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Art. 67 l.fall.

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162 provvedimenti

Mutuo fondiario oltre il limite: valido ma senza ipoteca
Una società di cartolarizzazione crediti ha impugnato il rifiuto di ammettere al passivo fallimentare di un'impresa i crediti derivanti da conti correnti e da un mutuo fondiario. La Corte d'Appello aveva escluso i crediti dei conti per mancanza di prove e ridotto quelli del mutuo perché superavano il limite di finanziabilità ed erano stati usati per ripianare debiti pregressi. La Cassazione ha rigettato il ricorso sui conti correnti per mancato assolvimento dell'onere della prova da parte della banca. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso sul mutuo fondiario, stabilendo che il superamento del limite di finanziabilità non rende nullo il contratto, né lo rende nullo la destinazione dei fondi a estinguere debiti pregressi. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare il credito del mutuo, pur confermando l'inopponibilità dell'ipoteca.
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Revocatoria fallimentare: aeroporti devono restituire i pagamenti
Le Compagnie Aeree in Amministrazione Straordinaria hanno promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro il Gestore Aeroportuale e la Società di Handling per recuperare i pagamenti ricevuti nel periodo precedente alla dichiarazione di insolvenza. I creditori sostenevano di non conoscere lo stato di crisi e che i diritti aeroportuali non fossero revocabili. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi dei creditori, confermando che la pubblicazione dei bilanci in perdita e il mancato rispetto di un piano di rientro provavano la conoscenza del dissesto. Inoltre, le somme riscosse a titolo di tasse aeroportuali entrano nel patrimonio delle compagnie e sono soggette a revocatoria fallimentare. Il Gestore Aeroportuale e la Società di Handling sono stati condannati a restituire le somme ricevute.
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Revocatoria fallimentare: banca perde contro il fallimento
Una società, poi dichiarata fallita, effettuava alcuni giroconti per 610.000 euro dal proprio conto corrente ordinario a due conti anticipi su fatture, riducendo il proprio debito verso la banca. Il Curatore Fallimentare promuoveva un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare tale somma. La Corte d'Appello riduceva l'importo revocabile, distinguendo tra rimesse solutorie e ripristinatorie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fallimento, stabilendo che, dopo la riforma del 2005, tale distinzione non rileva più. Per valutare la revocabilità dei versamenti conta unicamente verificare se essi abbiano ridotto l'esposizione debitoria in modo consistente e durevole. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Revocatoria fallimentare: valuta contabile contro fondi reali
La Cooperativa, prima di entrare in liquidazione coatta amministrativa, ha depositato assegni circolari sul proprio conto presso La Banca e, il giorno successivo, ha prelevato fondi tramite altri assegni. La procedura concorsuale ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare, sostenendo che il conto fosse scoperto a causa della data di valuta successiva dei depositi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Cooperativa. I giudici hanno stabilito che, ai fini della revocatoria fallimentare, rileva l'effettiva disponibilità giuridica delle somme sul conto corrente e non la semplice data di valuta. Nel caso specifico, la concreta disponibilità dei fondi era già maturata prima della data di valuta, escludendo così qualsiasi reale scopertura del conto corrente.
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Rinuncia al ricorso: niente doppia tassa se c’è accordo
Un istituto di credito ha proposto ricorso in Cassazione contro la procedura fallimentare di una società per contestare una revocatoria fallimentare. Prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. L'istituto di credito ha quindi presentato formale rinuncia al ricorso, accettata dalla controparte. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, compensando le spese di lite. Inoltre, i giudici hanno stabilito che, in caso di rinuncia al ricorso, non si applica il raddoppio del contributo unificato. Questa sanzione tributaria colpisce infatti solo il rigetto o l'inammissibilità dell'impugnazione, e non può essere estesa per analogia a chi decide di estinguere pacificamente la controversia.
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Insolvenza della società in liquidazione: debiti contro immobili
Una società in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento richiesta dal curatore di un'altra società fallita, sostenendo la mancanza di legittimazione del curatore e l'assenza di un debito definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il curatore fallimentare ha pieno interesse e legittimazione a richiedere il fallimento del debitore per recuperare i crediti della massa. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'insolvenza della società in liquidazione si valuta su base puramente patrimoniale. Non rileva la capacità di operare sul mercato o la disponibilità di liquidità immediata, ma la semplice insufficienza dell'attivo patrimoniale a soddisfare integralmente e paritariamente tutti i creditori. Poiché i debiti superavano ampiamente i beni disponibili, la dichiarazione di fallimento è stata ritenuta pienamente legittima.
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Rinuncia al ricorso: la banca evita il raddoppio delle tasse
Un istituto di credito ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che aveva dichiarato inefficaci, tramite revocatoria fallimentare, alcuni pagamenti per oltre un milione di euro ricevuti da una società in amministrazione straordinaria. Prima della decisione della Suprema Corte, la banca ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso, accettato dalla controparte. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia, stabilendo che in questo caso non si applica il raddoppio del contributo unificato, in quanto la norma che lo prevede non riguarda i casi di estinzione del giudizio.
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Revocatoria fallimentare: la banca vince sul conto anticipi
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro una Banca per recuperare i versamenti effettuati su tre conti nell'anno precedente al fallimento. Il Tribunale ha accolto la domanda. In appello, la Banca ha contestato la duplicazione delle somme revocate, registrate sia sui conti correnti sia su un conto anticipi. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo la questione nuova e non contestata la mancanza di linee di credito. La Cassazione ha accolto il ricorso della Banca, stabilendo che la difesa sul conto anticipi era tempestiva e non richiedeva la contestazione delle linee di credito. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria fallimentare: stop ai calcoli automatici
Il Fallimento di una società di moda ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre due milioni di euro di versamenti sul conto corrente. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato la banca a restituire circa 958.000 euro, calcolando la somma basandosi solo sulla differenza matematica tra il massimo debito e il saldo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della banca. I giudici hanno stabilito che, per l'azione revocatoria fallimentare sulle rimesse bancarie, non basta un calcolo aritmetico globale. Il giudice deve verificare la consistenza e la durevolezza di ogni singolo versamento sul conto corrente. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Azione revocatoria fallimentare: no a restituzioni automatiche
Una Società Marittima in amministrazione straordinaria ha avviato un'azione revocatoria fallimentare contro un Istituto di Credito per rendere inefficaci i versamenti effettuati sui propri conti correnti prima della crisi. La Corte d'Appello ha condannato la banca a restituire oltre 227.000 euro, calcolando la somma solo sulla differenza tra il massimo debito e il saldo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Istituto di Credito. I giudici hanno stabilito che, prima di calcolare la somma da restituire, il tribunale deve verificare se i singoli versamenti fossero davvero consistenti e durevoli. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Revocatoria fallimentare: banca condannata a restituire i fondi
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Istituto di Credito, confermando l'obbligo di restituire oltre 795.000 euro a favore della procedura concorsuale. L'azione di revocatoria fallimentare promossa dal Fallimento di un'Impresa di Costruzioni ha colpito i versamenti sul conto corrente della società nell'anno precedente al fallimento. I giudici hanno ritenuto provata la conoscenza dello stato di insolvenza da parte della banca, desumendola dai bilanci aziendali negativi e dall'andamento anomalo del conto. La Suprema Corte ha chiarito che anche i giroconti dal conto anticipi al conto corrente ordinario hanno natura solutoria se riducono lo scoperto di conto, rendendoli così soggetti a revoca.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo spegne lo scontro
Il Tribunale e la Corte d'Appello avevano dichiarato inefficaci, tramite azione revocatoria, i pagamenti per oltre 210.000 euro eseguiti da una società poi fallita a favore di un creditore. I giudici avevano accertato la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore a causa dei gravi ritardi e del cambio di modalità nei pagamenti. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per risolvere la controversia. Di conseguenza, il difensore del ricorrente ha depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia, senza alcuna pronuncia sulle spese di giudizio.
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Scientia decoctionis: bilanci non pubblici ma la banca perde
Una banca ha impugnato la sentenza che la condannava a restituire oltre 120.000 euro alla curatela fallimentare di una società di persone. La banca sosteneva di non poter conoscere il dissesto finanziario della cliente, poiché i bilanci della società non erano pubblicati nel registro delle imprese. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la scientia decoctionis (conoscenza dello stato di insolvenza) può essere provata tramite presunzioni. Gli elementi chiave sono il monitoraggio costante imposto dalle regole internazionali di Basilea 2, le anomalie registrate nella Centrale Rischi (come utilizzi di credito oltre i limiti concordati) e la qualità di operatore professionale qualificato della banca. Di conseguenza, la banca perde la causa e deve restituire le somme riscosse prima del fallimento.
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Clausola di reviviscenza: la banca vince anche senza sentenza
Il Garante aveva garantito i debiti di un imprenditore verso La Banca. Dopo il pagamento del debito, l'imprenditore è fallito e La Banca ha dovuto restituire le somme al fallimento a seguito di un accordo transattivo con il curatore. La Banca ha quindi chiesto il rimborso al Garante attivando la clausola di reviviscenza contenuta nel contratto di fideiussione. Il Garante ha contestato la validità della clausola, sostenendo che non potesse applicarsi in caso di accordo transattivo e che fosse vessatoria o nulla per violazione delle norme antitrust. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la clausola di reviviscenza è valida ed efficace anche se la restituzione delle somme avviene tramite transazione e non con sentenza del giudice, confermando la legittimità della richiesta della banca.
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Accordo di rinegoziazione dei crediti: efficace senza il giudice
Una società in concordato preventivo, dopo l'omologazione e prima della chiusura della procedura, ha stipulato un accordo di rinegoziazione dei crediti con alcune banche per ristrutturare il debito residuo. Successivamente, la società è fallita. La società cessionaria dei crediti bancari ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare. Il Tribunale ha respinto la domanda ritenendo l'accordo inopponibile perché non autorizzato dal giudice. La Cassazione ha invece stabilito che, dopo l'omologazione del concordato, la società torna in bonis e può liberamente stipulare un accordo di rinegoziazione dei crediti senza necessità di autorizzazioni giudiziali, in quanto non si tratta di una modifica del piano concordatario ma di un autonomo contratto. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso della società creditrice, rinviando la causa al Tribunale per un nuovo esame.
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Concordato preventivo chiuso: sì ai crediti rinegoziati
Una società finanziaria ha chiesto di ammettere al passivo del fallimento di un'azienda alcuni crediti derivanti da un accordo di riscadenzamento stipulato durante un precedente concordato preventivo. Il Tribunale aveva respinto la richiesta, ritenendo che la chiusura del concordato preventivo avesse prodotto un effetto esdebitatorio totale, cancellando i crediti anteriori. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della finanziaria. I giudici hanno chiarito che, sebbene il concordato preventivo produca effetti esdebitatori per i vecchi debiti, gli accordi di risanamento stipulati durante la sua esecuzione creano nuove e valide obbligazioni. Di conseguenza, i creditori che hanno rinegoziato il debito possono legittimamente insinuarsi al passivo del successivo fallimento per i nuovi crediti così sorti, anche se questi non godono del diritto di prededuzione.
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Revocatoria fallimentare: svendere immobili non salva l’acquisto
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia della vendita di alcuni immobili compiuta da una società poi fallita a favore di un'altra impresa. La curatela ha promosso una revocatoria fallimentare contestando la sproporzione del prezzo di vendita, pari a soli 25.000 euro, rispetto al valore reale dei beni. I giudici di merito hanno accolto la domanda basandosi su una perizia di parte che attestava il reale valore degli immobili nel 2017, nonostante i danni da terremoto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'acquirente, ribadendo che la valutazione delle prove e la decisione di non disporre una consulenza tecnica d'ufficio spettano esclusivamente al giudice di merito. L'acquirente è stato condannato anche al pagamento delle spese e a sanzioni per lite temeraria.
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Azione revocatoria ordinaria: salta l’acquisto del subacquirente
Il Fallimento di un'azienda ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per recuperare due rami d'azienda ceduti a società intermedie e poi acquistati da un terzo subacquirente. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo provata la mala fede del subacquirente sulla base di indizi precisi, come il prezzo irrisorio e i legami familiari tra i primi acquirenti e l'amministratore fallito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del subacquirente, confermando la decisione. Per l'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria contro il subacquirente è sufficiente dimostrare che quest'ultimo fosse consapevole del danno arrecato ai creditori dall'originario atto di cessione. Il subacquirente perde i beni e deve pagare le spese processuali.
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Revocatoria fallimentare: l’avvocato perde i compensi trattenuti
Un avvocato riceve su proprio conto somme riscosse per conto di una società cliente, poi fallita. Poco prima del fallimento, il legale emette fatture compensando tali somme con i propri compensi. Il Fallimento promuove un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare il denaro. L'avvocato sostiene che l'incasso sia avvenuto mesi prima, fuori dal periodo sospetto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del professionista: il mero deposito sul conto del legale costituisce semplice detenzione per conto del cliente. Il pagamento vero e proprio si realizza solo con l'emissione delle fatture e la specifica imputazione a compenso, avvenute nel periodo sospetto. L'avvocato, consapevole dello stato di insolvenza della società, deve restituire le somme trattenute.
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Revocatoria fallimentare: incassa il credito ma deve restituirlo
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di una cessione di credito effettuata da una società, poi fallita, a favore di un suo fornitore. Il Fallimento ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare la somma. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di più procedure consecutive nate dallo stesso stato di insolvenza (concordato preventivo e successivo fallimento), il periodo sospetto per la revocatoria fallimentare deve essere calcolato a ritroso a partire dalla data di pubblicazione della prima domanda di concordato. Di conseguenza, la cessione del credito, qualificata come atto solutorio per estinguere un debito e non come semplice garanzia, rientra pienamente nel periodo di inefficacia. Il ricorso del creditore è stato dichiarato inammissibile, confermando l'obbligo di restituire le somme riscosse.
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