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Art. 640 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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1935 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Truffa contrattuale: incassa i soldi ma l’auto non esiste
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di truffa contrattuale. L'imputato aveva incassato 6.000 euro da una donna per l'acquisto di un'auto di cui non disponeva, restituendone solo 500. La difesa contestava la credibilità della vittima e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sull'attendibilità della persona offesa spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, se logicamente motivata. Inoltre, il diniego delle attenuanti è stato giustificato dai gravi precedenti penali dell'uomo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricettazione di assegni rubati: la finta ignoranza non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di truffa e ricettazione di assegni rubati a carico di un'imputata. La donna, in concorso con un complice, aveva acquistato della merce pagandola con assegni di provenienza illecita. La difesa sosteneva la mancanza di prove sulla consapevolezza dell'origine furtiva dei titoli. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che i giudici di merito hanno ampiamente e logicamente dimostrato l'intesa tra i coimputati e la consapevolezza della provenienza illecita degli assegni. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: pagare all’inizio per poi sparire
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale a carico di un acquirente. L'imputato aveva inizialmente effettuato e pagato regolarmente alcuni piccoli acquisti di merce per conquistare la fiducia del venditore. Successivamente, ha ordinato quantitativi di merce molto più consistenti senza pagarli, scomparendo nel nulla. La Suprema Corte ha stabilito che questo comportamento costituisce un vero e proprio raggiro, in quanto l'inadempimento era frutto di un piano fraudolento studiato fin dall'inizio. Inoltre, la Corte ha respinto la richiesta di estinzione del reato per condotte riparatorie, poiché l'imputato non ha mai risarcito la vittima nonostante i numerosi rinvii concessi dal giudice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna penale.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo non si cancella
L'Imputato, accusato di truffa, ha concordato con il Pubblico Ministero una pena di 8 mesi di reclusione e 200 euro di multa tramite patteggiamento. Successivamente, il suo difensore ha presentato un ricorso contro il patteggiamento, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto prosciogliere l'assistito per mancanza di prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta di patteggiamento equivale a un'ammissione del fatto. Di conseguenza, il giudice può pronunciare il proscioglimento immediato solo se l'innocenza emerge in modo evidente dagli atti. Poiché nel caso specifico non vi era alcuna prova lampante di innocenza, il ricorso è stato respinto e l'Imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la truffa resta condanna
L'Imputato, condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di truffa, ha proposto ricorso lamentando l'assenza di raggiri e artifizi. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano generici e riproducevano le stesse contestazioni già respinte in appello. A causa di questa decisione, la Suprema Corte ha chiarito che non è possibile dichiarare la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello, in quanto l'inammissibilità impedisce la nascita di un valido rapporto processuale. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Truffa contrattuale: la casa vacanze fantasma costa caro
Un uomo ha pubblicizzato online una casa vacanze inesistente, incassando 750 euro da un cliente prima di rendersi irreperibile. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale a carico dell'imputato. I giudici hanno ritenuto decisive le prove raccolte, tra cui l'intestazione del conto corrente su cui è stato effettuato il bonifico e della scheda SIM usata per i contatti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, escludendo anche la particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali dell'uomo, sintomatici di una condotta abituale. L'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la truffa
L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa aggravata dalla rilevante entità del danno patrimoniale causato alla vittima. Egli ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti e la sussistenza dell'aggravante. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano generici e ripetitivi rispetto a quanto già dedotto in appello, senza confrontarsi con le motivazioni dei giudici di secondo grado. Di conseguenza, l'inammissibilità ha precluso anche la possibilità di rilevare l'eventuale prescrizione del reato maturata successivamente. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Validità della querela: no ai cavilli se la truffa è reale
L'Imputato è stato condannato a nove mesi di reclusione per truffa e falsificazione di bollettini postali. Egli ha proposto ricorso in Cassazione contestando, tra l'altro, la validità della querela presentata dalla persona offesa, sostenendo che mancasse una chiara volontà di punizione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che, ai fini della validità della querela, l'atto denominato "denuncia-querela" e sottoscritto dalla vittima esprime in modo inequivocabile la volontà di procedere penalmente contro il responsabile, specialmente se contiene la riserva di costituirsi parte civile. Inoltre, la Corte ha escluso l'ipotesi di falso grossolano, poiché è stato necessario effettuare verifiche presso Poste Italiane per accertare l'irregolarità dei pagamenti.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: sanzione da 3000 euro
Due imputati, condannati in primo grado per truffa, ottengono in appello la dichiarazione di prescrizione del reato, ma restano obbligati al risarcimento dei danni civili. Gli stessi propongono ricorso dinanzi alla Suprema Corte contestando nuovamente la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati sono meramente ripetitivi di questioni già ampiamente e correttamente risolte dai giudici d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Reato di truffa: la foto inchioda il colpevole in Cassazione
Un uomo, condannato per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'attendibilità della vittima e la validità del riconoscimento fotografico effettuato durante le indagini. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione se la decisione precedente è logicamente motivata. Nel caso specifico, il riconoscimento fotografico era pienamente attendibile poiché la vittima aveva trascorso del tempo con l'autore del reato e la polizia aveva riscontrato i fatti tramite tabulati telefonici. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa, ricorso per cassazione inammissibile: condanna confermata
Un uomo, condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di truffa, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione contestando la propria responsabilità penale e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che i motivi presentati dalla difesa erano del tutto generici e miravano esclusivamente a ottenere una nuova valutazione delle prove e dei fatti, operazione preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna originaria è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentata truffa: la pena è ridotta ma la Cassazione non fa sconti
Un uomo, condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di tentata truffa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sanzione era stata correttamente quantificata al di sotto della media edittale. Inoltre, la riduzione per il tentativo non doveva essere applicata nella misura massima, dato lo stadio molto avanzato dell'azione criminosa. Le contestazioni sulla pericolosità sociale del condannato sono state ritenute generiche e ripetitive. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la truffa costa cara
Un cittadino, condannato per il reato di truffa, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando la propria responsabilità penale e la severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dalla difesa erano del tutto generici. Il ricorrente si è limitato a riproporre contestazioni astratte, senza confrontarsi criticamente con le dettagliate motivazioni già espresse dalla Corte di Appello. Di conseguenza, i giudici non hanno potuto esaminare il merito della vicenda. Oltre al rigetto del ricorso, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Truffa: no alla particolare tenuità del fatto con precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per truffa. Il ricorrente invocava l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la gravità delle modalità della condotta e la presenza di precedenti penali della stessa indole dimostrano l'abitualità del comportamento illecito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato con destrezza: ricorso respinto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa e furto aggravato con destrezza. L'imputato contestava la propria identificazione fotografica e la sussistenza dell'aggravante della destrezza. I giudici di legittimità hanno chiarito che tali contestazioni riguardano valutazioni di fatto, già ampiamente e logicamente motivate nei precedenti gradi di giudizio, e non possono essere riesaminate in sede di Cassazione. La sentenza d'appello aveva infatti evidenziato un riconoscimento fotografico preciso e il contributo concreto dell'uomo all'azione dei complici. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Reato continuato: la scelta di vita non cancella il cumulo
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per tre condanne definitive per truffa e sostituzione di persona commesse tra il 2012 e il 2015. La Corte d'Appello ha respinto l'istanza evidenziando l'assenza di un disegno criminoso unitario e la presenza di una semplice scelta di vita delinquenziale, caratterizzata da un ampio divario temporale tra i fatti. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'omogeneità delle truffe online commesse. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il reato continuato richiede una programmazione iniziale specifica e non una generica dedizione al crimine. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Sostituzione di persona: la condanna non si assorbe nella truffa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentata truffa, falsità materiale e sostituzione di persona. L'imputato aveva tentato di raggirare una cassiera in un negozio, ma era stato scoperto grazie all'attenzione di quest'ultima. La Suprema Corte ha chiarito che il responsabile del punto vendita, in quanto custode dei beni, è pienamente legittimato a sporgere querela. Inoltre, i giudici hanno stabilito che i reati di falso e sostituzione di persona non possono essere assorbiti nella truffa, poiché tutelano beni giuridici differenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di truffa: auto non disponibile ma acconto incassato
Il Venditore ha convinto L'Acquirente che un veicolo fosse in pronta consegna, incassando un acconto per la vendita. In realtà, il mezzo non era disponibile. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa, dichiarando inammissibile il ricorso del Venditore. I giudici hanno chiarito che mentire sulla disponibilità immediata di un bene per ottenere un anticipo integra un vero e proprio raggiro. Il ricorrente, oltre a perdere la causa, è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Reato di truffa: false rassicurazioni e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva convinto la vittima a consegnargli del denaro attraverso false rassicurazioni, concretizzando una condotta ingannevole ed efficace. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna, evidenziando che i motivi del ricorso erano generici e non contestavano direttamente le motivazioni della Corte d'Appello. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto legittimo il diniego delle circostanze attenuanti generiche, giustificato dai precedenti penali del condannato. Di conseguenza, l'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Truffa sentimentale: quando l’amore simulato diventa reato
Una donna ha finto un legame affettivo per spillare denaro al partner. La Corte d'Appello l'ha condannata per il reato di truffa. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione, contestando genericamente la decisione senza smontare le prove raccolte. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che mentire spudoratamente all'interno di una relazione sentimentale per ottenere denaro configura una vera e propria truffa sentimentale. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'imputata deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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