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Art. 640-bis Codice Penale — Anno 2022

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89 provvedimenti

Altri anni per Art. 640-bis Codice Penale

Sequestro crediti superbonus: blocco valido anche per la banca
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro crediti superbonus per oltre 46 milioni di euro applicato a un istituto bancario, terzo cessionario estraneo alle indagini. L'indagine penale riguardava una maxi truffa aggravata per lavori edilizi mai eseguiti. L'istituto finanziario ha contestato il vincolo sostenendo la propria totale buona fede e la natura autonoma del credito fiscale acquistato. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il credito d'imposta derivante da agevolazioni edilizie mantiene una natura derivativa e non nasce a titolo originario. Di conseguenza, i crediti generati da frodi fiscali costituiscono cose pertinenti al reato e possono subire il sequestro preventivo impeditivo anche se detenuti nel cassetto fiscale di terzi acquirenti del tutto ignari dell'illecito originario.
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Reddito di cittadinanza: sequestro annullato dopo trent’anni
La Corte di Cassazione affronta la compatibilità tra condanne penali passate e accesso al Reddito di cittadinanza. Il giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro preventivo delle somme erogate a due beneficiari, accusati di truffa aggravata. Il primo richiedente aveva subito una condanna per mafia nel decennio precedente, requisito preclusivo assoluto che rende il suo ricorso inammissibile. Il secondo richiedente, invece, riportava una condanna definitiva risalente a oltre trenta anni prima, con applicazione della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso di quest'ultimo e annullato il sequestro. La Corte ha stabilito che la disciplina speciale del sussidio prevale sulle sanzioni accessorie generali, limitando le esclusioni ai reati gravi commessi negli ultimi dieci anni.
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Truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale: stop ai ricorsi
Un farmacista, un dipendente e alcuni medici di base sono stati condannati per una complessa Truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale. La Guardia di Finanza ha scoperto nella farmacia centinaia di farmaci privi di fustelle e cartelline con i bollini associati a ricette false intestate a pazienti ignari o deceduti. Gli imputati hanno contestato la genericità del capo d'imputazione e la mancata restituzione degli atti al Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che l'invito del giudice a integrare l'imputazione costituisce una nullità a regime intermedio. Questa nullità deve essere eccepita immediatamente dalla difesa presente in udienza, pena la sanatoria del vizio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato le condanne e il risarcimento dei danni in favore dell'Azienda Sanitaria.
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Confisca nel patteggiamento: l’accordo non salva il bottino
Due soggetti hanno patteggiato la pena di un anno di reclusione per truffa aggravata finalizzata a ottenere erogazioni pubbliche e omessa comunicazione all'INPS di variazioni di reddito. Il giudice di merito ha però omesso di disporre la confisca della somma indebitamente percepita, pari a circa tremila euro. Il Procuratore generale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca nel patteggiamento è una misura di sicurezza obbligatoria per legge per questo tipo di reato e non può essere esclusa dall'accordo tra le parti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata confisca, rinviando la decisione al Tribunale per determinare l'esatto importo da sottrarre.
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Truffa ai danni dello Stato: condannato il dipendente assenteista
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di Truffa ai danni dello Stato nei confronti di un dipendente pubblico. L'imputato si allontanava dal posto di lavoro senza registrare l'uscita, inducendo in errore l'amministrazione sulla sua effettiva presenza in servizio. La difesa ha presentato ricorso, contestando la qualificazione del fatto e chiedendo le attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando anche l'inefficacia di una rinuncia inviata via PEC senza firma del ricorrente. Di conseguenza, il lavoratore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: quando non è truffa
Un professionista, accusato di truffa aggravata per aver reso false dichiarazioni sulla mancanza di incompatibilità con una clinica privata, ha impugnato il sequestro dei suoi beni e la sospensione dal servizio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando la necessità di ridefinire la qualificazione giuridica del fatto. I giudici hanno chiarito che, se l'ente pubblico si limita a recepire l'autocertificazione senza svolgere verifiche autonome, si configura il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e non quello di truffa aggravata. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio al Tribunale di Catanzaro per una nuova valutazione dei fatti e delle motivazioni del sequestro.
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Truffa erogazioni pubbliche: reato prescritto ma beni confiscati
Due imprenditori venivano condannati per truffa erogazioni pubbliche, consumata e tentata, ai danni della Regione Toscana. Gli imputati avevano simulato l'esistenza di sedi fittizie in Toscana e schermato la proprietà aziendale tramite una società fiduciaria per aggirare i divieti del bando e ottenere indebitamente finanziamenti per un prototipo navale. La Cassazione ha dichiarato prescritto il reato tentato per entrambi i ricorrenti, applicando l'effetto estensivo dell'impugnazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato nel resto i ricorsi, confermando la responsabilità civile per il risarcimento del danno in favore dell'ente pubblico e la legittimità della confisca per equivalente del profitto del reato, applicabile anche in presenza di prescrizione ai sensi dell'art. 578-bis c.p.p.
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Falso reddito: è indebita percezione di erogazioni pubbliche
Un imprenditore ha ottenuto un finanziamento bancario di 13.000 euro garantito dallo Stato, presentando una falsa dichiarazione dei redditi. In realtà, l'uomo era un evasore totale. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro della somma, qualificando il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno chiarito che la garanzia statale trasforma il prestito privato in un'erogazione pubblica. Poiché l'istituto di credito ha concesso il denaro in modo quasi automatico sulla base di una semplice autocertificazione, senza una reale istruttoria che potesse indurlo in errore, non si configura la truffa ma il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. L'importo supera la soglia di punibilità penale, rendendo legittimo il sequestro.
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Fondi pubblici ottenuti con truffa: è comunque bancarotta
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di alcuni gestori di una società fallita, accusati di bancarotta fraudolenta e truffa per aver ottenuto finanziamenti pubblici con documenti falsi e aver poi distratto tali somme. I giudici hanno chiarito che il reato di truffa non assorbe quello di bancarotta fraudolenta, poiché si tratta di condotte distinte nel tempo: prima si ottengono illecitamente i fondi, poi li si sottrae ai creditori. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato personalmente da uno degli imputati, ribadendo che il ricorso in Cassazione deve essere firmato da un avvocato abilitato. Infine, per due imputati è scattata la prescrizione dei reati penali, ma per uno di essi la responsabilità civile è stata rinviata a un nuovo esame.
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Pene accessorie nel patteggiamento: sanzione ridotta al minimo
Il caso riguarda un uomo condannato tramite patteggiamento per autoriciclaggio e truffa aggravata. Il condannato ha proposto ricorso lamentando l'errata qualificazione dei reati e l'applicazione automatica delle pene accessorie. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi sulla qualificazione dei fatti, ritenendoli non manifestamente errati. Ha invece accolto il ricorso in merito alla durata della sanzione accessoria dell'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. Il giudice di merito aveva applicato tale misura senza motivarne la durata. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la decisione sul punto, riducendo le pene accessorie nel patteggiamento al minimo edittale di un anno.
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Divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali: stop
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura cautelare del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali per la durata di un anno nei confronti di un imprenditore agricolo accusato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e autoriciclaggio. La difesa sosteneva che la misura fosse troppo generica e che non vi fosse un legame diretto tra l'attività zootecnica bloccata e la truffa contestata (relativa a un'attività di affittacamere). I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la misura interdittiva mira a prevenire la reiterazione di reati simili. Di conseguenza, il divieto può estendersi a qualsiasi attività d'impresa idonea a offrire l'occasione di commettere nuovi illeciti, come nel caso dell'azienda agricola che aveva già incassato cospicui contributi pubblici.
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Amministratore di fatto: firma assente ma condanna reale
Una donna, ritenuta amministratrice di fatto di una società, è stata condannata per truffa aggravata e malversazione. Insieme ad altri complici, ha ottenuto un finanziamento pubblico di 300.000 euro presentando fatture e relazioni false per l'acquisto di un macchinario mai comprato. I fondi sono stati invece spartiti su conti personali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando la sua qualifica di amministratore di fatto. La Corte ha chiarito che tale ruolo si desume da indici precisi, come la gestione della contabilità e dei conti bancari, anche in assenza di una nomina formale. Di conseguenza, la ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e risarcire l'ente pubblico erogatore.
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Frode nelle pubbliche forniture: asfalto d’oro ma scadente.
Un funzionario pubblico dell'ente stradale e un imprenditore privato sono stati accusati di corruzione, truffa aggravata e frode nelle pubbliche forniture per l'utilizzo di materiali scadenti nei lavori autostradali. Dopo un annullamento con rinvio, il Tribunale ha confermato i gravi indizi di colpevolezza pur revocando le misure cautelari. Il funzionario ha proposto ricorso in Cassazione contestando la competenza dei consulenti tecnici dell'accusa e sostenendo l'assorbimento della truffa nella frode. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i reati di truffa e frode nelle pubbliche forniture possono concorrere tra loro e che le irregolarità sulla nomina dei consulenti non comportano nullità se non eccepite tempestivamente. Il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un professionista e da due imprenditori contro il sequestro preventivo dei loro beni. Gli indagati erano accusati di concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. L'agronomo aveva redatto una falsa perizia attestando lavori mai eseguiti, mentre gli imprenditori avevano emesso fatture false per operazioni inesistenti, consentendo a terzi di ottenere indebitamente fondi europei per l'ammodernamento di serre agricole. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del sequestro, rilevando che i giudici di merito avevano ampiamente motivato la sussistenza degli indizi di colpevolezza. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo per equivalente: salvi i beni personali
La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento di sequestro preventivo per equivalente emesso nei confronti del legale rappresentante di una società cooperativa, accusato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. I giudici di legittimità hanno rilevato la totale mancanza di motivazione riguardo al periculum in mora, ovvero il concreto pericolo di dispersione dei beni durante il processo. Inoltre, la Corte ha chiarito che il sequestro preventivo per equivalente non può colpire direttamente i beni personali dell'amministratore se prima non si aggrediscono i beni dell'ente beneficiario, a meno che la società non sia un mero schermo fittizio privo di autonomia. La causa è stata rinviata al Tribunale di Bari per una nuova valutazione.
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Sequestro preventivo: conti bloccati se il ricorso è in proprio
L'Amministratore di fatto e la Legale Rappresentante di una società ottenevano indebitamente finanziamenti pubblici regionali per ristrutturare un hotel, gonfiando le spese con fatture false. Il Giudice disponeva il sequestro preventivo di oltre 370.000 euro finalizzato alla confisca. I due indagati ricorrevano in Cassazione lamentando il ritardo nella trasmissione degli atti, l'inutilizzabilità delle indagini della Guardia di Finanza e l'illegittimità del blocco dei conti societari. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che il termine di trasmissione degli atti nel riesame reale non è perentorio e che i ricorrenti, avendo agito in proprio e non per conto della società, non avevano la legittimazione per contestare il sequestro dei conti correnti aziendali.
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Sequestro preventivo: conti bloccati anche senza truffa
Due società hanno impugnato il provvedimento di sequestro preventivo di circa 500.000 euro, disposto per i reati di indebita compensazione e truffa, poi riqualificata in mendacio bancario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno stabilito che il difensore di un soggetto terzo interessato non può proporre riesame senza una procura speciale. Inoltre, la riqualificazione del reato principale non cancella il reato tributario di indebita compensazione. Il denaro sequestrato sui conti correnti costituisce profitto diretto del reato e la sua natura fungibile ne consente sempre l'apprensione diretta, indipendentemente dalla liceità della sua origine specifica. Le società sono state condannate al pagamento delle spese processuali.
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Riciclaggio di denaro: il finto aumento di capitale non salva
Un imprenditore è stato condannato per il reato di riciclaggio di denaro dopo aver fatto transitare tre milioni di euro, frutto di una truffa aggravata ai danni di un ente pubblico regionale, sui conti di una società terza attraverso un finto aumento di capitale. La difesa sosteneva che l'imputato avesse partecipato anche alla truffa originaria, invocando la clausola di riserva per evitare la condanna per riciclaggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la partecipazione al reato presupposto non può basarsi su semplici sospetti, ma richiede prove concrete. Inoltre, il deposito in banca di somme illecite integra automaticamente la sostituzione del denaro sporco. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
L'Imputato aveva concordato una pena per i reati di associazione per delinquere e truffa aggravata. Successivamente, ha proposto un ricorso per cassazione lamentando un vizio di motivazione sulla sua responsabilità penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è ammesso solo per motivi tassativi, come l'espressione della volontà o l'illegalità della pena, escludendo la possibilità di contestare la motivazione sulla responsabilità, che è frutto di un accordo preventivo tra le parti. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa ai danni dell’INPS: finto dipendente condannato
Il Finto Dipendente ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per truffa ai danni dell'INPS, realizzata simulando un rapporto di lavoro con una ditta inesistente. Il ricorrente sosteneva che la condanna si basasse solo sulle parole del Datore di Lavoro Fittizio, senza riscontri. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico. I giudici hanno rilevato che il ricorrente non ha contestato le prove decisive, rappresentate dalle dichiarazioni di un altro testimone che confermavano l'accusa. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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