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Art. 67 l.fall.

162 provvedimenti

Revocatoria fallimentare: la Cassazione sui pagamenti e la prova dell’insolvenza
Un'azienda in crisi, poi posta in liquidazione coatta amministrativa, aveva effettuato due pagamenti a un fornitore prima di avviare la procedura di concordato preventivo. Il liquidatore ha promosso un'azione di `revocatoria fallimentare` per rendere inefficaci tali pagamenti. I giudici di merito hanno respinto la domanda, ritenendo non provata la `scientia decoctionis` (cioè la conoscenza dello stato di insolvenza) da parte del fornitore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del liquidatore. Ha ribadito che la valutazione della `scientia decoctionis`, anche tramite presunzioni, è un compito del giudice di merito e non può essere riesaminata in Cassazione, a meno di errori di diritto.
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Revocatoria fallimentare: il preliminare non salva la vendita immobiliare
Un acquirente ha comprato un appartamento da una società. Successivamente, la società è fallita. Il curatore fallimentare ha avviato un'azione di **revocatoria fallimentare** contro la vendita, sostenendo una notevole sproporzione tra il prezzo pagato e il valore di mercato. I giudici di merito hanno accolto la domanda. L'acquirente ha impugnato, sostenendo che si dovesse considerare il contratto preliminare e le migliorie apportate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ribadito che per la **revocatoria fallimentare** di una compravendita, i presupposti (sproporzione e conoscenza dello stato di insolvenza) vanno valutati al momento del contratto definitivo, non del preliminare non trascritto.
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Azione revocatoria fallimentare: stop della Cassazione sul rito
Una società fornitrice ha impugnato la condanna alla restituzione di oltre quattrocentoventimila euro versati da una grande impresa edile poi sottoposta ad amministrazione straordinaria. La procedura concorsuale ha attivato con successo una azione revocatoria fallimentare per recuperare il denaro versato nel periodo sospetto. Dopo la conferma della condanna in appello, la società soccombente ha proposto ricorso per Cassazione contestando la legittimità della richiesta restitutoria. La Suprema Corte, esaminando la causa, ha rilevato la mancanza delle conclusioni scritte obbligatorie del Procuratore Generale. I giudici hanno dunque rinviato la trattazione del giudizio a nuova udienza per acquisire il parere del magistrato requirente prima di esaminare il merito della lite.
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Revocatoria fallimentare: la conoscenza dell’insolvenza non si nasconde
Un'Azienda in amministrazione straordinaria ha agito in giudizio per dichiarare inefficaci, tramite **revocatoria fallimentare**, alcuni pagamenti ricevuti da un Fornitore. Il Fornitore sosteneva di non essere a conoscenza dello stato di insolvenza dell'Azienda. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione che ha riconosciuto l'inefficacia dei pagamenti. Ha stabilito che la conoscenza dello stato di insolvenza può essere provata con indizi, come ritardi sistematici nei pagamenti, dati di bilancio pubblici e notizie di stampa. Il Fornitore, data la sua dimensione, avrebbe dovuto monitorare la situazione. La sentenza ha condannato il Fornitore a restituire l'intero importo.
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Patrimonio ricco ma senza liquidità: c’è stato di insolvenza
Una società immobiliare ha impugnato la dichiarazione del proprio fallimento. L'impresa sosteneva di possedere un ingente patrimonio immobiliare di valore superiore ai debiti complessivi e contestava l'assenza di protesti o pignoramenti. I giudici hanno invece accertato il mancato pagamento continuato verso la banca di riferimento, i professionisti contabili e l'impresa edile, oltre al ricorso a debiti ulteriori per tentare di colmare le perdite pregresse. La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento della società. I giudici di legittimità hanno chiarito che lo stato di insolvenza sussiste quando l'imprenditore non riesce ad adempiere con mezzi ordinari e liquidità pronta, a prescindere dal valore teorico o contabile dei beni immobili non prontamente realizzabili.
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Pagamento Debito Altrui in Crisi: Inefficacia Pagamenti in Amministrazione Straordinaria
Un'azienda in Amministrazione Straordinaria ha pagato un debito di una sua controllata a un fornitore. La procedura concorsuale ha chiesto di dichiarare l'inefficacia pagamenti in amministrazione straordinaria. La Corte d'Appello ha accolto, qualificando il pagamento come atto gratuito perché l'azienda che ha pagato non ha dimostrato un vantaggio economico concreto. Il fornitore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il pagamento non era gratuito data la prassi tra società del gruppo. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il pagamento del debito altrui da parte di un terzo è gratuito se il pagante non riceve un vantaggio economico diretto e provabile, anche tra società collegate.
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Revocatoria fallimentare e banche: quando la prova non basta
Il Fallimento di una società ha proposto un'azione di revocatoria fallimentare contro un istituto di credito per ottenere la restituzione di circa 55.000 euro versati dall'impresa prima del fallimento. Il Curatore sosteneva che la banca fosse a conoscenza dello stato di insolvenza al momento del versamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della curatela, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno accertato che la segnalazione alla Centrale Rischi e i protesti erano avvenuti solo dopo il pagamento conteso. Mancano quindi le prove presuntive gravi, precise e concordanti idonee a dimostrare la consapevolezza dello stato di crisi da parte dell'istituto bancario. Di conseguenza, la banca trattiene legittimamente le somme ricevute e la procedura fallimentare viene condannata alle spese di giudizio.
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Revocatoria Fallimentare: Pagamenti Anomali alla Banca Revocati
La Corte di Cassazione ha confermato la validità della revocatoria fallimentare contro una banca. Un'azienda, prima di fallire, aveva effettuato pagamenti a una banca tramite rimesse su conti scoperti e mandati irrevocabili all'incasso. Il curatore fallimentare ha chiesto di dichiarare inefficaci questi pagamenti, avvenuti nel periodo sospetto, perché considerati 'anomali' e a beneficio di un creditore consapevole dello stato di decozione. La banca ha sostenuto che si trattava di cessioni di credito o che il fido esisteva. La Cassazione ha respinto il ricorso della banca, ribadendo che tali operazioni costituivano pagamenti anomali e quindi revocabili, condannando la banca a restituire oltre un milione di euro.
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Azione revocatoria in amministrazione straordinaria: vince la procedura
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Lavoratore che contestava l'efficacia di un'azione revocatoria in amministrazione straordinaria. Il Lavoratore aveva ricevuto un pagamento da un'Azienda in crisi, poi sottoposta ad amministrazione straordinaria, che aveva chiesto la restituzione della somma. Il Lavoratore sosteneva l'incompatibilità con il diritto europeo sugli aiuti di Stato, la prescrizione dell'azione e la mancanza di legittimazione attiva dell'Azienda. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando la piena validità dell'azione revocatoria in amministrazione straordinaria e ribadendo che la prescrizione decorre dalla nomina del commissario. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Banca e Garanzia Finanziaria nel Fallimento: Cassazione annulla per motivazione insufficiente
Una Banca aveva un credito ammesso al passivo di un fallimento, ma solo come chirografario (non garantito), nonostante avesse ricevuto titoli in pegno. Questo accadeva dopo che una precedente escussione del pegno era stata revocata con un'azione revocatoria fallimentare. La Banca ha contestato la decisione, sostenendo che il pegno dovesse essere considerato una garanzia finanziaria nel fallimento. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, affermando che il pegno non rientrava nella normativa sulle garanzie finanziarie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Banca, rilevando che la motivazione del Tribunale era insufficiente. La Cassazione ha quindi annullato la decisione e rinviato il caso al Tribunale di Prato per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo beni: immobile frutto di reato resta bloccato
Un immobile, ritenuto profitto di reati di bancarotta fraudolenta e tributari commessi da un Indagato, è stato sottoposto a sequestro preventivo. La Terza Interessata, nuova compagna dell'Indagato e intestataria formale del bene, ha contestato il provvedimento. Ha sostenuto che una transazione con il fallimento e un mutuo ipotecario eliminassero il rischio di sottrazione del bene. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il sequestro preventivo beni era legittimo. I vincoli esistenti sull'immobile non ne garantivano l'assoluta indisponibilità, mantenendo il rischio di atti dispositivi.
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Pegno regolare e revocatoria fallimentare: la banca perde
Un istituto di credito ha preteso di trattenere somme derivanti dall'escussione di pegni su strumenti finanziari di una società poi fallita, invocando la compensazione. Il Fallimento ha chiesto la revoca dei versamenti eseguiti nel periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha stabilito che la garanzia stipulata era un pegno regolare e revocatoria fallimentare pienamente applicabile, in quanto la banca non aveva acquisito la proprietà dei titoli ma solo un incarico di gestione. Senza il passaggio di proprietà dei beni, la banca non poteva applicare la compensazione diretta ed era obbligata a restituire le somme incassate. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'istituto bancario, confermando la sua condanna a restituire alla curatela oltre 360 mila euro oltre alle spese legali.
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Virus sul server e procura errata: improcedibilità del ricorso
Una società ha proposto ricorso in Cassazione contro il fallimento di un'azienda per contestare una revocatoria fallimentare. Tuttavia, il difensore ha inviato per via telematica una procura alle liti errata, riferita a un condominio estraneo alla causa. La società ha cercato di giustificare l'errore adducendo un attacco informatico al proprio server e ha ridepositato la procura corretta in un secondo momento. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso, stabilendo che la mancanza della procura speciale nei termini non è sanabile e che la parte risponde dei malfunzionamenti dei propri strumenti informatici. Anche il controricorso del fallimento è stato dichiarato inammissibile perché depositato in ritardo. La società ricorrente deve versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Azione revocatoria fallimentare: stop a rimborsi e presunzioni
Una società in amministrazione straordinaria ha promosso una azione revocatoria fallimentare contro una banca capofila e altri istituti di un pool finanziatore. L'obiettivo era ottenere la restituzione di circa 9 milioni di euro pagati prima del crac. La Corte di Appello aveva condannato la sola banca mandataria capofila, anticipando la conoscenza dello stato di insolvenza rispetto alla perizia tecnica d'ufficio e basandosi sugli esiti di altre sentenze. La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi degli istituti bancari. I giudici di legittimità hanno ritenuto viziata la motivazione d'appello, censurando l'uso improprio di esiti di processi paralleli senza un autonomo esame critico degli indizi temporali. La Suprema Corte ha annullato la condanna, rinviando gli atti ai giudici d'appello per una nuova valutazione.
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Bancarotta preferenziale: pagamenti leciti per salvare l’azienda
La curatela fallimentare ha citato in giudizio l'ex amministratrice e alcuni istituti di credito per ottenere un risarcimento danni milionario. L'accusa contestava pagamenti eseguiti in base a un accordo transattivo prima del dissesto, qualificandoli come bancarotta preferenziale. I giudici di merito hanno respinto le pretese risarcitorie, non ravvisando insolvenza all'epoca dei versamenti né l'intenzione dolosa di favorire specifici creditori a discapito di altri. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il verdetto. La Suprema Corte ha chiarito che non sussiste bancarotta preferenziale se i pagamenti mirano a salvare l'attività economica e si collegano a entrate concrete come la vendita di immobili, escludendo la responsabilità civile dell'organo amministrativo e delle banche creditrici.
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Retrodatazione del periodo sospetto: la banca perde l’ipoteca
Un istituto di credito iscriveva ipoteca giudiziale sui beni di una società debitrice. Poco dopo, l'azienda presentava domanda di concordato preventivo con riserva. Il Tribunale dichiarava inammissibile il concordato per omesso deposito del piano e, successivamente, dichiarava il fallimento della società. La banca chiedeva l'ammissione al passivo come creditore privilegiato ipotecario. Il giudice delegato e il Tribunale revocavano l'ipoteca, collocando il credito al rango chirografario (senza garanzie) per effetto della retrodatazione del periodo sospetto alla data di presentazione del concordato. La banca ricorreva in Cassazione, sostenendo che la mancata ammissione al concordato impedisse di anticipare il calcolo temporale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, confermando la piena validità della retrodatazione a tutela della massa dei creditori.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde e paga la sanzione
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro un istituto di credito per dichiarare inefficaci i pagamenti ricevuti nell'anno precedente al fallimento. La banca aveva trattenuto unilateralmente somme versate da terzi dopo la chiusura dei conti correnti, registrandole come recupero del proprio credito. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del Fallimento, ritenendo provata la consapevolezza dello stato di insolvenza della società da parte della banca tramite indizi precisi, come la revoca degli affidamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, confermando che trattenere rimesse su conti già chiusi costituisce un mezzo anomalo di pagamento soggetto a revocatoria fallimentare. La banca è stata inoltre condannata per lite temeraria al pagamento di pesanti sanzioni pecuniarie.
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Revocatoria fallimentare: pagare debiti vecchi costa il doppio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società creditrice contro la sentenza che accoglieva la revocatoria fallimentare di alcuni pagamenti ricevuti. I pagamenti, pari a circa 34.000 euro, erano avvenuti nel periodo sospetto con modalità del tutto anomale, come accollo da parte di terzi, cambiali non pagate e cessioni di credito, per saldare vecchie forniture. La Corte ha confermato che la creditrice conosceva lo stato di insolvenza della debitrice, avendo essa stessa presentato istanza di fallimento contro di lei. Oltre alla perdita delle somme, la creditrice è stata condannata per responsabilità aggravata a causa dell'abuso dello strumento processuale, dovendo pagare pesanti sanzioni sia alla procedura fallimentare sia alla Cassa delle Ammende.
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Revocatoria fallimentare: pagare un debito può costare il doppio
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di tre pagamenti, per un totale di 150.000 euro, eseguiti da un'impresa edile poco prima del suo fallimento a favore di una società fornitrice. La Curatela fallimentare ha promosso con successo l'azione di revocatoria fallimentare. I giudici hanno ritenuto provata la conoscenza dello stato di insolvenza (scientia decoctionis) da parte della creditrice. Tale consapevolezza derivava da elementi precisi: la presenza di numerosi protesti pubblici, l'anomalia dei pagamenti eseguiti a ridosso del fallimento e la stretta operatività nello stesso settore e territorio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della società fornitrice, poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti di causa, condannandola anche per lite temeraria.
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Azione revocatoria fallimentare: nullo il giroconto sospetto
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di un'operazione di compensazione triangolare di crediti, qualificandola come mezzo anormale di pagamento. Una società, poi fallita, aveva estinto il proprio debito verso un creditore attraverso un giroconto in compensazione con una terza azienda collegata. Il curatore ha promosso un'azione revocatoria fallimentare per recuperare la somma. I giudici hanno stabilito che l'operazione è revocabile poiché il creditore era a conoscenza dello stato di insolvenza del debitore (scientia decotionis) e ha accettato un pagamento insolito per evitare il concorso con gli altri creditori. Il ricorso della società creditrice è stato dichiarato inammissibile, confermando l'obbligo di restituire oltre 76.000 euro al fallimento.
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