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Reato di devastazione: da semplice danno a rivolta in carcere

Durante una rivolta nel carcere di Rebibbia nel marzo 2020, scoppiata per la sospensione dei colloqui a causa della pandemia, due detenuti hanno partecipato a gravi disordini. I soggetti hanno appiccato incendi, saccheggiato le infermerie e distrutto impianti e condizionatori. Condannati in primo e secondo grado a quattro anni di reclusione, i ricorrenti hanno proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come semplice danneggiamento. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna per il reato di devastazione. I giudici hanno chiarito che, quando la distruzione di beni è così vasta da minacciare l’ordine pubblico e la sicurezza collettiva, non si tratta di un semplice danno patrimoniale, ma del più grave reato di devastazione, nel quale rimangono assorbiti i singoli danneggiamenti.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 1 Num. 38267 Anno 2023
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Pubblicato il 22 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La rivolta in carcere e il reato di devastazione

Nel marzo del 2020, l’inizio della pandemia da Covid-19 ha scatenato forti tensioni all’interno delle carceri italiane. Presso la casa circondariale di Rebibbia a Roma, la notizia della sospensione temporanea dei colloqui con i familiari ha provocato una violenta rivolta. Tra i protagonisti dei disordini, due detenuti hanno compiuto atti di distruzione sistematica. La giustizia ha qualificato queste condotte sotto la severa accusa di reato di devastazione. I responsabili hanno affrontato un lungo percorso giudiziario, culminato con la recente pronuncia della Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per entrambi.

La differenza tra danneggiare e devastare

La difesa dei due detenuti ha cercato di ridimensionare la gravità dei fatti. Gli avvocati hanno sostenuto che le azioni dei loro assistiti, come la rottura di alcuni condizionatori o l’incendio di cassonetti dell’immondizia, dovessero essere considerate come un semplice danneggiamento. La differenza tra queste due accuse è fondamentale. Il danneggiamento colpisce esclusivamente il patrimonio di un privato o dello Stato. Al contrario, la devastazione si realizza quando la distruzione di beni mobili o immobili è così vasta, profonda e indiscriminata da mettere in serio pericolo l’ordine pubblico. In questo caso, la sicurezza dell’intera comunità carceraria e il regolare svolgimento della vita civile sono stati gravemente compromessi. Quando si verifica questa situazione, il reato minore di danneggiamento viene assorbito dal reato più grave.

Il ruolo del complice nei disordini collettivi

Un altro punto centrale della discussione ha riguardato il livello di partecipazione dei singoli soggetti. Uno dei ricorrenti ha affermato di non aver partecipato attivamente a tutte le fasi della rivolta e di essersi dissociato dai comportamenti più violenti. La legge penale italiana prevede regole precise per il concorso di persone nel reato. Per essere considerati responsabili di una devastazione collettiva, non è necessario che ogni partecipante compia materialmente un atto di distruzione. È sufficiente che il soggetto partecipi consapevolmente ai disordini diffusi. Anche la sola presenza fisica, se unita a un atteggiamento di adesione e supporto morale alle azioni distruttive altrui, rafforza il proposito del gruppo e arreca un danno concreto all’ordine pubblico. Pertanto, la tesi della dissociazione è stata respinta perché priva di prove concrete.

Le motivazioni della Cassazione sul reato di devastazione

I giudici della Suprema Corte hanno analizzato dettagliatamente le prove raccolte durante le indagini. Le relazioni di servizio della polizia penitenziaria, le testimonianze del personale sanitario presente e le immagini delle telecamere di videosorveglianza hanno ricostruito con precisione i fatti. Il primo detenuto ha partecipato attivamente appiccando il fuoco ai cassonetti, saccheggiando le infermerie del reparto, incendiando i locali della biblioteca e rendendo inutilizzabile il sistema di videosorveglianza. Il secondo detenuto è stato identificato in modo diretto mentre distruggeva i condizionatori d’aria della struttura. Queste condotte non possono essere considerate episodi isolati o autonomi. Esse si inseriscono perfettamente in un contesto di violenza coordinata e diffusa. La consapevolezza di agire all’interno di una rivolta collettiva dimostra la presenza del dolo generico (la volontà cosciente di commettere il fatto), elemento psicologico necessario per confermare la responsabilità penale.

Le conclusioni sul caso dei disordini a Rebibbia

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente i ricorsi presentati dai difensori dei detenuti. I giudici hanno confermato la validità delle decisioni prese nei precedenti gradi di giudizio. I colpevoli dovranno scontare la pena di quattro anni di reclusione stabilita dal tribunale. Inoltre, la sentenza condanna i ricorrenti al pagamento di tutte le spese processuali. Questa decisione ribadisce un principio fondamentale per la sicurezza collettiva. Chi partecipa a sommosse o rivolte devastando strutture pubbliche risponde sempre del reato più grave, anche se il suo contributo individuale appare limitato rispetto all’azione globale del gruppo.

Qual è la differenza principale tra il danneggiamento e la devastazione?
Il danneggiamento colpisce solo il patrimonio, mentre la devastazione distrugge beni in modo così esteso da minacciare l’ordine pubblico e la sicurezza collettiva.

Si può essere condannati per devastazione anche senza aver distrutto materialmente qualcosa?
Sì, è sufficiente partecipare consapevolmente alla rivolta fornendo supporto morale o presenza attiva che rafforzi l’azione distruttiva del gruppo.

Cosa succede se si commettono piccoli danneggiamenti durante una grande rivolta?
I singoli atti di danneggiamento perdono la loro autonomia e vengono assorbiti nel più grave reato di devastazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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