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Art. 62-bis Codice Penale — Anno 2026

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2066 provvedimenti

Altri anni per Art. 62-bis Codice Penale

Reato di evasione: la Cassazione dichiara il ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. L'uomo contestava il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la mancata concessione delle attenuanti generiche da parte dei giudici di merito. I Supremi Giudici hanno stabilito che le censure sollevate erano generiche e si limitavano a riproporre argomentazioni già valutate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna originaria resta definitiva e il ricorrente deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quantità ed euro bloccano lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per traffico di stupefacenti, respingendo la richiesta di qualificare il fatto come spaccio di lieve entità. La difesa sosteneva che una partita di mezzo chilo di eroina per cinquemila euro rientrasse nel piccolo spaccio, evidenziando che il coimputato fornitore aveva ottenuto tale beneficio in un separato giudizio. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice valuta liberamente le sentenze irrevocabili acquisite e che l'ingente somma pattuita esclude la minima offensività. La Corte ha inoltre confermato la recidiva e negato le attenuanti generiche per la persistente pericolosità del colpevole.
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Reato di evasione: ricorso generico e condanna definitiva
Un imputato condannato per il reato di evasione ha presentato ricorso per Cassazione contestando la mancata concessione delle attenuanti generiche, dell'attenuante per la costituzione spontanea e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile poiché i motivi sollevati riproducevano pedissequamente le stesse contestazioni già respinte dai giudici di merito, senza avanzare alcuna critica specifica verso la motivazione della sentenza impugnata. L'imputato perde la causa e subisce la conferma integrale della pena, con l'obbligo di pagare le spese del procedimento giudiziario e di versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: ricorso generico e sanzione pecuniaria
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione previsto dall'articolo 385 del codice penale. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove, la propria responsabilità penale, il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'inammissibilità totale dell'impugnazione. I motivi sollevati riproducevano mere censure già esaminate e respinte dai giudici di merito, senza un confronto critico con la motivazione della sentenza impugnata. L'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e la sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quantità e precedenti negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione e duemila euro di multa per il reato di spaccio di lieve entità. Le forze dell'ordine hanno sorpreso l'imputato in una piazza di spaccio notturna con venti dosi di cocaina e trentasei di crack. La difesa ha contestato l'eccessiva severità della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le doglianze. La Suprema Corte ha ritenuto la pena proporzionata alla qualità e quantità della droga e ai gravi precedenti penali dell'uomo. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi tardivi
La Corte di Cassazione ha esaminato l'impugnazione proposta da L'Imputato, condannato in appello per reati di lieve entità legati agli stupefacenti a dieci mesi di reclusione e ottocento euro di multa. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto. I giudici supremi hanno rilevato la genericità della prima doglianza e la novità della seconda questione, mai sottoposta ai giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha pertanto dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando integralmente la condanna precedente e imponendo a L'Imputato il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione e ricorso inammissibile in Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un individuo condannato nei gradi di merito per il reato di evasione. L'imputato ha proposto ricorso denunciando l'errata ricostruzione dei fatti, l'assenza dell'elemento soggettivo del dolo e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici supremi hanno respinto ogni contestazione, dichiarando il ricorso totalmente inammissibile. La Suprema Corte ha ribadito che la sede di legittimità non consente una rilettura degli elementi di prova già ampiamente vagliati dai giudici territoriali, specie quando le censure risultano generiche e prive di un confronto reale con la sentenza impugnata. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato alle spese di giustizia e a una sanzione di tremila euro.
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Reato di evasione: condanna confermata e sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. L'uomo contestava l'applicazione della recidiva, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la presunta estinzione del reato per intervenuta prescrizione. I giudici supremi hanno rilevato che i motivi del ricorso erano generici e riproducevano semplicemente le censure già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi criticamente con la decisione impugnata. La Corte ha inoltre accertato che il termine di prescrizione non era maturato prima della pronuncia d'appello. L'imputato ha perso definitivamente la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta patrimoniale tra fatture false e usura
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale a carico degli amministratori di una società fallita. Gli imputati avevano sottratto oltre 144.000 euro mediante il pagamento di fatture per operazioni inesistenti a favore di altre imprese a loro riconducibili. La difesa sosteneva che i trasferimenti fossero leciti o giustificati dallo stato di necessità causato da presunta usura bancaria. I giudici hanno respinto la tesi: l'attività aziendale era ferma, i cantieri erano chiusi e le fatture generiche servivano solo a svuotare i conti societari prima del tracollo. Lo stato di necessità non opera per meri interessi economici o patrimoniali. I ricorsi sono stati rigettati definitivamente.
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Cessione di sostanze stupefacenti: condanna confermata
Un uomo agli arresti domiciliari organizzava la spedizione di hashish a un compagno ancora detenuto tramite corriere. Il carico veniva intercettato e sequestrato prima della consegna. La Corte d'Appello condannava l'imputato a due anni di reclusione per cessione di sostanze stupefacenti. L'uomo ricorreva in Cassazione lamentando il mancato rinvio dell'udienza per impedimento del difensore, l'assenza di dolo e chiedendo di derubricare il fatto a mero tentativo. La Suprema Corte ha confermato la condanna, dichiarando il ricorso inammissibile e disponendo il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: nessun taglio di pena con attenuanti
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, contestando il giudizio di equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e la contestata recidiva reiterata. La difesa sosteneva che le attenuanti dovessero prevalere per concedere un maggiore sconto di pena, sollevando anche dubbi di illegittimità costituzionale sul divieto normativo di prevalenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno confermato che il codice penale impedisce espressamente alle attenuanti generiche di prevalere sulla recidiva reiterata grave. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente la causa ed è stato condannato a pagare le spese del procedimento penale e la somma di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Lieve entità spaccio: stop a sconti di pena per piazze organizzate
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità spaccio e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato che la gestione organizzata di una piazza di spaccio, la suddivisione della cocaina e del crack in dosi pronte alla vendita e la complessiva condotta escludono categoricamente il fatto di lieve rilevanza penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando l'imputato alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Composizione del collegio giudicante: refuso o nullità?
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la validità della sentenza di appello. La difesa lamentava la violazione del principio di immutabilità del giudice. Nell'intestazione del provvedimento compariva infatti il nome di un magistrato diverso rispetto a quelli presenti durante la discussione finale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il verbale di udienza ha valore probatorio primario e prevale sul testo della sentenza. La difformità del nominativo rappresenta un mero errore materiale e non determina alcuna nullità processuale. La corretta composizione del collegio giudicante risulta pienamente provata dagli atti di udienza e dalle firme apposte. La Cassazione ha confermato la condanna dell'Imputato, disponendo la semplice correzione del refuso e condannando il ricorrente alle spese processuali.
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Reato di evasione: la Cassazione respinge il ricorso
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un imputato per il reato di evasione, dichiarando il ricorso interamente inammissibile. L'uomo aveva impugnato la pronuncia della Corte d'Appello contestando la mancata concessione delle attenuanti, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e l'eccessiva severità della pena. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi proposti riproducevano mere censure di merito già esaminate nei gradi precedenti e risultavano privi di una specifica critica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha respinto le doglianze, condannando l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Chiamata in correità: quando le accuse dei pentiti reggono
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre diciannove anni di reclusione per due individui ritenuti esecutori materiali di un omicidio con occultamento di cadavere, aggravato dal metodo mafioso. La vicenda trae origine dall'eliminazione di un affiliato, prelevato con l'inganno da un circolo, sottoposto a interrogatorio coercitivo e poi ucciso per sventare un presunto piano rivale. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, ribadendo che la chiamata in correità resa da molteplici collaboratori di giustizia è pienamente attendibile quando le dichiarazioni sono autonome, concordanti sul nucleo essenziale del fatto e riscontrate da elementi esterni obiettivi, come l'uso di specifici veicoli e le intercettazioni ambientali. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e la sanzione in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e condanna per furto
Quattro individui, condannati nei primi due gradi di giudizio per furto aggravato ricostruito tramite telecamere di videosorveglianza, propongono ricorso alla Suprema Corte. Tre di essi presentano motivi del tutto generici, privi di specifiche contestazioni. Il quarto imputato lamenta la valutazione delle prove e la mancata prevalenza delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso per cassazione. La decisione sottolinea che i motivi vaghi impediscono il controllo del giudice. Inoltre, il riesame delle prove e dei fatti non è consentito in sede di legittimità se la sentenza d'appello appare logicamente motivata. I quattro ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Truffa aggravata per pericolo immaginario: condanna confermata
L'Imputato ha proposto ricorso contro la condanna per il reato di truffa aggravata per pericolo immaginario. La difesa ha sostenuto l'assenza dell'aggravante e l'errata valutazione della pena, chiedendo circostanze attenuanti e l'applicazione del minimo edittale. Inoltre, la difesa ha depositato memorie scritte oltre i tempi previsti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che in sede di legittimità non si possono riesaminare le prove già valutate nei gradi precedenti. La condotta dell'Imputato è stata considerata grave, odiosa e determinante nell'esecuzione del reato. Pertanto, la condanna è diventata definitiva e L'Imputato deve pagare le spese del processo e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: il tentato furto va punito
Due persone hanno subito la condanna per tentato furto pluriaggravato, reato riqualificato rispetto alla contestazione originaria di rapina. Le imputate hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza di elementi negativi non è sufficiente per ottenere lo sconto di pena. Servono infatti specifici elementi positivi a favore dell'imputato che giustifichino la mitigazione della sanzione. Di conseguenza, le due persone devono pagare le spese processuali e una somma pari a tremila euro ciascuna alla Cassa delle ammende.
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Guida in stato di ebbrezza e sbandamento senza altri veicoli
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un automobilista per il reato di guida in stato di ebbrezza, con l'applicazione dell'aggravante di aver provocato un incidente stradale. L'imputato presentava un tasso alcolemico superiore a 2 g/l e la sua vettura mostrava evidenti danni da impatto contro ostacoli non identificati. La difesa sosteneva l'assenza di prova dell'incidente, non essendovi altri mezzi coinvolti o testimoni oculari del sinistro, contestando inoltre il mancato riconoscimento delle attenuanti e della non menzione. I giudici hanno chiarito che l'aggravante scatta con qualunque urto o sbandamento ricollegabile allo stato di alterazione psicofisica, anche senza feriti o controparti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e infondato, con conseguente condanna del conducente al pagamento delle spese di giudizio.
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Determinazione della pena per furto: la conferma della sanzione
Un cittadino è stato condannato per il reato di furto commesso all'interno dell'abitazione della persona offesa. L'imputato ha sottratto beni domestici tra cui elettrodomestici, un orologio e una carta prepagata. L'uomo ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione sostenendo che la sanzione inflitta dai giudici di merito fosse sproporzionata ed eccessiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena per furto è stata svolta correttamente. La presenza di un grave precedente penale dell'imputato per maltrattamenti giustifica la fissazione della sanzione sopra il minimo edittale e il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti. Di conseguenza, il condannato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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