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Art. 62-bis Codice Penale — Anno 2023

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3564 provvedimenti

Altri anni per Art. 62-bis Codice Penale

Violazione del DASPO urbano: la povertà non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di arresto per la violazione del DASPO urbano. Il trasgressore era stato sorpreso in un'area di Taranto a lui vietata, dove esercitava l'attività di parcheggiatore abusivo. La difesa ha sostenuto che la presenza sul posto fosse giustificata dalla necessità di procurarsi denaro per le esigenze primarie di vita. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità economica non costituisce una causa di giustificazione idonea a escludere la punibilità del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio: no a sconti di pena e perizia psichiatrica
Un uomo, condannato per il reato di tentato omicidio, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la mancata disposizione di una perizia psichiatrica per valutare la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità. I giudici hanno evidenziato che la Corte d'Appello aveva già ampiamente e correttamente motivato sia il diniego delle attenuanti sia l'inutilità dell'accertamento peritale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende, confermando in via definitiva la condanna a otto anni e otto mesi di reclusione.
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Violazione della misura di prevenzione: no a sconti di pena
Un cittadino, sottoposto a vigilanza speciale, è stato condannato per la violazione della misura di prevenzione poiché sorpreso fuori dalla propria abitazione durante le ore notturne. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alla recidiva qualificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione del bilanciamento tra attenuanti e aggravanti spetta esclusivamente al giudice di merito. Poiché la Corte d'Appello ha motivato in modo logico e coerente la scelta di non concedere sconti di pena, evidenziando la gravità di una recidiva reiterata e infraquinquennale, la decisione non può essere ridiscussa. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inosservanza dell’ordine di espulsione: niente scuse per il Covid
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero condannato a 20.000 euro di ammenda per l'inosservanza dell'ordine di espulsione emesso dai Prefetti di Pisa e La Spezia. La difesa sosteneva che il mancato allontanamento fosse giustificato dalle restrizioni di movimento legate alla pandemia da Covid-19, configurando un'impossibilità oggettiva. I giudici hanno respinto la tesi, rilevando che le limitazioni sanitarie non erano più in vigore al momento dell'accertamento del reato. La Suprema Corte ha confermato la condanna, escludendo anche la concessione delle attenuanti generiche, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende.
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No alle circostanze attenuanti generiche per il recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato a dieci mesi e venti giorni di reclusione per violazione delle norme sull'immigrazione. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. I giudici hanno confermato la correttezza della pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio, evidenziando la pericolosità sociale dell'uomo. Quest'ultimo, infatti, vantava numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio ed evasione, ed era stato sorpreso di notte a bordo di un'auto con arnesi da scasso. La Suprema Corte ha ritenuto irrilevante il percorso di disintossicazione avviato dall'uomo ai fini della riduzione della pena, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di danneggiamento: ubriaco distrugge vetrina e paga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di danneggiamento della vetrata di un bar. L'imputato, in evidente stato di ubriachezza molesta, aveva lanciato delle bottiglie contro la vetrina del locale, rompendola. La difesa sosteneva la mancanza di prove certe e chiedeva la prescrizione del reato. Tuttavia, i giudici hanno confermato la colpevolezza basandosi sulle testimonianze dei dipendenti e sull'intervento delle forze dell'ordine. Poiché il ricorso è stato giudicato inammissibile, la condanna è diventata definitiva, impedendo l'applicazione della prescrizione. L'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione con minaccia implicita: condanna anche senza violenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione con minaccia implicita a carico di un uomo che esigeva il pagamento di un debito di droga. Il compagno della vittima aveva accumulato un debito e consegnato due auto come garanzia. Quando l'uomo è fuggito per paura, il creditore ha minacciato la donna prospettando l'intervento di un clan criminale se non avesse pagato diecimila euro o trasferito la proprietà dei veicoli. I Carabinieri hanno bloccato l'estorsore durante l'incontro per la consegna. La Suprema Corte ha stabilito che la minaccia, anche se indiretta o larvata, integra il reato se è idonea a incutere timore e a coartare la volontà della vittima. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna e infliggendo una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna ferma, benefici da rivedere
Il Legale Rappresentante di una società è stato condannato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti relative all'anno 2012. La difesa ha impugnato la sentenza contestando la responsabilità, il diniego delle attenuanti generiche e la mancata concessione della sospensione condizionale della pena e della non menzione. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi sulla colpevolezza e sulle attenuanti, confermando in via definitiva la responsabilità penale. Ha invece accolto il ricorso sui benefici di legge, rilevando che la Corte d'appello ha omesso del tutto di motivare sulla non menzione e ha negato la sospensione condizionale con formule generiche e apodittiche, senza considerare il tempo trascorso dai fatti. La sentenza è stata annullata limitatamente a questi benefici con rinvio per un nuovo esame.
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Spaccio di lieve entità: nessun aiuto allo spacciatore abituale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per traffico di stupefacenti. L'uomo richiedeva la concessione delle attenuanti generiche e la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'attività di spaccio era abituale, prolungata nel tempo con centinaia di dosi vendute e legata a contesti criminali di rilievo. Di conseguenza, non è possibile applicare lo spaccio di lieve entità né concedere sconti di pena generici in assenza di elementi positivi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti o spaccio: la lista clienti condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di droga. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata all'uso personale di stupefacenti, chiedendo inoltre le attenuanti generiche. I giudici di merito hanno però accertato che l'uomo conservava nel portafoglio, oltre alla sostanza e a cinquanta euro in contanti, un foglio con i numeri di telefono di noti assuntori, i quali hanno confermato di rifornirsi da lui. La Suprema Corte ha ribadito che la distinzione tra consumo personale e spaccio spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la tossicodipendenza non scusa la fuga
Il ricorrente, condannato per il reato di evasione, ha impugnato la sentenza sostenendo che la sua tossicodipendenza escludesse la volontarietà della fuga. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la tossicodipendenza non cancella la consapevolezza di evadere. Inoltre, la durata dell'allontanamento giustifica il diniego delle attenuanti generiche, mentre la recidiva trova fondamento nella maggiore pericolosità sociale dimostrata dal soggetto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate a chi minaccia gli agenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che contestava il mancato bilanciamento a suo favore tra le circostanze attenuanti generiche e la recidiva. L'imputato, condannato per resistenza a pubblico ufficiale per aver percosso un agente e millantato parentele mafiose, riteneva il proprio precedente per rapina troppo datato. I giudici hanno confermato che la gravità della condotta attuale e la natura del precedente impediscono la prevalenza delle attenuanti.
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Minaccia a pubblico ufficiale: carcere e recidiva confermati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per il reato di minaccia a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva, il diniego delle attenuanti generiche e l'entità della pena. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'azione commessa all'interno del carcere dimostra una particolare pericolosità sociale del soggetto. Inoltre, la presenza di precedenti penali della stessa indole giustifica pienamente l'applicazione della recidiva. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la fuga violenta costa cara
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Durante un controllo di polizia, l'imputato ha tentato per due volte di sfuggire ai militari con violenza, rendendo necessario l'intervento di una seconda pattuglia. L'uomo aveva già scontato una lunga pena detentiva per rapina e reati sulle armi. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e ha contestato l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la condotta violenta e i gravi precedenti penali escludono la particolare tenuità e giustificano pienamente la recidiva. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: i litigi non salvano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. Il ricorrente si era allontanato volontariamente dalla propria abitazione dopo aver danneggiato i mobili e impugnato un coltello, fuggendo a bordo di un'auto in stato di ebbrezza. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo che le tensioni familiari o le condizioni psicofisiche potessero giustificare la fuga. È stata inoltre confermata l'applicazione della recidiva, dato il precedente per tentato omicidio, e sono state negate sia le attenuanti generiche sia la particolare tenuità del fatto, vista la gravità e la pericolosità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: denuncia il furto ma aveva firmato l’assegno
Un uomo è stato condannato per il reato di calunnia dopo aver denunciato il furto di un assegno che, in realtà, aveva personalmente messo in circolazione poco tempo prima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la decisione dei giudici di merito. I testimoni hanno infatti smentito la buona fede dell'uomo, confermando che l'assegno non era stato rubato ma consegnato da lui stesso. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, poiché la pena era già stata applicata nel minimo edittale e l'imputato aveva tenuto un comportamento contraddittorio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione e precedenti: negate le circostanze attenuanti generiche
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte della Corte d'Appello. Il caso trae origine da una condanna per il reato di evasione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di secondo grado. I giudici hanno legittimamente negato le circostanze attenuanti generiche a causa della gravità del comportamento tenuto durante l'evasione e della personalità negativa del soggetto, evidenziata da precedenti penali specifici. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Minaccia a pubblico ufficiale: la condanna scatta senza blocco
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due cittadini per il reato di minaccia a pubblico ufficiale e deturpamento. I ricorrenti sostenevano che le loro espressioni non avessero concretamente impedito ai pubblici ufficiali di svolgere il proprio dovere. La Suprema Corte ha rigettato questa tesi, chiarendo che il reato di minaccia a pubblico ufficiale si configura anche se l'atto minatorio non ostacola l'attività dell'ufficio. I giudici hanno inoltre negato le attenuanti generiche e l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando la veemenza e l'ostinazione della condotta aggressiva. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i soggetti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche negate a chi ha precedenti gravi
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che le contestazioni fossero del tutto generiche. La sentenza d'appello aveva infatti motivato correttamente la pena, leggermente superiore al minimo edittale, a causa di un precedente penale per tentato omicidio. Inoltre, la presenza di una recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale, impedisce il giudizio di equivalenza con le circostanze attenuanti generiche. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Incapacità di intendere e di volere: condanna per il borderline
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato che lamentava il mancato riconoscimento di un vizio di mente legato alla propria personalità borderline. I giudici hanno confermato che non vi erano elementi idonei a dimostrare una reale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto corretto il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena, giustificati dai numerosi precedenti penali e dalla recidiva dell'uomo. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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