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Art. 67 l.fall.

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162 provvedimenti

Opposizione allo stato passivo: banca perde garanzie e compensazione
Un Istituto di Credito ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento di un Socio Garante per debiti di una società correlata, garantiti da fideiussione e pegno su titoli. Il Giudice Delegato ha rigettato la domanda. La Banca ha proposto opposizione allo stato passivo, introducendo per la prima volta una domanda di compensazione tra il proprio debito per i titoli scaduti e il credito verso il fallito, chiedendo in subordine la prelazione pignoratizia. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, ritenendo inammissibile la nuova domanda di compensazione e revocabile il pegno poiché rimodulato per debiti preesistenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca, confermando che nell'opposizione allo stato passivo non si possono proporre domande nuove e che la ristrutturazione del pegno configura una nuova garanzia revocabile.
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Revocatoria fallimentare: quando il silenzio del creditore costa caro
La Compagnia Aerea, in amministrazione straordinaria, ha richiesto la revocatoria fallimentare dei pagamenti effettuati a una Società di Leasing nei sei mesi precedenti la procedura. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esenzione speciale prevista dal decreto legge per garantire il servizio pubblico è un'eccezione in senso lato, rilevabile d'ufficio dal giudice. Al contrario, l'esenzione ordinaria per i pagamenti eseguiti nei "termini d'uso" costituisce un'eccezione in senso stretto. Quest'ultima richiede l'allegazione e la prova di una prassi consolidata tra le parti e non può essere applicata d'ufficio se il creditore è rimasto contumace. La sentenza è stata cassata con rinvio per valutare i pagamenti antecedenti al decreto.
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Consecuzione delle procedure: revocata l’ipoteca della banca
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Curatela Fallimentare contro un istituto di credito. Il Tribunale aveva escluso la revocabilità di un'ipoteca iscritta prima della domanda di concordato preventivo, poi dichiarato inammissibile, ritenendo interrotta la continuità con il successivo fallimento. La Suprema Corte ha invece chiarito che, in base all'articolo 69-bis della Legge Fallimentare, opera il principio della consecuzione delle procedure. Pertanto, il periodo sospetto per l'azione revocatoria deve essere calcolato a ritroso partendo dalla data di pubblicazione della domanda di concordato, anche se questa è stata dichiarata inammissibile, purché sussista una continuità sostanziale dello stato di insolvenza. La causa è stata rinviata al Tribunale per verificare tale presupposto.
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Opposizione allo stato passivo: no ai libri contabili
Una società terza ha proposto opposizione allo stato passivo per rivendicare la proprietà di alcuni beni mobili detenuti da un'impresa fallita. Il Tribunale ha respinto la richiesta poiché i documenti presentati non avevano data certa e le scritture contabili della fallita non potevano essere usate come prova contro il curatore. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che il curatore fallimentare agisce come un terzo estraneo rispetto ai rapporti precedenti dell'imprenditore. Di conseguenza, le regole sull'efficacia probatoria delle scritture contabili tra imprenditori non si applicano nei suoi confronti. Inoltre, in caso di contestazione di contratti di leasing, il pregiudizio per i creditori si presume, gravando sulla società rivendicante l'onere di dimostrare il contrario.
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Fido bancario senza firma: la banca perde contro il fallimento
Una società in amministrazione straordinaria ha avviato un'azione di revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre 580.000 euro di rimesse solutorie. La banca si è difesa sostenendo l'esistenza di un fido bancario mobile (un'apertura di credito a importo variabile) che avrebbe escluso la natura solutoria dei versamenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della procedura straordinaria, stabilendo che il fido bancario richiede tassativamente la forma scritta a pena di nullità, come previsto dall'articolo 117 del Testo Unico Bancario. Non sono sufficienti prove indirette come annotazioni interne o scambi di lettere. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per ricalcolare le somme da restituire alla procedura.
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Azione revocatoria fallimentare: accordo ferma la Cassazione
Una procedura di amministrazione straordinaria ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro un'azienda creditrice per recuperare oltre seicentomila euro di pagamenti. La Corte d'Appello aveva accolto la domanda, ritenendo che l'azienda conoscesse lo stato di insolvenza del debitore. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione contestando le prove di tale conoscenza. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo e chiesto il rinvio dell'udienza per formalizzare la transazione e abbandonare la causa. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta, rinviando la causa a nuovo ruolo per consentire la chiusura amichevole della lite.
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Azione revocatoria fallimentare: l’ipoteca non salva la vendita
Un'azienda edile, prima di fallire, vende un immobile a un'altra società, che lo rivende subito a una terza impresa. Il Curatore del Fallimento esercita l'azione revocatoria fallimentare per annullare le vendite. Il Tribunale accoglie la domanda. La prima società acquirente propone appello, sostenendo che l'immobile era gravato da ipoteca e che mancava il danno per i creditori. La Corte d'Appello accoglie questa tesi. La Cassazione, tuttavia, ribalta la decisione: poiché la seconda vendita era ormai definitivamente annullata (passata in giudicato), la prima società acquirente non aveva più alcun interesse concreto a impugnare la decisione. L'appello viene quindi dichiarato inammissibile, confermando l'efficacia dell'azione revocatoria fallimentare a favore della procedura concorsuale.
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Revocatoria fallimentare: l’affare che costa la perdita del bene
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una Società Acquirente contro la sentenza che aveva accolto la revocatoria fallimentare di una compravendita immobiliare. La procedura di fallimento della Società Venditrice aveva contestato la vendita per via di un forte squilibrio di valore tra le prestazioni, superiore a un quarto. La Suprema Corte ha confermato che, in caso di sproporzione evidente nei contratti conclusi nell'anno anteriore al fallimento, la conoscenza dello stato di insolvenza in capo all'acquirente si presume per legge. Spetta all'acquirente dimostrare la propria totale ignoranza del dissesto finanziario del venditore. Non avendo la Società Acquirente fornito prove concrete sui lavori di completamento dell'immobile che avrebbero giustificato il prezzo ridotto, né dimostrato la propria buona fede, la vendita è stata definitivamente revocata.
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Revocatoria fallimentare: lo scudo del piano non è automatico
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esenzione dalla revocatoria fallimentare per gli atti esecutivi di un piano attestato di risanamento non opera in modo automatico. Nel caso esaminato, una società poi fallita aveva concesso un pegno immobiliare a una banca a garanzia di un finanziamento erogato alla propria capogruppo. Il Tribunale aveva ritenuto insindacabile l'attestazione di risanamento presentata dalla società. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fallimento, affermando che il giudice ha il preciso dovere di controllare ex ante la veridicità dei dati e l'idoneità del piano a risanare l'esposizione debitoria. Di conseguenza, la banca non può beneficiare dell'esenzione senza questo preventivo controllo giudiziale sulla reale fattibilità del piano.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde e deve restituire i fondi
Una banca ha ricevuto un pagamento di oltre 64.000 euro da una società poi fallita. La curatela ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare la somma, sostenendo che la banca conoscesse lo stato di insolvenza della debitrice. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, evidenziando che la banca aveva chiesto un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo poiché i soci garanti stavano svendendo i propri beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca. I giudici hanno confermato che la qualifica professionale di un istituto di credito impone una diligenza superiore nel rilevare il dissesto economico del debitore. Di conseguenza, la banca perde la causa e deve restituire la somma ricevuta, oltre a pagare le spese legali.
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Consulenza tecnica d’ufficio: vietati i documenti fuori tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la revoca del trasferimento del 50% di quote societarie, ritenuto sproporzionato nel prezzo. I ricorrenti lamentavano l'errata valutazione del patrimonio sociale e dei debiti da parte del consulente del giudice. La Suprema Corte ha chiarito i limiti della consulenza tecnica d'ufficio: anche quando l'esperto ha il compito di accertare direttamente i fatti (CTU percipiente), non può utilizzare documenti che le parti non hanno depositato nei termini di legge. Spetta infatti alle parti l'onere di fornire le prove nei tempi stabiliti dal processo, pena l'inutilizzabilità delle conclusioni del consulente.
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Azione revocatoria fallimentare: il fallimento batte la banca
Il Fallimento di una società di costruzioni ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca in liquidazione coatta amministrativa per dichiarare inefficaci alcuni pagamenti ricevuti. Ottenuta la sentenza favorevole, il Fallimento ha chiesto l'insinuazione tardiva al passivo della banca per recuperare la somma di oltre ottantamila euro. La banca si è opposta invocando il principio di cristallizzazione del passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, stabilendo che il creditore ha pieno diritto di insinuarsi al passivo per il valore del bene revocato, poiché l'azione mira a ricostruire la garanzia patrimoniale generica dei creditori e non a sottrarre un bene specifico già acquisito alla massa.
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Nullità del mutuo fondiario: sanzione eccessiva o tutela?
La Corte di Cassazione affronta la questione della nullità del mutuo fondiario concesso superando il limite di finanziabilità dell'ottanta per cento del valore del bene ipotecato. La curatela fallimentare contestava l'ammissione al passivo in via ipotecaria di un credito bancario, sostenendo l'invalidità del contratto. Di fronte al contrasto tra l'orientamento che esclude la nullità (considerando il limite come regola di condotta) e quello che la afferma (ritenendo il limite elemento essenziale del contratto), la Prima Sezione Civile ha rimesso la questione alle Sezioni Unite per chiarire se il superamento della soglia determini la nullità del mutuo fondiario o la sua semplice riqualificazione in mutuo ipotecario ordinario.
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Azione revocatoria fallimentare: banca perde contro il curatore
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro la Banca per ottenere la restituzione di oltre 141.000 euro. Tali somme erano confluite sui conti correnti della società nell'anno precedente al fallimento. La Banca si è difesa sostenendo che i versamenti derivavano da cessioni di credito stipulate prima del periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca. I giudici hanno chiarito che, per evitare l'azione revocatoria fallimentare, la cessione di credito deve avere una data certa anteriore al fallimento, dimostrata con elementi oggettivi e non con semplici indizi o verosimiglianze. Senza data certa, i pagamenti restano revocabili e la Banca deve restituire il denaro.
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Revocatoria fallimentare del mutuo: la banca perde l’ipoteca
Una banca ha impugnato l'esclusione dal passivo fallimentare di un credito garantito da ipoteca, derivante da un mutuo fondiario utilizzato per estinguere debiti precedenti della società poi fallita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revocatoria fallimentare del mutuo e della relativa ipoteca. I giudici hanno chiarito che l'operazione di concessione del mutuo, finalizzata esclusivamente a ripianare un'esposizione debitoria pregressa, costituisce un'operazione anomala e solutoria, soggetta a revocatoria. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'inopponibilità delle garanzie pignoratizie prive di data certa, poiché il timbro postale era presente solo sulla prima pagina di un documento di tre fogli. Vince il Fallimento: la banca perde i privilegi ipotecari e pignoratizi, venendo ammessa solo come creditore chirografario.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde l’incasso ma salva il pegno
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro la Banca per recuperare una somma incassata tramite la vendita di titoli in pegno regolare rotativo durante il periodo sospetto. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha stabilito che il pagamento è revocabile se la Banca conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno sancito un principio fondamentale a favore dei creditori: una volta restituita la somma al fallimento a seguito della revocatoria fallimentare, la Banca ha il diritto di insinuarsi al passivo mantenendo lo stesso privilegio originario derivante dal pegno, senza essere degradata a creditore chirografario. La decisione bilancia la parità di trattamento dei creditori con la tutela delle garanzie reali legittimamente costituite prima del fallimento.
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Azione revocatoria fallimentare: paga la banca cedente
Una società in amministrazione straordinaria ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre 568.000 euro di rimesse bancarie. La banca si è difesa sostenendo di aver ceduto il proprio ramo d'azienda a un altro istituto e di non essere quindi il soggetto corretto da citare in giudizio. La Corte di Cassazione ha invece confermato la responsabilità della banca cedente. Infatti, l'atto di cessione non indicava in modo specifico il trasferimento dei debiti futuri derivanti da revocatorie non ancora avviate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso principale della banca e ha accolto il ricorso incidentale della procedura fallimentare, rinviando la causa alla Corte d'Appello solo per rideterminare le spese legali del primo grado di giudizio.
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Revocatoria fallimentare: prelievi scambiati per versamenti
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un istituto di credito contro la sentenza che lo condannava a restituire oltre centomila euro alla curatela di una società fallita. La Corte d'Appello aveva accolto l'azione di revocatoria fallimentare basandosi sui saldi per valuta e presumendo la conoscenza dello stato di insolvenza. La Cassazione ha accolto il ricorso della banca su due punti cruciali: in primo luogo, i giudici di appello hanno omesso di verificare se le somme richieste fossero effettivi versamenti del debitore o semplici prelievi; in secondo luogo, ha ribadito che l'obbligo di restituzione costituisce un debito di valuta e non di valore. Di conseguenza, gli interessi decorrono solo dalla domanda giudiziale e la rivalutazione non è automatica. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Revocatoria fallimentare: banca perde il privilegio sul passivo
Una banca chiedeva di essere ammessa al passivo di un fallimento in via privilegiata per oltre due milioni di euro. Il credito derivava dalla perdita di un immobile a seguito di una revocatoria fallimentare. La banca sosteneva di essersi surrogata nei diritti dei creditori ipotecari, avendo pagato direttamente i debiti della venditrice al momento dell'acquisto. La Corte d'Appello aveva invece ammesso il credito come chirografario, escludendo il pagamento diretto. La Cassazione ha rigettato il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che l'accertamento sulle modalità di pagamento compiuto nella precedente causa di revocatoria fallimentare non costituisce giudicato vincolante, poiché l'oggetto dei due giudizi è differente. Inoltre, le difese del curatore non equivalgono a una confessione, in quanto egli non può disporre dei diritti dei creditori.
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Azione revocatoria fallimentare: cambiali salve se normali
L'Azienda Fornitrice riceveva pagamenti tramite cambiali tratte da un'impresa di ingegneria poi ammessa all'amministrazione straordinaria. I commissari proponevano un'azione revocatoria fallimentare, sostenendo che il mutamento delle modalità di pagamento originarie (da rimessa diretta a cambiali) rendesse i pagamenti anomali. La Corte d'Appello accoglieva la domanda. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che la normalità del mezzo di pagamento è un dato oggettivo. Le cambiali tratte sono strumenti ordinari nella prassi commerciale. Il semplice mutamento delle condizioni contrattuali non trasforma un mezzo normale in anomalo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato definitivamente la domanda revocatoria, accogliendo il ricorso dell'Azienda Fornitrice.
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