprese: stop al doppio pagamento
Un Ente Pubblico si oppone al pagamento richiesto da un'Associazione temporanea di imprese per lavori idrici. L'Ente Pubblico sostiene di aver già versato una parte della somma a un creditore di una delle aziende associate, in seguito a un pignoramento presso terzi. La Corte d'Appello nega lo scomputo, ritenendo l'associazione un soggetto distinto dalle singole imprese. La Cassazione accoglie il ricorso dell'Ente Pubblico: l'Associazione temporanea di imprese non costituisce un nuovo soggetto giuridico autonomo. Di conseguenza, le quote di spettanza delle singole imprese sono identificabili e il pagamento effettuato al creditore della singola azienda associata deve essere sottratto dal debito complessivo dell'Ente Pubblico, per evitare un ingiusto doppio pagamento.
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Riserve nell’appalto pubblico: ritardo dell’impresa ma il Comune paga
Un'impresa appaltatrice ha chiesto al Comune oltre 12 milioni di euro per maggiori costi legati alla costruzione di un'opera pubblica, basandosi su diverse riserve. La Corte d'appello ha respinto quasi tutte le richieste, ritenendo alcune riserve tardive o infondate. L'impresa ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso in merito alle riserve nell'appalto pubblico per i costi di sicurezza. La Cassazione ha stabilito che, anche se una riserva è presentata in ritardo, l'amministrazione pubblica perde il diritto di far valere la decadenza se non la contesta tempestivamente o se compie atti che ne dimostrano l'accettazione, come un pagamento parziale. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Deduzione IRAP costo del lavoro: tra appalto e concessione
Una società di trasporti regionali ha richiesto il rimborso delle maggiori somme versate per non aver beneficiato della deduzione IRAP costo del lavoro. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, ritenendo che la società operasse in regime di concessione e a tariffa, condizioni che escludono l'agevolazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che, per escludere il beneficio, devono coesistere la concessione e la tariffa. La concessione richiede il trasferimento del rischio d'impresa all'operatore, mentre l'appalto prevede un corrispettivo a carico dell'amministrazione. Poiché i giudici d'appello non hanno verificato l'effettivo trasferimento del rischio economico e la natura della tariffa, la sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Deduzione IRAP cuneo fiscale: no al diniego automatico
Un'azienda di trasporti regionali ha richiesto il rimborso della maggiore imposta versata, ritenendo di avere diritto alle agevolazioni per la riduzione del costo del lavoro. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che l'azienda operasse in regime di concessione e a tariffa, condizioni che escludono il beneficio. I giudici di merito hanno confermato il diniego basandosi solo sulla natura pubblica dell'azienda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che per negare la deduzione IRAP cuneo fiscale non basta la qualifica di società in house. È necessario verificare se vi sia stato un effettivo trasferimento del rischio d'impresa e se le tariffe applicate fossero realmente remunerative. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Pagamento COSAP viadotti autostradali: paga il privato
Una società concessionaria autostradale ha impugnato gli avvisi di liquidazione emessi dal concessionario della riscossione di un Comune per il Pagamento COSAP viadotti autostradali relativo agli anni dal 2004 al 2008. La società sosteneva di avere diritto all'esenzione in quanto l'infrastruttura apparteneva al demanio statale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il canone è dovuto dal soggetto che occupa concretamente lo spazio pubblico e ne trae un beneficio economico diretto tramite la riscossione dei pedaggi. L'esenzione prevista per lo Stato non si applica al concessionario privato che gestisce l'opera in piena autonomia organizzativa e imprenditoriale.
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Pagamento COSAP: autostrade battute, i viadotti si pagano
Una società concessionaria autostradale ha impugnato gli avvisi di liquidazione emessi dal concessionario della riscossione di un Comune, che richiedevano il Pagamento COSAP per gli anni 2010 e 2011. La richiesta riguardava l'occupazione di spazi soprastanti il suolo pubblico tramite viadotti autostradali. La concessionaria sosteneva di avere diritto all'esenzione prevista per lo Stato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società autostradale, stabilendo che il Pagamento COSAP è dovuto da chi trae un beneficio economico diretto dall'occupazione del suolo pubblico, come il concessionario che riscuote i pedaggi, agendo in piena autonomia organizzativa e non come mero sostituto dello Stato.
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Interessi moratori negli appalti pubblici: negati dopo undici anni
Un'impresa appaltatrice ha richiesto oltre 64.000 euro per interessi moratori negli appalti pubblici, sostenendo che il ritardo di undici anni nell'emissione del certificato di regolare esecuzione da parte di un'azienda sanitaria avesse fatto decorrere gli interessi dalla fine dei lavori nel 1999 fino al pagamento del saldo nel 2011. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'impresa, confermando che la consegna formale dell'opera è avvenuta solo nel 2011 con l'emissione del certificato. Inoltre, la Corte ha escluso l'esistenza di un accordo transattivo valido, poiché i contratti con gli enti pubblici richiedono la forma scritta a pena di nullità. L'impresa perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese giudiziarie.
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Deduzione IRAP costo del lavoro: sì ai rimborsi nei trasporti
Un'impresa di trasporto pubblico ha chiesto il rimborso delle maggiori somme versate a titolo di IRAP, rivendicando il diritto alla deduzione per il costo del lavoro (cuneo fiscale). L'Amministrazione Finanziaria ha negato il rimborso, sostenendo che l'impresa operasse in regime di concessione e a tariffa, condizioni che escludono l'agevolazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'impresa, stabilendo che per negare la deduzione IRAP costo del lavoro non basta il semplice riferimento formale a una tariffa. I giudici devono verificare se l'impresa operi effettivamente sotto una concessione (con trasferimento del rischio economico) e se la tariffa applicata sia realmente remunerativa, cioè capace di generare profitto e compensare i costi fiscali. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Deduzione IRAP costo del lavoro: appalto o concessione?
Un'azienda di trasporti regionali ha chiesto il rimborso della maggiore imposta versata, rivendicando il diritto alla deduzione IRAP costo del lavoro. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, ritenendo l'azienda esclusa dal beneficio poiché operante in regime di concessione e a tariffa regolamentata. I giudici di merito hanno confermato il diniego. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, evidenziando che i giudici precedenti non hanno verificato l'effettivo trasferimento del rischio d'impresa, tipico della concessione, né se la tariffa compensasse i costi fiscali. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Revoca della transazione in autotutela: la PA perde contro i privati
Un'Azienda Ospedaliera ha stipulato un accordo transattivo con l'Impresa Appaltatrice per il pagamento di oltre tre milioni di euro relativi al servizio di lavanderia. Successivamente, l'ente pubblico ha deliberato la revoca della transazione in autotutela, sostenendo la mancanza di pareri interni obbligatori. L'Impresa Appaltatrice ha agito in giudizio per far valere l'accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Ospedaliera, stabilendo che la Pubblica Amministrazione non può annullare unilateralmente un contratto di diritto privato già in corso di esecuzione. La giurisdizione spetta al giudice ordinario e l'accordo resta pienamente valido ed efficace.
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Contratto di concessione: scontro sui costi di sicurezza
Il Concessionario di una tratta autostradale ha impugnato il provvedimento con cui il Ministero concedente ha approvato solo parzialmente un progetto di adeguamento delle barriere di sicurezza, tagliando i costi rimborsabili. La Cassazione, risolvendo il conflitto di giurisdizione, ha stabilito che la controversia spetta al Giudice ordinario. La Corte ha chiarito che la contestazione riguarda la fase esecutiva del contratto di concessione. In questa fase, l'amministrazione non esercita un potere autoritativo di pianificazione, ma compie una verifica tecnico-giuridica in una posizione di parità con il privato. Di conseguenza, trattandosi di adempimento di obblighi contrattuali e non di esercizio di poteri pubblici, la giurisdizione appartiene al giudice ordinario, davanti al quale la causa deve essere riassunta.
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Esecuzione della concessione: privato batte i tagli dello Stato
Il Concessionario di una tratta autostradale ha impugnato il provvedimento del Ministero che approvava solo parzialmente un progetto di adeguamento della sicurezza, riducendo i costi rimborsabili. Il Concessionario ha quindi chiesto alla Corte di Cassazione, tramite regolamento preventivo, di chiarire se la causa spettasse al giudice ordinario o a quello amministrativo. Le Sezioni Unite hanno stabilito che la controversia riguarda la fase di esecuzione della concessione. In questa fase, il rapporto tra le parti è paritetico e non comporta l'esercizio di poteri autoritativi da parte della Pubblica Amministrazione. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato la giurisdizione del Giudice ordinario, davanti al quale il processo dovrà essere riassunto.
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Concessione di servizi pubblici: decide il giudice civile o il TAR
Una società concessionaria autostradale ha impugnato davanti al TAR il provvedimento con cui il Ministero concedente ha approvato solo parzialmente un progetto di adeguamento tecnologico, riducendo unilateralmente i costi rimborsabili. La società ha quindi proposto un regolamento preventivo per chiarire quale giudice fosse competente. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che la controversia spetta al Giudice ordinario. Trattandosi della fase esecutiva di una concessione di servizi pubblici, il rapporto tra le parti è paritetico e non coinvolge poteri autoritativi della Pubblica Amministrazione, ma semplici obblighi contrattuali.
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Abuso d’ufficio: assolto l’imprenditore per la proroga tecnica
Un imprenditore, rappresentante di una cooperativa, era stato condannato per concorso in abuso d'ufficio. L'accusa contestava lo slittamento temporale di una proroga tecnica per la gestione dei parcheggi comunali, concordato con i funzionari pubblici per consentire alla cooperativa di regolarizzare la propria posizione contributiva (DURC). La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2020, il reato di abuso d'ufficio richiede la violazione di specifiche e precise regole di condotta previste dalla legge. La semplice violazione dei principi generali di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, o l'uso della discrezionalità amministrativa nella proroga di un servizio, non è più sufficiente a integrare il reato. Di conseguenza, l'imprenditore è stato assolto.
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Revoca del finanziamento pubblico: il sequestro tardivo non salva
Un'associazione temporanea di imprese riceveva fondi per corsi di formazione. L'Ente Pubblico disponeva la revoca del finanziamento pubblico a causa del mancato adempimento degli obblighi di assunzione dei corsisti e di rendicontazione delle spese. La Società capofila si opponeva, sostenendo che l'assunzione spettasse all'altra impresa e che la rendicontazione fosse impossibile a causa di un sequestro penale dei documenti. La Corte d'Appello confermava la revoca, rilevando che il sequestro era avvenuto dopo la scadenza dei termini utili per presentare i conti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Società, confermando che il sequestro tardivo non giustifica il ritardo e che la valutazione sull'impossibilità della prestazione spetta esclusivamente al giudice di merito. La Società perde la causa e deve restituire le somme oltre a pagare le spese legali.
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Interessi moratori nei contratti pubblici: no prima del visto
Una società di ristorazione ha richiesto il pagamento di oltre tre milioni di euro per interessi moratori nei contratti pubblici stipulati con un'amministrazione statale. I giudici di merito hanno stabilito che tali interessi decorrono solo dalla registrazione dei contratti da parte della Corte dei conti, escludendo la mora per il periodo di esecuzione anticipata e per un contratto annullato dal giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. La Corte ha confermato che l'approvazione dell'organo di controllo è una condizione di efficacia del contratto. Prima di tale approvazione, non può esservi alcun ritardo colpevole dell'amministrazione, escludendo così il diritto a percepire gli interessi moratori nei contratti pubblici per le prestazioni eseguite in via d'urgenza.
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Polizza fideiussoria: scontro tra Comune e assicurazione
Una Pubblica Amministrazione ha stipulato una concessione per la realizzazione di parcheggi con un Concessionario, garantita da una polizza fideiussoria rilasciata da una Compagnia Assicuratrice. A causa del grave inadempimento del Concessionario, poi fallito, l'ente pubblico ha richiesto il pagamento dell'intero importo della garanzia. La Compagnia Assicuratrice si è opposta, sostenendo che la cauzione definitiva richiedesse la prova del danno effettivo. Dopo alterne decisioni nei gradi di merito, la Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, non ha deciso il merito ma ha rimesso la causa alla Prima Sezione civile, ritenendola competente per materia in quanto legata agli appalti pubblici.
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