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Art. 91 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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716 provvedimenti

Altri anni per Art. 91 Codice di Procedura Civile

Spese di consulenza tecnica d’ufficio: rimborso obbligatorio
Una proprietaria subisce gravi infiltrazioni d'acqua dall'appartamento sovrastante, di proprietà di un ente pubblico. Dopo un accertamento tecnico e una causa di risarcimento, la Corte d'Appello aumenta l'indennizzo ma omette di decidere sul rimborso delle somme anticipate dalla donna per il perito del tribunale. La proprietaria ricorre in Cassazione lamentando la mancata pronuncia su tale richiesta. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che le spese di consulenza tecnica d'ufficio anticipate dalla parte vittoriosa devono essere regolate espressamente nel provvedimento definitivo. Il silenzio del giudice non può essere interpretato come un rifiuto o una decisione implicita. La sentenza viene cassata con rinvio per una nuova decisione su questo specifico punto.
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Occupazione di suolo pubblico: paga l’inquilino, non il titolare
Una società, conduttrice di un immobile, ha impugnato gli avvisi di accertamento emessi dal Comune per il pagamento del canone dovuto per l'occupazione di suolo pubblico. La società sosteneva di non dover pagare in quanto semplice inquilina e non proprietaria. La Corte d'Appello ha invece ritenuto legittima la richiesta del Comune, evidenziando che l'obbligo di pagamento nasce dall'uso effettivo dello spazio pubblico. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che il presupposto per l'applicazione del canone è l'occupazione di suolo pubblico di fatto, a prescindere dalla titolarità di una concessione formale o dalla proprietà del bene. Di conseguenza, chi utilizza concretamente lo spazio pubblico è tenuto a pagare il canone.
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Condanna a prestazioni future: no ai ratei ma le spese sono salve
Una cittadina ha chiesto il ripristino della propria pensione assistenziale. Il Tribunale ha accolto la domanda per gli anni passati, ma ha escluso la condanna a prestazioni future per gli anni successivi, decisione poi confermata in appello. Tuttavia, la Corte d'Appello ha erroneamente ribaltato la decisione sulle spese del primo grado, condannando la pensionata a pagare l'ente previdenziale nonostante la sua vittoria iniziale. La Corte di Cassazione ha chiarito che la condanna a prestazioni future è inammissibile per i sussidi assistenziali, poiché la permanenza dei requisiti reddituali va verificata annualmente. Al contempo, ha accolto il ricorso sulle spese: il giudice d'appello non può modificare d'ufficio le spese del primo grado se conferma la sentenza e nessuna parte ha impugnato quel punto. La sentenza è stata cassata senza rinvio sul capo delle spese.
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Soccombenza virtuale: se l’ente annulla il debito paga le spese
Un contribuente ha impugnato un avviso di addebito emesso dall'Ente Previdenziale per contributi previdenziali già dichiarati non dovuti da una precedente sentenza definitiva. Nel corso del giudizio, l'Ente ha annullato il debito in autotutela, portando i giudici di merito a dichiarare la cessazione della materia del contendere e a compensare le spese legali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente sul tema delle spese. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in caso di cessazione della materia del contendere, si applica il principio della soccombenza virtuale. Poiché il contribuente è stato costretto ad agire in giudizio per far annullare una pretesa palesemente illegittima, l'Ente Previdenziale deve essere considerato virtualmente soccombente e deve quindi pagare le spese di lite, non potendosi giustificare una compensazione.
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Avviso di addebito INPS: la notifica via PEC batte la prescrizione
Il caso riguarda il ricorso di un cittadino contro il diniego di sgravio relativo a diversi avvisi di addebito INPS. Il ricorrente sosteneva la mancata notifica degli atti e l'avvenuta prescrizione dei crediti previdenziali. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, accertando la regolarità delle notifiche e l'esistenza di atti interruttivi inviati tramite PEC dall'agente della riscossione. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'opposizione contro l'avviso di addebito INPS per vizi di notifica va proposta entro quaranta giorni e che l'ordine del giudice di esibire documenti non è sindacabile. Inoltre, la mancata contestazione specifica delle notifiche rende inammissibili i motivi di ricorso. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Qualificazione del rapporto di lavoro: odontoiatra contro studio
Un odontoiatra ha richiesto la qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato per l'attività svolta presso uno studio dentistico. La Corte d'Appello ha respinto la domanda per insufficienza di prove sul potere direttivo e disciplinare del titolare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che nelle professioni intellettuali il vincolo di subordinazione è attenuato. La presenza di consigli tecnici o la riscossione diretta dei compensi da parte dello studio costituiscono elementi neutri se mancano orari fissi, sanzioni e un controllo gerarchico stretto. Vince il titolare dello studio.
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Riassunzione della causa: l’errore che costa il processo
Due vicini si scontrano in tribunale per questioni di confini e distanze. Dopo una pronuncia della Cassazione che annulla con rinvio la decisione precedente, i Proprietari decidono di frazionare le domande. Invece di riattivare l'intero processo davanti alla Corte d'Appello designata, effettuano la riassunzione della causa per una parte delle domande direttamente davanti al Tribunale di primo grado. La Suprema Corte conferma l'inammissibilità di questa iniziativa: la designazione del giudice di rinvio stabilisce una competenza funzionale inderogabile. Non è possibile dividere arbitrariamente il giudizio né convertire l'atto in una nuova causa autonoma, poiché ciò violerebbe il diritto di difesa del Vicino. Il ricorso dei Proprietari viene rigettato con condanna alle spese.
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Rapporto di lavoro subordinato: senza prove la colf perde
Una collaboratrice domestica ha chiesto al tribunale di accertare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e di condannare la datrice di lavoro a pagarle le differenze di stipendio. I giudici di merito hanno respinto la richiesta perché la lavoratrice non ha fornito prove sufficienti della subordinazione, ritenendo i testimoni poco chiari. La lavoratrice si è rivolta alla Corte di Cassazione, lamentando una cattiva valutazione delle prove e contestando la decisione sulle spese legali. La Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione dei testimoni spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione. Inoltre, le spese di causa seguono la regola per cui chi perde paga. La lavoratrice ha perso definitivamente la causa.
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Compensazione delle spese di lite: la complessità che costa cara
I Contribuenti, eredi di un defunto, rettificavano la dichiarazione di successione per un errore sulla quota di proprietà dei beni. Dopo un lungo contenzioso sul rimborso delle imposte, la Commissione Tributaria Regionale accoglieva la loro domanda ma decideva per la compensazione delle spese di lite a causa della complessità normativa. I Contribuenti ricorrevano in Cassazione contestando tale decisione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la compensazione delle spese di lite era legittima e ben motivata dall'intreccio di leggi succedutesi nel tempo. I Contribuenti perdono la causa e devono pagare le spese del giudizio di legittimità.
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Liquidazione delle spese giudiziali: la lavoratrice batte l’INPS
Una lavoratrice ha impugnato la cancellazione dagli elenchi dei braccianti agricoli e richiesto l'indennità di disoccupazione. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma ha liquidato spese legali inferiori ai minimi. La Corte d'Appello ha ricalcolato le spese applicando lo scaglione per cause di valore indeterminabile più basso e negando il compenso per la fase istruttoria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che per le cause di valore indeterminabile si applica di regola lo scaglione superiore (da 26.000 a 52.000 euro) e che la liquidazione delle spese giudiziali deve comprendere la fase di trattazione e istruttoria anche in assenza di prove orali, se sono state svolte attività difensive. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Inefficacia del sequestro conservativo: no credito, no tutela
Un Acquirente stipula un preliminare con un'Azienda Venditrice, versando una caparra. Saltato l'affare, l'Acquirente cede parte del credito a una Società Cessionaria. Entrambi ottengono un sequestro conservativo sui beni della Venditrice. Successivamente, il Tribunale dichiara inefficace il preliminare e rigetta la domanda di condanna della Cessionaria, pur condannando la Venditrice a restituire la caparra all'Acquirente. La Corte d'Appello dichiara l'inefficacia del sequestro conservativo della Cessionaria, poiché il suo credito è stato dichiarato inesistente. La Cassazione conferma la decisione: se il giudizio di merito nega il diritto tutelato, la misura cautelare decade automaticamente. La correzione materiale della sentenza a favore dell'Acquirente non riattiva il sequestro della Cessionaria.
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Firma falsa del terzo: esclusa compensazione delle spese di lite
I Comproprietari di un terreno citano in giudizio il Vicino per usurpazione di una porzione di fondo. Il Vicino, non costituitosi inizialmente, propone querela di falso contro la ricevuta di ritorno della notifica, sostenendo che la firma 'figlio' sia falsa, avendo egli solo una figlia. Accertata la falsità, il Tribunale condanna i Comproprietari alle spese di lite. Questi impugnano la decisione chiedendo la compensazione delle spese di lite, sostenendo di non essere gli autori della falsificazione. La Corte d'Appello e la Corte di Cassazione rigettano la richiesta: chi dichiara di volersi avvalere di un documento falso risponde delle spese processuali in base al principio di soccombenza, a prescindere dalla responsabilità materiale della falsificazione.
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Rimborso spese di esecuzione: la Cassazione corregge i giudici
Il Possessore di un terreno ha ottenuto la reintegra nel possesso contro gli Occupanti abusivi. Durante l'appello, ha eseguito forzatamente il provvedimento, richiedendo poi il rimborso spese di esecuzione nelle conclusioni finali. La Corte d'Appello ha rigettato l'appello degli Occupanti ma ha completamente ignorato la richiesta di rimborso del Possessore. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione denunciando l'omessa pronuncia. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancata decisione sulle spese di esecuzione costituisce un vizio di omessa pronuncia non rimediabile con la semplice correzione di errore materiale. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello per una nuova decisione.
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Minimi tariffari inderogabili: la Cassazione batte i tagli dei giudici
Una cittadina ha richiesto l'equa riparazione per l'eccessiva durata di una causa di lavoro protrattasi per oltre tredici anni. Dopo un lungo iter giudiziario, la Corte d'Appello ha liquidato le spese legali scendendo al di sotto delle soglie minime di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, confermando il principio dei minimi tariffari inderogabili. I giudici hanno chiarito che, a seguito delle riforme del 2018 e del 2022, il potere discrezionale del magistrato di ridurre i compensi degli avvocati è limitato e non può mai superare la soglia minima prevista dalle tabelle ministeriali. Di conseguenza, la Cassazione ha rideterminato direttamente i compensi spettanti al difensore, applicando i parametri minimi dello scaglione di riferimento e condannando l'Amministrazione Pubblica al pagamento delle spese adeguate.
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Liquidazione spese legali: stop ai tagli sotto i minimi
Il caso riguarda un cittadino che ha richiesto l'equa riparazione per la durata eccessiva di un processo. La Corte d'Appello ha accolto la domanda ma ha ridotto drasticamente la liquidazione spese legali spettante al difensore, scendendo sotto i minimi tariffari previsti dalla legge e calcolando il compenso su uno scaglione errato. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che i minimi tariffari per gli avvocati sono inderogabili e che lo scaglione di valore va calcolato sull'intera somma riconosciuta. La decisione impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello per una nuova quantificazione delle spese.
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Graduatorie Provinciali per le Supplenze: ko per il Ministero
Una docente veniva inserita nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze e otteneva un contratto a tempo determinato. Successivamente, l'amministrazione scolastica revocava l'incarico basandosi sulla mancanza del titolo abilitante. I giudici di merito dichiaravano illegittima la revoca poiché la sentenza favorevole all'amministrazione era intervenuta solo a ridosso della scadenza del contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato sia il ricorso del Ministero sia quello incidentale della lavoratrice. La Suprema Corte ha stabilito che l'annullamento del contratto non poteva avere effetto retroattivo prima della pubblicazione della decisione definitiva. Di conseguenza, il Ministero perde il ricorso principale e la docente mantiene il diritto al riconoscimento del servizio e alle retribuzioni per il periodo lavorato, mentre le spese del giudizio di legittimità vengono compensate tra le parti.
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Condizione risolutiva impossibile: quando la caparra è persa
Il caso nasce dal mancato acquisto di un immobile commerciale. Il Promissario Acquirente e il Promittente Venditore firmano un secondo contratto preliminare che elimina la condizione del mutuo, inserendo una clausola generica di risoluzione automatica. Non ottenendo il mutuo, l'acquirente non si presenta al rogito. La Corte d'Appello, confermata dalla Cassazione, qualifica tale clausola come una condizione risolutiva impossibile per via della sua assoluta indeterminatezza. Di conseguenza, la clausola si considera come non apposta, lasciando valido il contratto. L'acquirente, non avendo adempiuto all'obbligo di acquisto, viene dichiarato inadempiente. Il venditore ottiene così il diritto di trattenere la caparra confirmatoria di centomila euro, mentre deve restituire ventimila euro versati come acconto. La Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente, condannandolo anche alle spese di giudizio.
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Revocatoria fallimentare: svendere immobili non salva l’acquisto
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia della vendita di alcuni immobili compiuta da una società poi fallita a favore di un'altra impresa. La curatela ha promosso una revocatoria fallimentare contestando la sproporzione del prezzo di vendita, pari a soli 25.000 euro, rispetto al valore reale dei beni. I giudici di merito hanno accolto la domanda basandosi su una perizia di parte che attestava il reale valore degli immobili nel 2017, nonostante i danni da terremoto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'acquirente, ribadendo che la valutazione delle prove e la decisione di non disporre una consulenza tecnica d'ufficio spettano esclusivamente al giudice di merito. L'acquirente è stato condannato anche al pagamento delle spese e a sanzioni per lite temeraria.
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Liquidazione delle spese giudiziali: no ai tagli senza motivi
Il Contribuente, ex socio accomandante, ha impugnato un'intimazione di pagamento per imposte dovute dalla società. Dopo l'annullamento dell'atto, i giudici di merito hanno liquidato le spese processuali in misura inferiore ai minimi di legge, senza fornire motivazioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Contribuente, stabilendo che la liquidazione delle spese giudiziali al di sotto dei minimi tariffari previsti dal d.m. 55/2014 richiede sempre una specifica e adeguata motivazione da parte del giudice, soprattutto in presenza di una nota spese dettagliata. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Campania per una nuova quantificazione.
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Lavoro carcerario: sì all’aumento, no al T.F.R. anticipato
Un detenuto ha richiesto l'adeguamento della retribuzione per il lavoro carcerario svolto in modo continuativo, pretendendo anche le differenze sul Trattamento di Fine Rapporto (T.F.R.). La Corte d'Appello ha riconosciuto l'adeguamento dello stipendio ma ha escluso il T.F.R., poiché il rapporto di lavoro era ancora in corso. Il lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'esistenza di un accordo per il pagamento mensile del T.F.R. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la questione dell'accordo mensile era nuova e non provata nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, per legge il T.F.R. si paga solo alla fine del rapporto di lavoro. Il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.
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