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Art. 667 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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135 provvedimenti

Altri anni per Art. 667 Codice di Procedura Penale

Correzione errore materiale: stop alle modifiche d’ufficio
Il Giudice dell'esecuzione aveva inserito d'ufficio in una sentenza di patteggiamento irrevocabile la revoca di alcune prestazioni previdenziali a carico del Condannato. Per farlo, aveva utilizzato la procedura di correzione errore materiale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice dell'esecuzione non può utilizzare lo strumento della correzione errore materiale per modificare d'ufficio una sentenza di cognizione ormai definitiva. Qualsiasi intervento sulla sentenza irrevocabile richiede l'avvio di un formale procedimento di esecuzione, il quale non può mai essere attivato d'ufficio ma necessita obbligatoriamente dell'istanza di una delle parti (pubblico ministero, difensore o interessato). Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata, ripristinando la situazione originaria a favore del Condannato.
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Istanza di riabilitazione: no alla recidiva se il reato è estinto
Un cittadino ha presentato un'istanza di riabilitazione per ripulire la propria fedina penale da due vecchie sentenze. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta, ritenendo l'uomo recidivo e pretendendo il decorso di ben otto anni dall'ultima condanna. Il richiedente ha fatto ricorso, evidenziando che il primo reato era ormai estinto e che la seconda sentenza lo aveva dichiarato non punibile per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione, senza entrare nel merito della recidiva, ha accolto il ricorso sotto il profilo procedurale: ha riqualificato l'atto come opposizione e ha rispedito gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Palermo. Ora il tribunale locale dovrà rivalutare il caso in un'apposita udienza in contraddittorio, dando una concreta speranza al cittadino di ottenere la riabilitazione.
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Giudicato esecutivo: lo sconto di pena non si tocca dopo 10 anni
Il Condannato, originariamente condannato all'ergastolo poi commutato in trenta anni di reclusione per via del rito abbreviato, aveva ottenuto nel 2010 l'applicazione dell'indulto di tre anni sulla pena complessiva. Nel 2021, su richiesta del Procuratore Generale, il giudice dell'esecuzione modificava tale calcolo, applicando l'indulto prima della riduzione per il rito abbreviato, annullando di fatto lo sconto di pena. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Condannato e annulla senza rinvio il provvedimento del 2021. La Suprema Corte stabilisce che sulla decisione del 2010 si era ormai formato il giudicato esecutivo, non impugnato nei termini di legge. Di conseguenza, in assenza di elementi di novità, la misura della pena non poteva essere rideterminata in senso sfavorevole al reo.
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Giudicato esecutivo: no al ricalcolo della pena dopo dieci anni
Il caso riguarda un uomo condannato a trent'anni di reclusione a cui, nel 2010, era stato concesso un indulto di tre anni sulla pena complessiva. Dieci anni dopo, la Procura Generale ha chiesto di ricalcolare la pena, applicando l'indulto prima dei limiti di legge e dello sconto per il rito abbreviato, riducendo così il beneficio per il condannato. Il giudice dell'esecuzione ha accolto la richiesta, ma la Corte di Cassazione ha annullato tale decisione. La Suprema Corte ha stabilito che il provvedimento del 2010, non essendo stato opposto nei quindici giorni previsti, era ormai coperto da giudicato esecutivo. Di conseguenza, in assenza di fatti nuovi, la decisione originaria non poteva più essere modificata a svantaggio del condannato.
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Riabilitazione penale: no al rifiuto automatico senza udienza
Una cittadina straniera ha richiesto la riabilitazione penale per una vecchia condanna del 2005. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda senza udienza, ritenendo ostativo un successivo reato archiviato per particolare tenuità del fatto. La donna ha fatto ricorso in Cassazione evidenziando la sua condotta esemplare, il lavoro stabile e l'integrazione familiare. La Suprema Corte ha accolto la tesi difensiva sotto il profilo procedurale: poiché il primo rifiuto è avvenuto senza udienza (de plano), il ricorso deve essere riqualificato come opposizione. Di conseguenza, la Cassazione ha trasmesso gli atti nuovamente al Tribunale di Sorveglianza di Trento per instaurare un regolare contraddittorio e riesaminare il caso.
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Confisca per sproporzione: i familiari perdono i beni del boss
Il caso riguarda la richiesta di restituzione di tre libretti di risparmio, una polizza vita e un'auto, avanzata dai familiari di un esponente della criminalità organizzata. I beni erano stati sequestrati nel 2009 perché ritenuti fittiziamente intestati a moglie e figlio. I ricorrenti sostenevano che i beni dovessero essere restituiti poiché il processo a loro carico si era concluso con la prescrizione. La Corte di Cassazione ha invece respinto il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che i beni rientrano nella confisca per sproporzione disposta con la condanna definitiva del reale proprietario (il capofamiglia), in quanto i familiari non sono riusciti a dimostrare la provenienza lecita delle risorse utilizzate per l'acquisto, data l'evidente sproporzione rispetto ai loro redditi dichiarati.
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Opposizione alla confisca: tre giorni di ritardo costano l’auto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro il provvedimento di confisca della propria autovettura. Il giudice dell'esecuzione aveva ordinato la misura poiché la sentenza penale di condanna era ormai definitiva. Il proprietario ha proposto opposizione alla confisca oltre il termine tassativo di quindici giorni previsto dalla legge, avendola presentata dopo diciotto giorni dalla notifica. La Suprema Corte ha chiarito che il rispetto di questa scadenza è un requisito fondamentale e preliminare. Di conseguenza, il ritardo impedisce al giudice di esaminare qualsiasi altra contestazione, compresa quella sulla validità della notifica della sentenza principale. Il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca del decreto penale di condanna: salvo il ricorso errato
Un automobilista chiedeva la revoca del decreto penale di condanna per guida senza patente, sostenendo che il fatto fosse stato depenalizzato. Il Giudice per le indagini preliminari rigettava la richiesta, ritenendo il reato non depenalizzato in quanto commesso da soggetto sottoposto a misura di prevenzione. L'automobilista proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, applicando il principio del favor impugnationis, ha stabilito che contro il diniego di revoca del giudice dell'esecuzione l'unico rimedio esperibile è l'opposizione, anche se il giudice ha deciso con udienza camerale. Di conseguenza, la Corte ha convertito il ricorso in opposizione e ha trasmesso gli atti al Tribunale competente per la decisione.
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Estinzione della pena per decorso del tempo: vince il condannato
Il Condannato ha chiesto al Tribunale l'estinzione della pena per decorso del tempo relativa a una condanna del 2010, oltre alla sospensione di un cumulo di pene e alla restituzione nel termine per chiedere misure alternative, evidenziando di essere stato detenuto all'estero. Il Tribunale ha respinto le richieste definendo genericamente il soggetto come "recidivo" e ignorando la detenzione estera. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che l'estinzione della pena per decorso del tempo non è esclusa dalla semplice recidiva se questa non è stata accertata nei tempi e nei modi previsti dalla legge. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio al Tribunale per un nuovo e corretto esame del caso.
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Reati della stessa indole: clandestinità e limiti all’estinzione
Il Condannato ha richiesto l'estinzione di una pena pecuniaria per decorso del tempo. Il Tribunale ha respinto la domanda, ritenendo che altre condanne successive riguardassero reati della stessa indole, bloccando così la prescrizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per qualificare i comportamenti come reati della stessa indole, non basta basarsi sulla condizione di clandestinità del soggetto. È necessario un accertamento concreto sull'omogeneità dei beni protetti, delle modalità esecutive e dei motivi a delinquere. La Cassazione ha quindi annullato la decisione, ordinando un nuovo esame.
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Riabilitazione penale: sì al beneficio anche se si è poveri
Il Tribunale di Sorveglianza negava la riabilitazione penale a un condannato perché non aveva risarcito le vittime né pagato le spese processuali. Il richiedente ricorreva in Cassazione evidenziando il proprio stato di totale indigenza, con reddito pari a zero, e l'impossibilità di rintracciare le persone offese a distanza di ventisette anni dai fatti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancanza assoluta di reddito giustifica il mancato adempimento delle obbligazioni civili e rimuove l'ostacolo alla concessione del beneficio. Inoltre, i giudici di merito avrebbero dovuto indicare come rintracciare le vittime anziché rigettare l'istanza in modo automatico. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento con rinvio per un nuovo esame.
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Restituzione di beni sequestrati: ricorso errato, diritto salvo
Una donna, in qualità di terza interessata, richiede la restituzione di beni sequestrati, nello specifico una somma di denaro derivante dalla vendita di alcuni orologi di sua proprietà. Il denaro era stato sequestrato a un altro soggetto. Il Giudice dell'esecuzione respinge la richiesta senza formalità. La donna presenta ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte stabilisce che il ricorso non è nullo, ma deve essere convertito in opposizione. Questo strumento consente al giudice locale di riesaminare il caso in un'udienza formale. La Cassazione dispone quindi la trasmissione degli atti al Tribunale di provenienza per procedere con l'opposizione.
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Sequestro preventivo per equivalente: errore fatale per il terzo
Il giudice per le indagini preliminari disponeva un sequestro preventivo per equivalente nei confronti di due indagati. La Guardia di Finanza eseguiva il provvedimento bloccando anche i beni immobili intestati a una società terza, ritenendoli nella disponibilità effettiva di uno degli indagati. La società terza presentava istanza di restituzione dei beni, qualificata come incidente di esecuzione, che veniva rigettata. La società proponeva quindi ricorso diretto in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il terzo che rivendica la proprietà di beni sottoposti a sequestro preventivo per equivalente deve proporre appello cautelare e non ricorso diretto per cassazione. Essendo scaduto il termine di dieci giorni per l'appello, il ricorso non può essere convertito e la società perde la causa, venendo condannata anche al pagamento delle spese.
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Incidente di esecuzione: l’errore che costa il camion all’asta
Un'azienda terza acquirente ha richiesto la revoca della confisca di un autocarro, precedentemente sequestrato per reati fiscali a un'altra società e poi acquistato tramite asta fallimentare. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta. L'azienda ha proposto direttamente ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, contro i provvedimenti emessi senza formalità dal giudice dell'esecuzione, l'unico rimedio esperibile è l'opposizione davanti allo stesso giudice. Tale rimedio rientra nell'incidente di esecuzione e non può essere convertito automaticamente in un ricorso per cassazione, poiché non appartiene alla categoria delle impugnazioni in senso stretto. L'azienda ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Riabilitazione dalle misure di prevenzione: come fare ricorso
Il Sottoposto alla Misura ha chiesto la riabilitazione dalle misure di prevenzione dopo aver scontato quattro anni di sorveglianza speciale. La Corte di Appello ha respinto la richiesta, ritenendo non provata la rottura dei legami con la criminalità organizzata. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione, evidenziando la propria assoluzione definitiva e la condotta esemplare. La Suprema Corte non ha deciso sul merito, ma ha affrontato una questione procedurale: il ricorso contro il diniego di riabilitazione deve essere trattato come opposizione davanti allo stesso giudice di appello. Di conseguenza, la Cassazione ha riqualificato il ricorso e ha restituito gli atti alla Corte di Appello di Palermo per la decisione.
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