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d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater

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2836 provvedimenti

Remunerazione medici specializzandi: la Cassazione nega
Un gruppo di medici, specializzatisi in anni accademici successivi al 1992, ha richiesto un trattamento economico superiore, basandosi sulla normativa più favorevole introdotta per i corsi iniziati dal 2006. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10352/2023, ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la borsa di studio percepita all'epoca era adeguata e conforme alle direttive europee. La Corte ha ribadito che il nuovo e più vantaggioso regime del contratto di formazione non ha efficacia retroattiva e rappresenta una scelta discrezionale del legislatore, non un'attuazione tardiva di obblighi comunitari.
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Criteri di scelta CIGS: illegittimi se generici
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda, confermando l'illegittimità della sospensione di alcuni dipendenti. La decisione si fonda sulla genericità dei criteri di scelta CIGS adottati, ritenuti discrezionali e arbitrari. Di conseguenza, è stato riconosciuto il diritto dei lavoratori al risarcimento del danno, pari alla differenza tra la retribuzione piena e l'indennità percepita, con prescrizione decennale.
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Lavori Socialmente Utili: risarcimento per abuso
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 9410/2023, ha stabilito che i contratti derivanti da Lavori Socialmente Utili (LSU), se di fatto configurano un rapporto di lavoro subordinato, sono soggetti alla normativa europea contro l'abuso dei contratti a termine. La mera qualificazione formale di "assistenziale" non è sufficiente a escludere il diritto del lavoratore al risarcimento del danno per l'illegittima reiterazione dei contratti.
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Benefici amianto: la prova dell’esposizione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un gruppo di lavoratori di una società di trasporto pubblico che chiedevano i benefici amianto. La Corte ha confermato la decisione di secondo grado, stabilendo che per ottenere i benefici non è sufficiente provare la presenza di amianto sul luogo di lavoro per oltre dieci anni, ma è necessario dimostrare una 'esposizione qualificata', ovvero un'esposizione personale e continuativa superiore ai limiti di legge. L'onere della prova grava interamente sul lavoratore.
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Responsabilità del costruttore: la duplice condanna
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un'impresa edile, ritenendola responsabile per l'80% dei danni da allagamento subiti da alcuni immobili. La Corte ha stabilito la duplice responsabilità del costruttore, sia ai sensi dell'art. 2050 c.c. per attività pericolosa, sia per negligenza generica ex art. 2043 c.c. L'appello del costruttore è stato respinto perché non aveva impugnato una delle due autonome ragioni della decisione e perché un precedente provvedimento cautelare non costituisce giudicato.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7873/2023, ha respinto il ricorso di alcuni docenti in possesso del diploma magistrale conseguito prima dell'a.s. 2001/2002, negando il loro inserimento nelle graduatorie ad esaurimento. La Corte ha stabilito che il solo possesso del titolo non è sufficiente e che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del giudice amministrativo non estende i suoi effetti a chi non ha impugnato l'atto, consolidando un orientamento restrittivo sull'accesso a tali graduatorie.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7785/2023, ha stabilito che il possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte ha rigettato il ricorso di alcune insegnanti, chiarendo che l'accesso a tali graduatorie era riservato a chi era già inserito nelle previgenti graduatorie permanenti al momento della loro trasformazione e chiusura a nuovi inserimenti, disposta dalla legge n. 296/2006.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7681/2023, ha respinto il ricorso di due docenti che chiedevano l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento in virtù del possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002. La Corte ha stabilito che tale titolo, da solo, non è sufficiente a garantire l'accesso a tali graduatorie, chiuse a nuovi inserimenti dalla legge n. 296/2006. La decisione conferma un orientamento consolidato, sottolineando che neppure l'annullamento di precedenti decreti ministeriali può creare un diritto automatico all'inserimento per tutti i soggetti non precedentemente inclusi.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
Un gruppo di insegnanti con 'diploma magistrale' ottenuto entro l'a.s. 2001/2002 ha richiesto l'inclusione nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte di Cassazione ha respinto il loro ricorso, ribadendo un principio consolidato: il solo possesso del diploma non è un titolo sufficiente per accedere a tali graduatorie. La Corte ha inoltre chiarito che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del Consiglio di Stato non crea automaticamente un diritto generalizzato all'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento per tutti i docenti.
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Licenziamento collettivo: i criteri di scelta dei lavoratori
Una lavoratrice impugna il suo licenziamento nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo, contestando i criteri di scelta e la limitazione della platea dei lavoratori da licenziare a specifiche unità produttive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della procedura. Ha stabilito che la scelta dell'imprenditore di ridurre il personale è insindacabile nel merito e che la limitazione della platea è ammissibile se giustificata da oggettive esigenze tecnico-produttive, come nel caso di specie.
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Contratti a termine P.A.: il limite di 36 mesi vale sempre
La Corte di Cassazione ha stabilito che nei contratti a termine P.A., il limite massimo di durata di 36 mesi è inderogabile e si calcola cumulando tutti i rapporti di lavoro per mansioni equivalenti con lo stesso ente, anche se le assunzioni derivano da diverse procedure selettive. La sentenza conferma il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno per l'abuso subito a causa della reiterazione dei contratti oltre il limite legale.
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Esenzione ICI per Enti Pubblici: il caso ARPA
La Cassazione ha negato l'esenzione ICI a un'agenzia ambientale regionale. Non basta essere un ente pubblico: l'agenzia non è un'articolazione organica della Regione e le attività, come un asilo nido a pagamento, sono state ritenute di natura commerciale, escludendo il diritto all'esenzione ICI.
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Esenzione ICI enti pubblici: la Cassazione decide
Un'agenzia regionale per la protezione ambientale si è vista negare dalla Corte di Cassazione l'esenzione ICI per i propri immobili. La Corte ha stabilito che, per ottenere l'agevolazione, non è sufficiente la natura pubblica dell'ente o lo svolgimento di attività istituzionali. È necessario dimostrare che tali attività non siano condotte con modalità commerciali. Nel caso specifico, la presenza di un asilo nido aziendale con rette a pagamento e l'autonomia giuridica dell'agenzia rispetto alla Regione sono stati elementi decisivi per escludere il diritto all'esenzione ICI enti pubblici.
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Vizi cosa locata: quando il ricorso è inammissibile
Un conduttore ricorre in Cassazione per vizi della cosa locata, lamentando difetti all'impianto fognario. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, sottolineando come la critica alla sentenza d'appello fosse troppo generica e tendesse a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità. La decisione ribadisce i rigorosi requisiti di specificità per i ricorsi in Cassazione.
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Compenso medico convenzionato: no a tagli unilaterali
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'Azienda Sanitaria Locale non può ridurre unilateralmente il compenso di un medico convenzionato, anche in presenza di un piano di rientro per la spesa sanitaria. Il rapporto tra medico e SSN è di natura privatistica e parasubordinata, governato dalla contrattazione collettiva. Pertanto, qualsiasi modifica economica deve essere negoziata e non imposta, rendendo illegittimo il taglio unilaterale del compenso medico convenzionato a fronte di prestazioni lavorative rimaste invariate.
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Compenso medico convenzionato: no alla riduzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'Azienda Sanitaria non può ridurre unilateralmente il compenso di un medico convenzionato, anche in presenza di un piano di rientro per la spesa sanitaria. La decisione si fonda sulla natura privatistica del rapporto, che non consente alla Pubblica Amministrazione di agire con poteri autoritativi. Qualsiasi modifica economica deve avvenire tramite la contrattazione collettiva. Il ricorso dell'Azienda Sanitaria è stato quindi rigettato, confermando le sentenze dei gradi precedenti.
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Compenso medico convenzionato: no al taglio unilaterale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4692/2023, ha stabilito che un'Azienda Sanitaria Locale non può ridurre unilateralmente il compenso medico convenzionato, anche in presenza di un piano di rientro per la spesa sanitaria. Il rapporto tra medico e ASL è di natura privatistica e paritetica, regolato dalla contrattazione collettiva, che non può essere derogata da atti autoritativi della Pubblica Amministrazione. La Corte ha rigettato il ricorso dell'ASL, confermando la decisione dei giudici di merito e condannandola al pagamento delle somme dovute al professionista.
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Compenso medico convenzionato: no a tagli unilaterali
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4691/2023, ha stabilito che un'Azienda Sanitaria Locale non può ridurre unilateralmente il compenso di un medico convenzionato, neanche in presenza di un piano di rientro della spesa sanitaria. Il rapporto tra medico e SSN è di natura privatistica e paritaria, regolato dalla contrattazione collettiva, che non può essere derogata da atti autoritativi della P.A. La riduzione del compenso medico convenzionato è stata equiparata a un inadempimento contrattuale di un debitore privato.
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Indennità di rischio medico: la decisione della Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3922/2023, ha respinto il ricorso di una dottoressa che richiedeva il pagamento dell'indennità di rischio. La Corte ha stabilito che un accordo regionale non può introdurre un'indennità generalizzata e automatica per tutti i medici, poiché ciò contrasta con l'Accordo Collettivo Nazionale, il quale prevede tali compensi solo per 'particolari e specifiche condizioni di disagio'. La clausola regionale è stata quindi ritenuta nulla, legittimando la sospensione del pagamento da parte dell'Azienda Sanitaria.
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Indennità di rischio: no se generalizzata e non specifica
Una dottoressa ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale per un'"indennità di rischio" sospesa, prevista da un accordo regionale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta della professionista, stabilendo che tale indennità non può essere concessa in modo automatico a tutti i medici di una regione. Deve essere, invece, strettamente collegata a condizioni di disagio specifiche e dimostrate, come delineato dai contratti collettivi nazionali, requisito che la norma regionale non rispettava. La Corte ha anche respinto il ricorso dell'Azienda Sanitaria, ribadendo che la retribuzione non può essere ridotta unilateralmente per motivi di bilancio al di fuori della contrattazione collettiva.
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