Durante una rivolta nel carcere di Rebibbia nel marzo 2020, scoppiata per la sospensione dei colloqui a causa della pandemia, due detenuti hanno partecipato a gravi disordini. I soggetti hanno appiccato incendi, saccheggiato le infermerie e distrutto impianti e condizionatori. Condannati in primo e secondo grado a quattro anni di reclusione, i ricorrenti hanno proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come semplice danneggiamento. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna per il reato di devastazione. I giudici hanno chiarito che, quando la distruzione di beni è così vasta da minacciare l'ordine pubblico e la sicurezza collettiva, non si tratta di un semplice danno patrimoniale, ma del più grave reato di devastazione, nel quale rimangono assorbiti i singoli danneggiamenti.
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