LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 624-bis Codice Penale — Anno 2022

Pagina 22 di 36

704 provvedimenti

Altri anni per Art. 624-bis Codice Penale

Rapina in privata dimora: l’ascensore condominiale come casa
Un uomo ha aggredito una donna all'interno dell'ascensore condominiale, bloccando la porta, scaraventandola a terra e strappandole la borsa. La Corte d'Appello lo ha condannato per rapina aggravata. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il fatto costituisse un semplice furto con strappo e che l'ascensore non potesse considerarsi privata dimora. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che si configura il reato di rapina in privata dimora poiché la violenza è stata esercitata direttamente sulla persona per vincerne la resistenza e l'ascensore condominiale rappresenta una pertinenza dell'abitazione, rientrando nella nozione di privata dimora. L'aggressore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
Continua »
Ricettazione o favoreggiamento: il peso del profitto personale
Un uomo ha ricevuto e custodito alcuni oggetti rubati da un conoscente a casa della propria madre. L'obiettivo dell'uomo era vendere la refurtiva per recuperare un vecchio credito di lavoro. I giudici di merito hanno qualificato questo comportamento come il reato di ricettazione. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che si trattasse di semplice favoreggiamento reale, poiché aveva agito solo per aiutare l'autore del furto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ricettazione si configura quando l'agente agisce con lo scopo di ottenere un profitto personale, anche indiretto, come il recupero di un proprio credito. Al contrario, il favoreggiamento reale richiede che si agisca nell'interesse esclusivo altrui, senza alcuna utilità personale.
Continua »
Furto con strappo: fuga breve ma reato subito consumato
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto con strappo aggravato per aver strappato una borsetta dalle mani della vittima ed essere poi fuggito. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che si trattasse di semplice tentativo, poiché le forze dell'ordine lo avevano fermato poco dopo il fatto. Ha inoltre contestato la recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il furto con strappo si considera reato consumato e non tentato quando l'autore ottiene, anche solo per breve tempo, la disponibilità autonoma ed effettiva della refurtiva. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Tentato furto in abitazione: ricorso inammissibile e condanna
Due imputati contestavano la condanna per tentato furto in abitazione. I ricorsi sostenevano l'assenza di responsabilità penale e chiedevano il riconoscimento della desistenza volontaria. Uno dei due richiedeva inoltre di riqualificare il fatto in semplice tentata violazione di domicilio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili le doglianze. I giudici hanno chiarito che i motivi presentati riproponevano soltanto questioni di fatto già ampiamente analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza sollevare reali vizi di legittimità. Di conseguenza, il tentativo di ottenere una nuova valutazione delle prove è stato bloccato. La Corte ha confermato le responsabilità, condannando entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Furto con destrezza: niente attenuanti per chi e recidivo
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per due episodi di furto con destrezza, uno consumato e uno tentato. La difesa ha contestato la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo l'incensuratezza del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sui fatti non sono consentite nel giudizio di legittimita. Inoltre, la richiesta di attenuanti e risultata manifestamente infondata poiche l'imputato presentava plurimi precedenti penali e una recidiva qualificata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Furto in spogliatoio e privata dimora: condanna confermata
Due soggetti si sono introdotti nello spogliatoio di un circolo sportivo per rubare beni e utilizzare illecitamente carte di credito della vittima. Condannati in appello, gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo che lo spogliatoio non costituisca un luogo abitativo. La Corte ha confermato che il furto in spogliatoio e privata dimora si integra pienamente anche nei complessi sportivi. Tali locali sono infatti destinati allo svolgimento di attività riservate al riparo da estranei. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi e rigettato le doglianze relative al ricalcolo della pena. Di conseguenza, i due ricorrenti hanno perso la causa e devono versare le spese processuali insieme a tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Furto in abitazione: ricorso respinto con testimone assente
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per violazione di domicilio e furto in abitazione. La difesa lamentava l'illegittima utilizzabilità delle dichiarazioni rese da un testimone non sottoposto al controesame della difesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che non vi è prova che il testimone si sia sottratto volontariamente all'esame. Inoltre, la condanna per il furto in abitazione si fonda in modo autonomo e solido su altre testimonianze decisive, come le dichiarazioni della persona offesa e dell'agente di polizia giudiziaria intervenuto sul posto. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
Continua »
Patteggiamento e ricorso in Cassazione: i limiti dell’accordo
Un imputato accusato del reato di furto in abitazione ha concordato la pena tramite patteggiamento. Successivamente, l'imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando un presunto vizio di motivazione della sentenza di primo grado. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che il vizio di motivazione non rientra tra le ipotesi tassative individuate dalla legge per contestare una decisione concordata. La decisione stabilisce un principio fondamentale in materia di Patteggiamento e ricorso in Cassazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento della somma di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Furto in abitazione o truffa: la Cassazione punisce lo strappo
L'imputato si è introdotto con l'inganno nell'abitazione di un'anziana signora, strappandole di mano quattrocento euro. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione per sostenere la riqualificazione del fatto nel reato di truffa e per contestare la recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato commesso integra a tutti gli effetti il furto in abitazione e non la truffa. La vittima non ha consegnato il denaro in modo volontario, ma ha subito la sottrazione con violenza diretta dalla propria mano. Di conseguenza, il responsabile è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Tentato furto aggravato: i precedenti negano lo sconto di pena
Un uomo, già condannato in passato per furto e lesioni, è stato ritenuto responsabile del reato di tentato furto aggravato. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e il diniego della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi presentati erano generici e riproducevano doglianze già esaminate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i precedenti penali del ricorrente impedivano per legge la concessione della sospensione della pena. Di conseguenza, il condannato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Ricorso per cassazione e motivi nuovi: inammissibile la difesa
L'imputato è stato condannato per tentato furto aggravato in abitazione. La Corte di Appello ha ridotto la pena ed il difensore ha successivamente presentato un ricorso per cassazione e motivi nuovi, contestando la prova del concorso di persone nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché la doglianza riguardava profili di merito mai sollevati durante il giudizio di secondo grado. Il codice di procedura penale vieta tassativamente di introdurre per la prima volta in sede di legittimità contestazioni non dedotte dinanzi ai giudici d'appello. Di conseguenza, la Corte ha confermato la decisione impugnata e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Attenuante del danno di speciale tenuità negata nel furto in casa
L'Imputato viene condannato per il reato di furto aggravato in luogo di privata dimora dopo aver sottratto la somma di 153,45 euro. Il difensore dell'Imputato propone ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il beneficio presuppone un pregiudizio lievissimo e di valore economico del tutto irrisorio. La cifra sottratta non rientra in questo parametro. La Corte precisa inoltre che la capacità economica della vittima di sopportare il danno non incide sulla concessione dell'attenuante. L'Imputato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Furto in privata dimora nello studio medico: ricorso respinto
L'imputato concorda una pena per il reato di furto in privata dimora commesso all'interno di uno studio dentistico. Successivamente, la difesa propone ricorso per cassazione contestando la qualificazione giuridica. Secondo il ricorrente, uno studio professionale non rientra nella nozione di privata dimora. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, in caso di patteggiamento, la qualificazione del fatto si può contestare solo per un errore manifesto ed evidente. Nel caso specifico, stabilire se nello studio dentistico si svolgessero o meno atti di vita privata richiede valutazioni di merito non consentite in sede di legittimità. Di conseguenza, la Suprema Corte conferma la condanna dell'imputato e lo sanziona con il pagamento delle spese e della Cassa delle ammende.
Continua »
Concordato in appello: invalido il ricorso contro la pena concordata
Un imputato viene condannato per vari episodi di furto in abitazione. La difesa concorda la pena con la Procura Generale tramite il concordato in appello. Successivamente, l'imputato propone comunque ricorso in Cassazione contestando la motivazione sulla propria responsabilità penale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Chi sceglie il concordato in appello non può contestare la responsabilità nei gradi successivi. La Corte condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Furto in abitazione: il ricorso azzardato costa una sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due individui condannati per il reato di furto in abitazione. Il primo imputato, dopo aver concordato la pena nel giudizio di appello, ha tentato di contestare la motivazione sulla propria responsabilità penale, formulando un motivo non consentito dalla legge. Il secondo imputato ha sollevato davanti alla Suprema Corte questioni sulla responsabilità e sul mancato riconoscimento della sospensione condizionale mai avanzate nei motivi d'appello, proponendo così argomenti inediti. La Corte ha confermato le sanzioni e ha condannato entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Ricorso per cassazione contro patteggiamento: blocchi e sanzioni
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di tentato furto in abitazione aggravato tramite patteggiamento. Successivamente, tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione contro patteggiamento lamentando difetti di motivazione ed errori di valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge limita infatti le possibilità di ricorso contro le sentenze concordate a casi tassativi, come l'illegalità della pena o il vizio della volontà. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la decisione precedente e hanno condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
Continua »
Rinuncia al ricorso in Cassazione: sanzione e inammissibilità
L'Imputata, accusata del reato di furto in abitazione, aveva concordato la pena in secondo grado rinunciando ai motivi di appello. In seguito, la difesa proponeva ricorso alla Suprema Corte per presunti vizi di motivazione sulle cause di non punibilità. Prima della decisione, il difensore munito di procura speciale ha presentato la formale rinuncia al ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno preso atto della volontà dell'Imputata e hanno dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione senza formalità di procedura. La decisione ha comportato la condanna dell'Imputata al pagamento delle spese del processo e al versamento di una sanzione pecuniaria di cinquecento euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Tentato furto in abitazione: fuga e telefoni li incastrano
Due individui tentano un furto in un'abitazione durante la vigilia di Ferragosto. Il proprietario della villetta rientra all'improvviso e interrompe l'azione criminosa. I malfattori fuggono a piedi e abbandonano uno scooter sul posto. Sotto la sella del mezzo le forze dell'ordine trovano due telefoni cellulari ancora accesi. Le schede telefoniche risultano intestate ai due sospettati. Inoltre lo scooter appartiene a un parente di uno dei ragazzi. Nessuno dei due dichiara lo smarrimento o il furto dei propri dispositivi. La Corte di Cassazione conferma la condanna per tentato furto in abitazione. I giudici stabiliscono che la presenza dei telefoni e dello scooter crea un quadro probatorio solido. La prova indiziaria esclude ogni diversa ricostruzione plausibile della vicenda.
Continua »
Divieto di reformatio in peius: pena confermata senza aggravante
L'Imputata viene condannata per furto in abitazione aggravato. In appello, i giudici escludono l'aggravante della destrezza ma confermano la pena, ritenendo le attenuanti generiche equivalenti alle restanti aggravanti. L'Imputata propone ricorso per Cassazione contestando la mancata prevalenza delle attenuanti e la violazione del divieto di reformatio in peius. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che non sussiste alcuna violazione del divieto di reformatio in peius se il giudice d'appello, pur eliminando un'aggravante, effettua un nuovo bilanciamento e mantiene l'equivalenza delle circostanze senza peggiorare la pena. L'Imputata viene condannata al pagamento delle spese e verserà tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Acquisizione dei tabulati telefonici: esecuzione a carico del PM
Nel corso di un'indagine penale contro ignoti per furto, il Pubblico Ministero ha chiesto l'autorizzazione per l'acquisizione dei tabulati telefonici. Il Giudice per le indagini preliminari ha concesso l'autorizzazione, restituendo gli atti al Pubblico Ministero affinché fosse quest'ultimo a richiedere i dati alle compagnie telefoniche. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'esecuzione del provvedimento spettasse direttamente al Giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'acquisizione dei tabulati telefonici richiede soltanto un decreto autorizzatorio del Giudice. Una volta ottenuta tale autorizzazione, spetta direttamente al Pubblico Ministero o al difensore inoltrare la richiesta tecnica ai gestori telefonici per ottenere i dati occorrenti alle indagini.
Continua »