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Art. 62-bis Codice Penale — Anno 2026

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2066 provvedimenti

Altri anni per Art. 62-bis Codice Penale

Spaccio di lieve entità: organizzazione e rigetto del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti quali cocaina ed eroina. Il primo imputato aveva concordato la pena in appello, ma ha impugnato la decisione contestando il calcolo della continuazione e un errore materiale sulla data. La Corte ha chiarito che il concordato limita le impugnazioni e che l'errore sulla data rappresenta un mero refuso. La coimputata ha richiesto la riqualificazione della condotta in spaccio di lieve entità e le attenuanti generiche, facendo leva sul proprio stato di incensurata. I giudici hanno respinto le richieste. L'uso di strumenti elettronici di pagamento e un'organizzazione collaudata per la vendita a distanza escludono l'ipotesi attenuata. Inoltre, la sola incensuratezza non giustifica le attenuanti. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di entrambi, condannandoli alle spese e a tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione nei confronti di un soggetto per la violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'imputata aveva proposto ricorso lamentando la mancanza di dolo, l'errata applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito che la regolare notifica dei provvedimenti dimostra la piena consapevolezza degli obblighi violati. Inoltre, l'aumento di pena per la recidiva è giustificato dalla pervicace inclinazione a delinquere e dalla pericolosità sociale emergenti dai precedenti penali. Infine, le attenuanti generiche richiedono la presenza di specifici elementi di segno positivo e non costituiscono un beneficio automatico. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione stanga i recidivi
Due soggetti condannati in secondo grado hanno proposto ricorso per Cassazione contro il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili per genericità dei motivi e manifesta infondatezza. I giudici hanno confermato la correttezza del rifiuto opposto nei gradi precedenti, evidenziando la presenza di numerosi precedenti penali specifici a carico degli imputati, la gravità delle condotte ai danni di vittime anziane, l'assenza di pentimento e il mancato risarcimento del danno. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Recidiva reiterata e attenuanti generiche: no agli sconti
L'Imputato ha proposto ricorso di fronte alla Corte di Cassazione per contestare la decisione dei giudici di merito. Il ricorso sollevava un unico motivo riguardante la recidiva reiterata e attenuanti generiche. Il ricorrente chiedeva una riduzione della pena bilanciando la recidiva qualificata con gli elementi a suo favore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge vieta la comparazione tra la recidiva reiterata specifica e le attenuanti generiche. Le precedenti pronunce della Corte Costituzionale riguardavano solo fattispecie differenti relative al danno di lieve entità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Mancata concessione delle attenuanti generiche e la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di evasione previsto dall'articolo 385 del codice penale. L'interessato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e la conferma della recidiva. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'impugnazione del tutto inammissibile. Il ricorrente non ha infatti contestato in modo specifico le argomentazioni della Corte di Appello, la quale aveva evidenziato una frequente e consapevole reiterazione dei reati. Tale condotta dimostrava un'inclinazione costante al delitto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha stabilito il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro da versare alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche nei reati tributari e fedina penale pulita
L'imputata è stata condannata per reati fiscali di omessa dichiarazione e occultamento di scritture contabili. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere il riconoscimento delle attenuanti generiche nei reati tributari, facendo leva sulla propria incensuratezza, sulla mancanza di volontà appropriativa e sulla grave crisi economica generale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sola assenza di precedenti penali non giustifica la riduzione della pena. Inoltre, l'argomentazione sulla crisi economica non era stata presentata nei precedenti gradi di giudizio, rendendola inammissibile in sede di legittimità. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione del divieto di accesso: condanna ferma e multa
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per la violazione del divieto di accesso stabilito dal Questore per motivi di sicurezza urbana. La difesa sosteneva che il provvedimento fosse privo di motivazione adeguata e richiedeva inoltre la concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'ordine di divieto del Questore era ampiamente motivato dai rischi per l'ordine pubblico. Inoltre, l'esclusione delle attenuanti generiche risulta corretta a causa dei precedenti penali e delle ripetute infrazioni commesse dal condannato. L'imputato deve quindi pagare le spese processuali e la sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: incensurato condannato
L'Imputato è stato condannato per il reato di dichiarazione fraudolenta tramite l'uso di fatture per operazioni inesistenti. La difesa ha sostenuto l'assenza di prova sulla consapevolezza della falsità dei fornitori, richiamando un'assoluzione in un altro procedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'Imputato era pienamente consapevole dell'illecito, dato che le opere indicate nelle fatture risultavano già realizzate anni prima da altri soggetti. La Suprema Corte ha inoltre negato le attenuanti generiche, chiarificando che la giovane età e lo stato di incensuratezza non bastano per ottenere riduzioni di pena senza elementi positivi specifici. L'Imputato deve pagare le spese e la sanzione pecuniaria.
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Fatto di lieve entità nello spaccio: ricorso inammissibile
Un uomo condannato per spaccio di sostanze stupefacenti ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare la propria condotta nell'ipotesi del fatto di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere un nuovo esame delle prove materiali già valutate nei gradi di merito. L'attività abituale, la pluralità di droghe gestite, il coinvolgimento di collaboratori e le quantità rilevanti escludono la minore gravità del reato. Inoltre, la concessione delle attenuanti generiche non contrasta con il mancato riconoscimento della lieve entità, trattandosi di giudizi distinti. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Legittimazione a sporgere querela: valida per l’auto in leasing
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per i reati di furto ed oltraggio a pubblico ufficiale. I ricorrenti sostenevano che la querela presentata dall'utilizzatore dell'autovettura in leasing fosse invalida, spettando solo alla società proprietaria del bene. La Suprema Corte ha rigettato questa tesi, affermando la piena legittimazione a sporgere querela in capo a chi detiene l'auto a titolo di detenzione qualificata. Considerata logica anche la decisione sui giudizi di bilanciamento delle attenuanti, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate per gravi precedenti
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione relativo al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte dei giudici di appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e quindi inammissibile. I giudici hanno chiarito che il magistrato di merito non deve analizzare ogni singolo dettaglio, ma può basare la propria decisione solo sugli elementi ritenuti decisivi. Nel caso di specie, il diniego delle circostanze attenuanti generiche è legittimo poiché sostenuto dalla presenza di gravi precedenti penali, dalla condotta criminosa organizzata e dalla totale assenza di elementi favorevoli all'imputata. La ricorrente è stata quindi condannata al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché 690 dosi escludono lo sconto
Due soggetti, un uomo e una donna, hanno proposto ricorso in Cassazione a seguito della condanna per detenzione di sostanze stupefacenti. La difesa ha richiesto il riconoscimento dello spaccio di lieve entità, oltre al riesame delle attenuanti generiche per l'uomo e l'assoluzione della donna per presunta estraneità ai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il possesso di circa 690 dosi medie di crack e la gestione congiunta del denaro provento dell'illecito dimostrano l'inserimento in un traffico ben avviato. Questa circostanza esclude del tutto la minima offensività del fatto, confermando le condanne precedenti.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: tra lieve entità e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per lo spaccio di sostanze stupefacenti a carico di quattro imputati coinvolti in un traffico continuato di droga. I giudici hanno respinto la richiesta di applicare l'attenuante della lieve entità del fatto, evidenziando il valore economico delle trattative, i crediti accumulati e lo sfruttamento del flusso turistico per lo smercio. La Suprema Corte ha chiarito che il supporto di intermediazione organizzativa integra la responsabilità penale per concorso nel reato. L'assenza di elementi positivi specifici ha inoltre impedito la concessione delle attenuanti generiche, per le quali non basta lo stato di incensuratezza. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso dell'intermediaria e dichiarato inammissibili gli altri tre ricorsi, condannando questi ultimi anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Risarcimento del danno: la liberatoria non salva il reo
L'imputato, condannato per il reato di ricettazione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della non punibilità per particolare tenuità del fatto e il mancato riconoscimento dell'attenuante legata al risarcimento del danno. I giudici hanno chiarito che il versamento di una somma esigua e la firma di una liberatoria da parte della vittima non vincolano la decisione del magistrato. Per applicare l'attenuante occorre valutare un concreto ravvedimento e l'effettivo annullamento della pericolosità sociale. A causa della pianificazione della condotta illecita, la Suprema Corte ha rigettato le doglianze e dichiarato inammissibile l'impugnazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche e droga: negata la riduzione della pena
Un uomo è stato condannato per il trasporto di un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti dal valore superiore a 80.000 euro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. Egli ha lamentato il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche e il rifiuto di applicare il minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato la grave offensività concreta della condotta, la presenza di un elevato principio attivo e la scarsa credibilità della collaborazione offerta dall'imputato sui mandanti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato ricorre in Cassazione contestando la condanna per due rapine aggravate commesse in concorso. La difesa lamenta il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, sostenendo che i giudici di merito abbiano ignorato l'incensuratezza e la buona condotta dell'assistito. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, per negare le attenuanti generiche, non occorre esaminare ogni dettaglio favorevole, ma basta valorizzare gli elementi decisivi. Nel caso specifico, la gravità dei fatti, l'uso di forte violenza in orario notturno e i rilevanti danni alle vittime giustificano pienamente il diniego. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso respinto e sanzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'imputato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, dichiarando l'inammissibilità del ricorso. Il soggetto sanzionato ha contestato sia la presenza della volontà criminosa sia il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'impugnazione si limitava a riproporre censure già vagliate e respinte con motivazione logica dalla Corte d'Appello. La sentenza di secondo grado ha fatto corretto governo dei principi giuridici sul trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata rapina: minaccia e violenza escludono il tentato furto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata rapina a carico di un uomo che, insieme a un complice, ha minacciato di morte e tentato di bloccare la vittima per rubarle i beni. I giudici hanno respinto la richiesta di derubricare il fatto in tentato furto, evidenziando la presenza di una chiara minaccia predatoria. La Suprema Corte ha inoltre negato le attenuanti generiche a causa dei precedenti penali e della condotta aggressiva dell'imputato. Infine, la richiesta di pena sostitutiva è stata dichiarata inammissibile perché non presentata tempestivamente durante l'appello. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Finto incidente e minacce: confermata la tentata estorsione
Un uomo ha simulato un finto incidente stradale per farsi consegnare del denaro. Giunto al bancomat con la vittima, l'uomo ha preteso 500 euro minacciando di avere un'arma sotto la giacca. La vittima, impaurita, ha chiesto aiuto a un collega, consentendo l'intervento dei carabinieri. La difesa dell'imputato ha sostenuto che si trattasse di truffa e non di tentata estorsione, evidenziando che la vittima non aveva chiamato subito le forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la minaccia diretta e reale configura la tentata estorsione, in quanto la vittima subisce una grave coartazione psicologica. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Possesso di documenti falsi: ricorso inammissibile e condanna
L'imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di possesso di documenti falsi ai sensi dell'articolo 497-bis del codice penale. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la falsificazione del documento fosse del tutto grossolana e contestando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accertamento sull'idoneità ingannatoria del documento costituisce una valutazione di fatto non riesaminabile in sede di legittimità. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che le attenuanti non spettano automaticamente per la sola assenza di elementi negativi, ma richiedono la presenza di elementi positivi. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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