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Art. 62 Codice Penale — Anno 2023

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1411 provvedimenti

Altri anni per Art. 62 Codice Penale

Furto di energia elettrica: condannato anche chi usa l’allaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore societario per il reato di furto di energia elettrica, realizzato tramite un allaccio abusivo alla rete pubblica. L'imputato sosteneva di non aver eseguito materialmente il collegamento. I giudici hanno chiarito che risponde del reato anche chi si limita a sfruttare consapevolmente l'allaccio abusivo predisposto da altri. Inoltre, la Suprema Corte ha negato l'attenuante del danno di speciale tenuità, poiché il prelievo prolungato ha causato un danno non trascurabile alla rete e al contatore. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto aggravato: restituire la merce non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentato furto aggravato all'interno di un esercizio commerciale. L'uomo aveva rimosso le placche antitaccheggio da alcuni capi di abbigliamento del valore di circa 176 euro utilizzando una tronchese, ma era stato prontamente bloccato dal personale di sicurezza. La Suprema Corte ha confermato la condanna a quattro mesi di reclusione, escludendo la desistenza volontaria poiché la restituzione della merce è avvenuta solo dopo l'intervento del direttore del negozio. È stata inoltre negata la particolare tenuità del fatto a causa della pianificazione del furto e dei precedenti penali dell'imputato, nonché l'attenuante del danno di speciale tenuità, confermando l'obbligo per il ricorrente di pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto nei supermercati: le telecamere non salvano dal reato grave
L'Imputata è stata condannata per un furto nei supermercati, con l'aggravante dell'esposizione della merce alla pubblica fede. La difesa ha contestato l'aggravante, sostenendo che la presenza di telecamere e di un addetto alla sicurezza escludesse la vulnerabilità della merce. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i sistemi di videosorveglianza non eliminano l'esposizione alla pubblica fede, poiché il controllo è discontinuo e le telecamere servono solo a identificare il colpevole dopo il fatto, senza impedire materialmente l'azione. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Furto pluriaggravato: la Cassazione punisce i ricorsi generici
Tre donne sono state condannate per il reato di furto pluriaggravato di merce all'interno di un centro commerciale. Il Tribunale prima e la Corte d'Appello poi hanno inflitto loro la pena di quattro mesi di reclusione e quattrocento euro di multa ciascuna, escludendo le attenuanti generiche a causa dei loro precedenti penali. Le imputate hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la misura della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché generici e privi di una reale critica alla sentenza d'appello. Di conseguenza, le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuna in favore della Cassa delle Ammende.
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Danno di speciale tenuità: il furto con scasso non si cancella
L'Imputato è stato condannato per furto consumato e tentato presso due centri di raccolta rifiuti, commesso forzando le recinzioni. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'aggravante della violenza sulle cose e il mancato riconoscimento delle attenuanti, in particolare quella del danno di speciale tenuità, sostenendo che la refurtiva fosse stata recuperata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per applicare l'attenuante del danno di speciale tenuità, il pregiudizio economico deve essere lievissimo al momento del reato. La successiva restituzione della merce non rileva, così come non rileva la capacità della vittima di sopportare il danno. Inoltre, vanno calcolate le spese per riparare i danni strutturali causati dall'effrazione.
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Spaccio di lieve entità: no se hai 200 dosi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di circa 200 dosi di cocaina, suddivise in 72 involucri nascosti nell'auto. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, rilevando che la presenza di bilancini di precisione, denaro in contanti e le modalità di occultamento indicano un'attività di spaccio ben organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante per il profitto minimo è stata dichiarata inammissibile poiché presentata per la prima volta in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: quando il bilancino nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana). L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno confermato che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche un solo elemento (come la presenza di diverse droghe, bilancino di precisione, denaro contante e occultamento nel veicolo) indichi un'attività organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante è stata ritenuta inammissibile poiché presentata per la prima volta in Cassazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per aspecificità: confermata la pena
Il caso riguarda un uomo condannato per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove e chiedendo l'applicazione di alcune circostanze attenuanti e della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per aspecificità. I giudici hanno rilevato che i motivi di impugnazione non si confrontavano direttamente con le motivazioni della sentenza d'appello, limitandosi a riproporre argomenti generici. Inoltre, la richiesta sulla tenuità del fatto non era stata presentata in appello, rendendola non proponibile per la prima volta in Cassazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reformatio in peius: la pena non può aumentare
L'Imputato, condannato per tentato furto di generi alimentari del valore di oltre 1290 euro, ha fatto ricorso in appello. La Corte d'Appello ha escluso un'aggravante ma ha applicato un aumento di sei mesi per la recidiva, che non era stato applicato in primo grado. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che l'applicazione della recidiva in appello viola il divieto di reformatio in peius (il divieto di peggiorare la pena per il solo fatto che l'imputato abbia fatto ricorso), anche se applicato a singoli elementi del calcolo della sanzione. Di conseguenza, la Cassazione ha eliminato l'aumento di sei mesi, riducendo la pena finale a sei mesi di reclusione e 106 euro di multa, dichiarando inammissibile il resto del ricorso.
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Rapina: negata l’attenuante del danno di speciale tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di un'imputata condannata per rapina, furto e lesioni. Un ricorso è stato respinto perché depositato direttamente in Cassazione anziché presso il giudice che ha emesso la sentenza, violando le regole procedurali. L'altro ricorso contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha chiarito che l'attenuante del danno di speciale tenuità non può essere applicata alla rapina basandosi solo sul modesto valore economico del bene sottratto, come un'agendina e pochi soldi. La rapina è infatti un reato plurioffensivo che lede anche la libertà e l'integrità fisica della vittima, aggredita con un coltello. L'imputata è stata condannata a pagare le spese processuali, tremila euro alla Cassa delle ammende e le spese di difesa delle parti civili.
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Sospensione condizionale della pena: furti seriali e omissioni
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di cinque soggetti condannati per numerosi furti aggravati di metalli ai danni di una società di servizi pubblici e, in un caso, per rapina. Tre imputati hanno contestato la ricostruzione dei fatti, l'esclusione di alcune prove e il diniego delle attenuanti per la presunta tenuità del danno. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando la gravità delle condotte e il corretto operato dei giudici di merito. Al contrario, la Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso degli altri due imputati. I giudici d'appello avevano infatti omesso di motivare il rifiuto della sospensione condizionale della pena, nonostante una specifica richiesta della difesa. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a questo punto, con rinvio alla Corte d'appello per una nuova valutazione sulla sospensione condizionale della pena.
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Ricettazione del cellulare: sì alla non menzione della condanna
Un uomo viene condannato per la ricettazione di un telefono cellulare rubato. Il giudice d'appello nega la particolare tenuità del fatto e l'attenuante del danno lieve a causa dell'alto valore economico del telefono. Tuttavia, nega anche il beneficio della non menzione della condanna senza fornire una reale spiegazione. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso del condannato. La Suprema Corte stabilisce che il diniego del beneficio era privo di motivazione reale, considerando l'assenza di precedenti penali e la pena minima inflitta. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio la decisione sul punto, concedendo direttamente la non menzione della condanna, pur confermando la colpevolezza e la condanna al risarcimento delle spese legali in favore della vittima.
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Estorsione aggravata: cantiere minacciato e ricorso respinto
Un imprenditore edile viene costretto a pagare una somma di denaro per la cosiddetta "messa a posto" del proprio cantiere. L'Imputato, insieme ad altri complici, avanza le richieste estorsive utilizzando minacce gravi, tra cui l'uso di armi da guerra. Condannato in appello, L'Imputato ricorre in Cassazione contestando l'applicazione delle aggravanti e il diniego delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici confermano la sussistenza del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla presenza di più persone riunite. La richiesta di "messa a posto" implica di per sé l'uso del metodo mafioso, poiché presuppone il controllo criminale del territorio. Inoltre, il risarcimento offerto è stato ritenuto insufficiente a coprire il grave danno morale subito dalla vittima, escludendo così ogni sconto di pena.
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Dolo di rapina: quando il rancore personale diventa reato
Due imputati hanno pianificato per un anno un'aggressione ai danni di una rivale. Introdottisi nell'abitazione della vittima, l'hanno immobilizzata e minacciata, sottraendole denaro e tentando successivamente di estorcerle altre somme. La Corte d'Appello ha condannato entrambi per rapina e tentata estorsione in concorso. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando l'attendibilità della vittima e la sussistenza del dolo di rapina, sostenendo che l'azione derivasse da motivi personali. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il dolo di rapina sussiste pienamente quando vi è la sottrazione di denaro per un profitto economico, anche se l'iniziativa nasce da rancori personali. Inoltre, la lunga pianificazione esclude l'attenuante della provocazione, qualificando l'azione come mera rappresaglia.
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Rapina impropria: il palo risponde anche se resta in auto
Tre soggetti compiono un furto in un circolo sportivo. Dopo aver caricato la refurtiva sul furgone, uno di loro minaccia di morte una passante per garantirsi la fuga. L'autista del furgone attende armato di coltello. La Corte di Cassazione conferma la condanna per rapina impropria consumata e non tentata, poiché i beni erano già usciti dalla disponibilità del proprietario. Inoltre, viene ribadito il concorso nel reato più grave per tutti i partecipanti, compreso l'autista: l'uso della violenza o minaccia è uno sviluppo logico e prevedibile del furto programmato in luogo pubblico. I ricorsi sono dichiarati inammissibili, con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Danno patrimoniale di speciale tenuità: birre rubate con violenza
L'Imputato, dopo aver sottratto una confezione di birre in un supermercato, ha aggredito il direttore e l'addetto alla sicurezza per garantirsi la fuga. Condannato per tentata rapina impropria, ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità, dato il valore irrisorio della merce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che nei reati plurioffensivi, come la rapina, la valutazione della speciale tenuità non può limitarsi al valore economico del bene sottratto. Occorre considerare anche la violenza fisica e morale esercitata sulle vittime. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Reato di ricettazione: l’auto rubata costa la condanna definitiva
L'Imputato viene fermato alla guida di un'auto rubata lo stesso giorno del furto e, dopo un inseguimento, viene condannato per il reato di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. L'Imputato propone ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di prove sulla provenienza del veicolo e contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati in modo concorde nei primi due gradi di giudizio (doppia conforme). Inoltre, i motivi di ricorso risultano generici e ripetitivi rispetto all'appello. Di conseguenza, la condanna viene confermata e l'Imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Porto abusivo di armi e rapina: la Cassazione nega gli sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per rapina, lesioni aggravate e porto abusivo di armi. L'imputato era stato trovato in possesso di uno spray urticante, un coltello, un taglierino e delle forbici, oltre ad aver aggredito una donna causandone la caduta e lesioni fisiche. La difesa contestava la qualificazione dello spray e chiedeva l'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno confermato la condanna, stabilendo che la caduta della vittima era un evento del tutto prevedibile durante l'aggressione. Inoltre, la presenza di altri oggetti da taglio configura pienamente il porto abusivo di armi. Infine, l'attenuante del danno tenue è stata negata a causa della natura plurioffensiva della rapina, che colpisce non solo il patrimonio ma anche la libertà e l'integrità della persona.
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Tentata rapina senza refurtiva: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per un uomo colpevole di rapina consumata e tentata. La difesa sosteneva l'inesistenza del reato di tentata rapina (reato impossibile) poiché l'oggetto del furto non era presente al momento del fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tentata rapina è punibile anche se l'oggetto è temporaneamente assente, purché non vi sia un'inesistenza assoluta e originaria del bene. Inoltre, i giudici hanno negato le attenuanti generiche e quella del danno di speciale tenuità, evidenziando la gravità del reato pluroffensivo e il fatto che l'imputato stesse già scontando gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico al momento dei fatti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Contestazioni dibattimentali: se la vittima tace la prova resta
Due soggetti sono stati condannati per rapina e lesioni aggravate dopo aver aggredito la vittima con una sbarra di ferro per sottrarle il portafogli. In sede di incidente probatorio, la vittima ha mostrato reticenza, dichiarando di non ricordare i fatti per ridimensionare l'accusa. La difesa ha impugnato la condanna contestando l'uso delle precedenti dichiarazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la validità delle contestazioni dibattimentali ex art. 500 c.p.p. quando il testimone finge di non ricordare per ritrattare implicitamente. La colpevolezza è stata confermata anche grazie a prove oggettive come le lesioni e il rinvenimento dell'arma sporca di sangue.
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